Scienza e ricerca

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Intelligenza e povertà

16 marzo 2017

Sono passati oltre settant’anni da quando uno psicologo inglese, Sir Cyril Lodowic Burt, cercò di dimostrare – studi statistici alla mano sul QI, il quoziente d’intelligenza – che le capacità cognitive di una persona dipendono dai geni e che c’è un legame tra povertà e intelligenza. Si è poveri, in media, perché si è poco intelligenti. E poiché l’intelligenza è un carattere ereditario, si è poveri per cause genetiche.

Le tesi di Cyril Burt sono state riprese più volte. Per esempio dallo psicologo Richard J. Herrnstein e dal politologo Charles Murray, che nel 1994 scrissero un libro, The Bell Curve: Intelligence and Class Structure in American Life in cui cercavano di dimostrare che l’intelligenza ha un marcato carattere ereditario e persino razziale.

Tutte queste tesi sono state molto contestate in sede scientifica. Tra i più arguti censori di Cyril Burt, per esempio, c’è stato il paleontologo e storico della biologia americano Steven Jay Gould. In ultimo si è scoperto che Burt aveva falsificato i suoi dati. O, almeno, così sostiene la maggioranza degli studiosi che hanno analizzato i suoi lavori.

Mentre per antropologi e biologi il concetto di razza è del tutto screditato.

E tuttavia in questi ultimi settant’anni le prove di una correlazione tra povertà e intelligenza si sono consolidate. Recenti studi hanno dimostrato che questa correlazione insorge nei primi anni di vita. Chi nasce in una famiglia agiata, in media, sviluppa maggiori capacità cognitive. Di recente – ricorda Kimberly G. Noble, docente di neuroscienze ed educazione presso la Columbia University’s Teachers College, in un articolo pubblicato sullo Scientific American – la povertà o, come preferiscono chiamarla gli esperti, lo stato socioeconomico (SSE) più svantaggiato, è associata a fortissime differenze nel volume, nella forma e nelle funzioni del cervello dei bambini.

Kimberly G. Noble e i suoi colleghi hanno empiricamente dimostrato che il reddito della famiglia è linearmente associato a molte capacità cognitive: la percezione delle relazioni spaziali, la capacità di linguaggio, la memoria a breve, la memoria di fatti ed eventi più lontani, il controllo cognitivo.  Altri studi hanno dimostrato una correlazione analoga. I bambini americani nati in famiglie con un reddito annuo inferiore ai 25.000 dollari, per esempio, hanno un volume della corteccia corticale inferiore del 6% in media ai bambini nati in famiglie con un reddito superiore a 150.000 dollari.

Detta in maniera più rozza: la povertà o lo spessore del portafoglio di mamma e papà si vede nel cervello dei piccoli.

Gli studi dimostrano che queste differenze sono indipendenti da fattori genetici. L’intelligenza non è scritta nei geni. O, almeno, non è scritta solo e soprattutto nei geni. Tant’è, per esempio, che l’analisi empirica ha dimostrata che le differenze cognitive tra ricchi e poveri sono assenti nei primi quattro giorni di vita e che diventano significativa solo al termine del primo anno di vita.

Le scienze cognitive ci dicono, dunque, il contrario di quanto affermava Cyril Burt: non è la (mancanza di) intelligenza che causa la povertà, ma la povertà che impedisce il pieno sviluppo dell’intelligenza. In alcuni loro lavori, per esempio, Seth Pollak (University of Wisconsin, Madison) e John Gabrieli (del Massachusetts Institute of Technology di Boston) sembrano dimostrare che la differenza nella struttura della corteccia corticale determina tra il 15 e il 44% del gap che gli adolescenti provenienti da famiglie a basso reddito mostrano nelle performances scolastiche rispetto agli studenti coetanei provenienti da famiglie più ricche.

Un rapporto tra povertà e capacità cognitive, dunque, esiste ed è provato. Ed è un rapporto legato all’ambiente e non ai geni. Un rapporto grave: perché impedisce a centinaia di milioni di persone in tutto il mondo di sviluppare appieno le proprie potenzialità cognitive e, in definitiva, di vivere meglio.

Non sappiamo ancora, però, quali specifici fattori determinano il gap: l’alimentazione, gli stili di vita, gli stimoli culturali, un insieme di tutti questi fattori e di altri ancora?

C’è bisogno di ulteriore ricerca.

Tuttavia ne sappiamo già abbastanza, sostiene Kimberly G. Noble, per proporre un rimedio: innalziamo, con appositi sussidi, il reddito delle famiglie povere dove arriva un bebè. Sarebbe una sorta di “reddito di cittadinanza” per bambine e bambine che si affacciano alla società della conoscenza.

Certo, non c’è la prova che il rimedio funzioni. Che aumentando semplicemente il reddito, aumentino anche la capacità cognitive dei bambini. È per questo che Noble ha creato una rete di ricerca ad altri ricercatori, di diverse discipline, di ogni angolo degli Stati Uniti d’America e ha trovato i fondi per un esperimento che coinvolge 1.000 prossime mamme a basso reddito. Ad alcune, scelte in maniera casuale, verrà corrisposto un assegno di 333 dollari ogni mese alla nascita del bambino, alle altre verranno corrisposi solo 20 dollari mensili. Lo sviluppo cognitivo dei bambini di questo campione sarà seguito per tre anni.

Kimberly G. Noble è certa che questa differenza di reddito è sufficiente a determinare una differenza nello sviluppo cognitivo dei bambini. Il cronista non ha alcuno strumento per inferire a priori l’esito dell’esperimento.

Due cose, però, sono certe. In caso di esito negativo (nessuna differenza di sviluppo cognitivo tra i due gruppi di bambini), metà del campione povero avrà vissuto un po’ meglio. Nel caso di esito positivo (se le capacità cognitive dei bambini del gruppo di mamme assistite risultassero migliori dei bambini dell’altro campione) nascerebbe un caso di scuola. Gli stati dovrebbero sentirsi impegnati a ridisegnare il welfare nell’era della conoscenza, a soddisfare i diritti di cittadinanza di tutti i neonati e a offrire le medesime opportunità di base a ciascuno di loro.   

Pietro Greco