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Una veduta dall'alto di Sarajevo. Foto: Bradley Secker/laif

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Se l’unità linguistica è uno spauracchio politico

8 maggio 2017

A vederla in prospettiva, la storia politica e culturale delle ex repubbliche jugoslave è un maelström ribollente che, ancora oggi, sa mettere in difficoltà chi vi si avvicina per la prima volta. Una delle questioni più attuali e delicate oggigiorno rimane quella linguistica. Pur rischiando di generalizzare, non è certo un caso se, nelle terre che hanno visto incontrarsi, mescolarsi e misurarsi lungo un millennio Venezia, Roma, Istanbul, Vienna e Mosca, il fattore linguistico – assieme a quello di sangue (rôd) e di confessione religiosa (vȅra) – rappresentasse una delle egide al cui riparo ritrovare il senso della propria unità. Non è un caso nemmeno che la parola slavo meridionale per “lingua”, jèzik, potesse un tempo significare anche “popolo”, “genti”: nella visione balcanica un popolo si identifica, è esso stesso ciò che parla. Come scriveva il primo illuminista serbo, Dositej Obradović, nella prefazione alla sua autobiografia odeporica Vita e avventure, “la legge e la fede possono mutare, ma non la stirpe e la lingua”. Fu la coscienza dell’esistenza di un legame che andasse oltre i confini geografici e, più precisamente, della contiguità di lingua e stirpe, ad ispirare le principali personalità di quel movimento illirico che, intorno alla metà del XIX secolo, gettò le basi per la codifica di un’omonima lingua comune, nota ai più come serbo-croato.

L’unità linguistica, collante fondamentale per l’esperienza politica della Jugoslavia, cominciò a disgregarsi vistosamente negli anni successivi alla dipartita di Tito, dissolvendosi definitivamente con le sanguinose guerre intestine del quadriennio 1991-1995. Fu allora che la fratricida diatriba politica si sublimò in un cieco purismo linguistico che, a costo di grotteschi paradossi, si sforzò di contrapporre ad ogni costo serbo e croato (nei fatti, due varianti di un comune idioma slavo meridionale), esagerando le minime differenze fonetiche e morfosintattiche effettivamente esistenti e forgiando, con risultati spesso artificiosi, lunghe liste di neologismi caratterizzati da un presunto grado di “purezza” e “indigenità” rispetto alla variante opposta. Il periodo immediatamente successivo, segnato dai conflitti in Kosovo e Macedonia, non vide un miglioramento effettivo della situazione ma, semmai, testimoniò il progressivo risvegliarsi dell’orgoglio nazionale anche in Montenegro (il montenegrino è stato riconosciuto ufficialmente come lingua autonoma dopo l’entrata in vigore della nuova costituzione post-indipendenza, il 22 ottobre 2007) e nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina (una delle due entità politico-amministrative in cui è suddiviso il territorio della Bosnia-Erzegovina, abitata in maggioranza da bosgnacchi, ossia bosniaci musulmani).

Proprio a Sarajevo, che della Federazione è la città più popolosa e rappresentativa, si è tenuta, lo scorso marzo, la presentazione di un manifesto programmatico denominato Deklaracija o zajedničkom jeziku (Dichiarazione su una lingua comune). Inizialmente firmato da oltre duecento tra scrittori (Filip David, Jelena Lengold, Slavenka Drakulić, Dubravka Ugrešić, Svetislav Basara, Oto Horvat), drammaturghi (Biljana Srbljanović,  Ante Tomić), linguisti (Boban Arsenijević, Snježana Kordić, Olga Mišeska Tomić) e attori (Rade Šerbedžija) ed ora arrivato a più di ottomila sottoscrizioni, il testo – sintesi di una serie di conferenze tematiche a tema “lingua e nazionalismo” organizzate da quattro Ong nell’arco del 2016 – vuole prendere le distanze dai danni che trent’anni di nazionalismo linguistico hanno arrecato e continuano ad arrecare al dialogo politico tra le ex repubbliche jugoslave (non ultimo, l’odiosa pratica delle “due scuole sotto un unico tetto”, che a Jajce, nella Bosnia centrale, ha scatenato le proteste degli studenti). Sotto accusa non è la dignità dei singoli idiomi, né la possibilità di un popolo di identificarsi in uno piuttosto che in un altro, ma il paradigma culturale che propaganda, per convenienze politiche, l’esistenza di quattro lingue differenti. I firmatari rifiutano questa scissione e parlano piuttosto di un’unica lingua letteraria, codificata sul dialetto štokavo, policentrica (in quanto parlata da più popoli) e dotata di quattro varietà standard – che sono, per l’appunto, serbo, croato, bosniaco e montenegrino.

