Cultura

Marco Paolini e Mario Rigoni Stern in "Ritratti"

Cultura

Incontrare la realtà

17 maggio 2017

Volendo essere precisi, dovremmo chiamarlo con il suo vero nome: non solo documentario, ma film documentario. Perché è così che viene definito un genere che non è semplice documentazione del reale, ma è cinema che rivela meraviglie e orrori del mondo attraverso storie vere, spesso nascoste e dimenticate ma assai preziose. Il produttore padovano Francesco Bonsembiante di Jolefilm regala a Il Bo una lettura lucida e appassionata del genere.

Qual è lo stato di salute del documentario in Italia? È una mia sensazione o c’è un particolare fermento?

“Forse non è proprio così, non c’è più fermento oggi rispetto a qualche anno fa. La produzione è rimasta sempre molto viva in questi anni, è aumentata invece la visibilità dei documentari. Quello che si sta muovendo di più è il mercato”.

Sulla scia del successo di Fuocoammare di Rosi? O il processo è iniziato prima?

“È iniziato prima, senza dubbio. E questo anche grazie a figure coraggiose e lungimiranti come il padovano Andrea Romeo della bolognese I Wonder Pictures, a cui va dato merito di aver distribuito Searching for Sugar Man, documentario di Malik Bendjelloul che racconta la storia di Sixto Rodriguez, cantautore folk sudafricano più famoso di Bob Dylan nel suo Paese ma sconosciuto negli Stati Uniti (Premio Oscar nel 2013 come miglior film documentario, ndr). Da lì il processo non si è più fermato: I Wonder ha distribuito in Italia altri documentari belli e importanti, da The Act of Killing di Joshua Oppenheimer a Yo-Yo Ma e i musicisti della via della seta di Morgan Neville a Liberami di Federica Di Giacomo (quest’ultimo premiato alla 73esima Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, ndr). Grazie a Romeo e altre figure sensibili, il mercato del documentario ha messo il piede sull’acceleratore”.

A un’offerta ricca deve però corrispondere una buona risposta di pubblico, altrimenti è tutta fatica sprecata…

“Si deve garantire un’offerta di qualità e in maniera costante, e si deve costruire una efficace comunicazione. In generale, in Italia, c’è un problema di parola, perché se tu chiedi “Cos’è un documentario?”, in molti ti risponderanno citando quelli di Quark e Geo&Geo, che non andiamo a vedere al cinema. Il pubblico va abituato, accompagnato ed educato. Poi, però, bisogna anche dire che il film documentario può contare già su un suo pubblico fedele, e lo si vede partecipando ai piccoli festival, sempre popolati da spettatori appassionati. Qualche anno fa, la parrocchia vicina a casa mia, rispondendo a un preciso bisogno della comunità, mi chiese di organizzare alcune serate dedicate al documentario. Fu un successo e fu, per me, una conferma: le persone chiedono di incontrare la realtà”.

Il documentario, dunque, che posto occupa nell’universo cinematografico?

“Il documentario è un film vero e proprio e sprigiona emozione. Io ho prodotto i Ritratti di Carlo Mazzacurati e Marco Paolini, dedicati ad Andrea Zanzotto, Mario Rigoni Stern e Luigi Meneghello, e posso dirlo: sono film a tutti gli effetti, film che raccontano la realtà. Hanno un climax narrativo che è puro cinema”. 

Quindi sta qui il segreto, in un’emozione che non è semplice documentazione del reale…

“Esatto. Parliamo di point of view documentary, ovvero documentari che offrono al pubblico il punto di vista dell’autore. E sono finestre sulla realtà che ci aiutano a comprendere e, al tempo stesso, ci chiedono di partecipare. Non sei un semplice osservatore, perché questi documentari ti chiedono di esserci e di entrare nelle storie”.

Uno strumento prezioso per un pubblico che chiede di comprendere il mondo e le sue trasformazioni. E se la realtà viene raccontata scegliendo il punto di vista dell’autore, le tematiche saranno certamente molteplici… Ogni regista racconta qualcosa che gli sta a cuore?

“Sì, e proprio per questo, non possiamo parlare di tendenze. Andrea Segre, per esempio, affronta spesso questioni legate all’immigrazione. Uscirà tra poco Ibi, il suo nuovo documentario che racconta la storia di una donna del Benin con uno straordinario talento fotografico. Ogni autore ha il suo percorso, il suo modo di vedere il mondo. Una storia parte sempre da una curiosità personale”.

Ogni regista, dunque, prima di approdare al cinema di finzione, dovrebbe sempre realizzare un documentario?

“Sono convinto che sia il biglietto da visita di un autore. Ricevo molti lavori da giovani aspiranti registi, ne ricevo continuamente: io capisco se c’è vero talento visionando un documentario, non un cortometraggio”.


Infine, la scrittura. Una storia vera si racconta da sola o richiede un contributo dal punto di vista della sceneggiatura?

“Anche per il film documentario viene fatto un importante sforzo di scrittura. Si potrebbe credere il contrario e invece, prima di girare, si fa molta ricerca e si scrive, tanto. Se si decide di affrontare le riprese senza una traccia siamo di fronte alla video-arte”.

Francesca Boccaletto