Società

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L’Italia? Una camera a gas

7 marzo 2017

Chi ci vive conosce bene l’aria densa e umida di certe giornate: è l’atmosfera tipica della pianura padana, un triangolo i cui due lati lunghi sono costeggiati da catene montuose ed è caratterizzato da una cronica scarsità di vento. L’area più ricca del Paese, in cui vivono circa 20 milioni di persone, ma anche uno degli spazi con la peggiore aria d’Europa (anche se l’inquinamento contrassegna un po’ tutta la Penisola). Un vero problema, perché l’inquinamento non è solo quell’odore fastidioso che si appiccica a capelli e vestiti: è un killer silenzioso che fa ammalare e poi uccide. È quanto emerge da Cambiamo aria! (Baldini&Castoldi 2017): il recente, documentatissimo libro appena pubblicato dal medico e docente universitario Pier Mannuccio Mannucci e dalla giornalista scientifica Margherita Fronte.

Che l’aria cattiva faccia male in fondo lo abbiamo sempre saputo: già Seneca motivava a Lucilio la scelta di lasciare Roma con la necessità di fuggire “dall’odore di cucine fumanti, che messe in moto diffondono con la polvere tutte le esalazioni pestilenziali che hanno assorbito”. Gli effetti dell’inquinamento atmosferico sono però diventati argomento di dibattito pubblico solo molto più tardi, soprattutto a partire dal Great Smog di Londra del 1952: ancora oggi tanto noto da essere citato in una serie televisiva. Nei giorni successivi al passaggio della grande nuvola nera venne registrato un incremento di circa 4.000 morti rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, anche se successivamente uno studio ha elevato il computo addirittura fino a 12.000. E si pensi che l’allarme durò solo pochi giorni, dal 5 al 9 dicembre: in sei anni di bombardamenti su Londra, durante la seconda guerra mondiale, le vittime erano state 30.000.

Perché quello che respiriamo è importante, importantissimo: almeno quanto quello che mangiamo e beviamo. Lo ha scritto Umberto Veronesi nella prefazione del libro: “Respiriamo circa 20.000 volte in una giornata e l’aria, insieme al cibo e all’acqua che ingeriamo per nutrirci, è uno dei principali mezzi di scambio fra il nostro organismo e l’ambiente esterno”. Una questione seria insomma, anche se spesso sottovalutata: “Oggi l’inquinamento atmosferico è per certi versi meno visibile e meno irritante nell’immediato rispetto al passato – spiega nel libro l’epidemiologo ambientale Bert Brunekreef dell’Università di Utrecht –. Per questa ragione è più difficile comprenderne e comunicarne i pericoli per la salute”.

Allarme o meno, i numeri sono chiari: secondo l’Organizzazione mondiale della sanità ogni anno sette milioni di persone muoiono per malattie collegabili all’inquinamento.  Circa un decesso ogni nove, il più importante fattore di rischio ambientale per la salute umana. Solo nei paesi dell’UE, secondo il rapporto Air Quality in Europe pubblicato nel 2016 dall’Agenzia europea dell’ambiente (AEA), le polveri sottili (PM2,5) derivate dalle attività umane provocano ogni anno 436.000 morti premature, mentre 68.000 sono legate al biossido di azoto (di cui si è parlato nel recente scandalo che ha coinvolto la Volkswagen) e 16.000 all’ozono. E l’Italia con oltre 91.000 morti detiene un record ben poco invidiabile davanti a Germania (circa 86.000, ma con 20 milioni di abitanti in più), Francia (54.000), Polonia e Regno Unito (entrambi con poco più di 50.000). Spesso poi a essere più a rischio sono i bambini: secondo lo studio ESCAPE, condotto dall’UE su 26 Paesi tra cui l’Italia, le polmoniti della primissima infanzia sono più frequenti nelle zone con l’aria più sporca (e con ogni probabilità c’è un nesso anche con le otiti), e i bambini di 6-8 anni che vivono in questi contesti hanno una funzionalità polmonare ridotta.

La situazione dunque è allarmante, ma che fare? Un principio di soluzione può venire dalle tecnologie green per il riscaldamento e la produzione di energia e dallo sviluppo del trasporto pubblico; è poi consigliabile spostarsi a piedi o in bici, stando però attenti a scegliere percorsi poco trafficati e a evitare le ore di punta. Soprattutto nelle metropoli infatti una quantità consistente dell’inquinamento viene dalle automobili, nonostante le campagne di rottamazione e di sostituzione del parco veicoli degli ultimi anni.

Attenzione comunque perché l’inquinamento non è limitato all’ambiente esterno: le particelle tossiche infatti possono essere talmente piccole da passare porte e finestre. Spesso inoltre i locali al chiuso possono ad esempio risentire delle esalazioni di colle, vernici e detergenti, che a loro volta rilasciano nell’aria sostanze come formaldeide, benzene e monossido di carbonio. Anche qui le buone abitudini possono fare molto: arieggiare costantemente il locale, usare prodotti non inquinanti e cercare di evitare l’accumulo di polveri e muffe può dare un contributo alla salubrità dell’ambiente, assieme all’utilizzo di piante domestiche con effetto purificante come dracena, aloe, crisantemo, gerbera, giglio e ficus. Anche se il primo consiglio è sempre lo stesso: smettere con il fumo di sigaretta, che anche se inalato passivamente rimane comunque l’elemento più dannoso.

Discorso a parte merita il radon, un gas radioattivo e potenzialmente cancerogeno che è sprigionato dalle rocce, soprattutto in alcune zone (come il Monte Venda, sui colli Euganei). All’aperto si disperde rapidamente ma negli ambienti interni tende a ristagnare, rappresentando un pericolo per chi li occupa: si calcola che in Italia circa il 10% dei tumori del polmone è determinato dal radon.  Anche qui però molto può essere fatto, a partire dalla misura della concentrazione del gas (rivolgendosi all’ARPA, all’ASL o all’ENEA di Bologna), a cui eventualmente si possono far seguire specifici interventi di bonifica.

Perché, nel difficile rapporto fra uomini, inquinanti e natura, non ci sono solo brutte notizie. Successi importanti negli anni sono stati ottenuti ad esempio nella lotta contro il biossido di zolfo – responsabile delle piogge acide, oggi pressoché scomparse in Europa – e contro i metalli pesanti come piombo, mercurio, arsenico, cadmio e nichel, prodotti dalle vecchie industrie pesanti e presenti nella benzina con il piombo. Segno che la battaglia per un ambiente più salubre non è persa in partenza.

Daniele Mont D’Arpizio