Ironia della sorte, la Dichiarazione giunge in una contingenza sociopolitica assai delicata per i quattro paesi. Divenuta nel luglio 2013 Stato membro dell’UE, la Croazia della presidente nazionalista Kolinda Grabar-Kitarović deve affrontare l’atavica debolezza dei propri equilibri politici (tre governi nell’ultimo anno e mezzo) e un tasso di disoccupazione al 16%, problemi cui sembra rispondere con una decisa virata a destra. La sonora riconferma del russofilo Aleksandar Vučić nelle recenti presidenziali serbe ha scatenato le proteste ed il malcontento di ampie fasce della popolazione, soprattutto dei giovani universitari. Il Montenegro è da 25 anni il fragile feudo dei socialisti di Milo Đukanović. In Bosnia, fino a qualche anno fa squassata da violente dimostrazioni di piazza, si assiste oggi alla crescita del radicalismo wahhabita, percepito come forte espressione identitaria da parte dei bosgnacchi. Inevitabile che, in tutto questo, la Dichiarazione sia stata avvertita come sfida politica e utilizzata come diversivo per distrarre l’attenzione dell’opinione pubblica, come confermano, tra le altre, le reazioni piccate del premier croato Andrej Plenković e del suo ministro della cultura Nina Obuljen Koržinek. Il giovane politologo e giornalista freelance Giorgio Fruscione, anch’esso tra i firmatari della Dichiarazione, non crede tuttavia che il progetto possa avere significativi strascichi politici: “Un eventuale significato politico potrà assumerlo in futuro, se ci sarà la volontà e la forza di portare avanti un'idea così «ardita», ma per ora il significato rimane esclusivamente culturale, espressione di un’élite, istruita e abituata agli atenei europei”, spiega.

Una delle accuse più frequenti rivolte ai promotori dell’iniziativa (che ha fatto recentemente infuriare Ante Tomić) è quella di “jugonostalgia”, un’insinuazione che non trova d’accordo Fruscione. “Nella Dichiarazione non compare mai né la parola «Jugoslavia», né altri riferimenti. Chi fa questa associazione la fa sulla base dell'appartenenza politica o sociale dei singoli firmatari”, afferma il giornalista. “È una conseguenza dell'etnonazionalismo: difendere la purezza delle proprie differenze etnonazionali, negando tutto ciò che invece appartiene alla sfera multiculturale, multietnica o multiconfessionale, come appunto la Jugoslavia, il cui ricordo deve essere sostituito”. Tuttavia, che nel subconscio di croati, serbi, bosniaci e montenegrini, aldilà delle traversie politiche, permanga la sensazione di parlare effettivamente un’imprecisata “lingua comune”, è testimoniato dalla cauta denominazione che di essa viene comunemente data: naš jezik, la “nostra lingua”. “La questione del nome della lingua comune è volutamente lasciata in sospeso, come a dire, «sappiamo che parliamo la stessa lingua, non importa come tu la chiami...»”, continua Fruscione. «Naš jezik» è un'espressione tanto geniale quanto esemplificativa delle contraddizioni delle questioni culturali dei popoli slavi. È l’espressione con cui un croato e un bosniaco si riferirebbero alla lingua che stanno utilizzando per parlare al bar, ma che sarebbe difficile da spiegare, per esempio, a un turista inglese che li sta ascoltando, a cui non sarebbe chiaro come due popoli «diversi» parlano «la nostra lingua»”.

Per superare compiutamente questo tabù culturale, argomenta Fruscione, il mondo universitario dovrebbe riuscire a comunicare maggiormente con l’opinione pubblica: una condizione che – come dimostrano le posizioni assunte in merito da esimi accademici, quali il croato Zvonko Kusić e il serbo Predrag Piper – sembra ancora mancare. La sensazione che rimane, in ogni caso, è positiva: “Non sarà una singola dichiarazione a far cambiare un trend che va avanti da decenni, ma rappresenta un primo passo importante”, conclude Fruscione. L’auspicio è che, un giorno non troppo lontano, una piccola poesia quale Prevedi mi na jezike (Traducimi nelle lingue), scritta dalla croata Ivančica Đerić, possa essere raccolta per quello che realmente è: un intelligente messaggio di unità oltre ogni particolarismo, in cui la parola “uomo” sia identica e riconoscibile in ogni variante.

Marco Blasio