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Foto: Reuters/Antonio Parrinello

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Immigrazione in Italia: da cronaca a storia

2 ottobre 2017

Il dibattito sul cosiddetto Ius soli ce lo ricorda proprio in questi giorni: in Italia il tema dell’immigrazione è da qualche anno centrale nel dibattito politico, più spesso come terreno di scontro che di convergenza. Una situazione che risale per lo meno dalla Legge Martelli del 1990; prima però qual era la situazione? È possibile iniziare a guardare alla questione con uno sguardo più ampio, che vada al di là della cronaca? È la sfida di un gruppo di giovani storici, che si sono riuniti a Padova per presentare i risultati delle loro ricerche nell’ambito del convegno organizzato dalla Società italiana per lo studio della storia contemporanea (Sissco).

“Anche in l’Italia l’immigrazione non si può più definire un fenomeno recente, ha anzi acquisito ormai una grande profondità storica” spiega Michele Colucci, ricercatore del CNR e dell’Istituto di studi sulle società del Mediterraneo, che ha coordinato il confronto. L’immigrazione nel nostro Paese infatti si avvia a compiere per lo meno un cinquantennio: a parte una prima generazione di apripista – composta soprattutto da studenti, persone provenienti dalle ex colonie ed esuli politici (come i profughi ungheresi accolti nel 1956 dall’università di Padova) – i flussi migratori provenienti dall’estero iniziano infatti ad acquisire consistenza alla fine degli anni Sessanta. E questo accade, a differenza che in altre realtà europee, soprattutto nelle zone di frontiera. Come a Mazara del Vallo, dove nel 1968 inizia un massiccio afflusso di migranti tunisini, richiamati soprattutto dal settore della pesca, mentre in Friuli Venezia Giulia più o meno nello stesso periodo si consolida un canale analogo con la Jugoslavia (come ha illustrato nel suo contributo Ada Alvaro).

Un fenomeno che rimane a lungo locale e per certi versi marginale, anche dal punto di vista mediatico, ma che presenta fin dall’inizio alcune caratteristiche peculiari: “Innanzitutto l’estrema varietà – continua Colucci –. Da noi gli immigrati si stabiliscono subito in settori diversi del mercato del lavoro e in tante regioni: non soltanto nei territori più ricchi e nelle grandi città, come invece avviene nel resto d’Europa. Una presenza articolata e plurale, con un equilibrio spiccato tra la componente femminile e quella maschile e una grande diversità di nazionalità, culture e religioni”. Rispetto ad altri Paesi europei c’è inoltre anche un’altra differenza: in Italia il fenomeno migratorio continua a coesistere con larghe sacche di povertà, disoccupazione e sottooccupazione, oltre che con fenomeni migratori interni e in uscita che non si arrestano mai del tutto, nemmeno negli anni in cui è maggiore la crescita economica.

Si tratta del cosiddetto “modello migratorio mediterraneo” in cui i migranti, a differenza di quanto accade in Germania, in Francia e in Gran Bretagna, non arrivano durante il boom del dopoguerra ma quando l’economia inizia già a dare segni di crisi, ponendosi in diretta concorrenza con la manodopera italiana poco qualificata. Specie quella di origine meridionale, ma non solo: anche nelle zone frontaliere e pedemontane del Nord Italia, sottolinea nel suo intervento Paolo Barcella dell’università di Bergamo, poco a poco si sviluppa un sentimento di ostilità verso i nuovi venuti, non a caso in quelli che poi diventeranno i principali bacini elettorali leghisti. La cosa interessante è che spesso si tratta di zone di antica emigrazione, dove però è proprio la memoria storica a scavare una distanza tra popolazione locale e stranieri: “Dalle fasce più povere del Veneto e della Lombardia si andava soprattutto in Paesi come la Svizzera, la Germania o il Belgio, vivendo l’esperienza del Gastarbeiter o in alternativa del lavoratore trasfrontaliero –  racconta Barcella –. Proprio la durezza di quelle esperienze, legate alla tipologia del migrante senza diritti, che non poteva portare con sé la famiglia ed era concepito come mera forza lavoro, può aver contribuito a costruire la visione dei nuovi arrivati, prima meridionali e poi stranieri, come dei privilegiati”.

Un ulteriore aspetto originale dell’immigrazione all’italiana è l’alto tasso di burocratizzazione, che paradossalmente si accompagna con la mancata gestione del fenomeno, con ministeri che spesso assumono provvedimenti contrastanti fra loro, in assenza di dati certi e di una scelta politica di fondo. Fino alla Legge Foschi del 1986, che per la prima volta tenta di dare una cornice legale al fenomeno.

La storia dell’immigrazione nella Penisola continua a scorrere più o meno sottotraccia fino a tutti gli anni Ottanta, fino al brusco risveglio: il 25 agosto 1989 l’opinione pubblica viene scossa dall’omicidio Jerry Masslo, il cittadino sudafricano arrivato in Italia per sfuggire all’apartheid e finito a raccogliere pomodori a Villa Literno. Un mese dopo i braccianti organizzano uno sciopero che blocca le operazioni agricole in tutta la zona, mentre il 7 ottobre a Roma si svolge una manifestazione alla quale partecipano centinaia di migliaia di persone per chiedere una “legge giusta” sull’immigrazione. In Italia si apre una stagione di dibattito e di partecipazione inedita, che porta in pochi mesi all’approvazione della legge Martelli: inizia così una nuova epoca, il cui fenomeno migratorio non è più solo locale ma diventa una grande questione nazionale.

Appena due anni dopo, il 7 marzo del 1991, 27.000 migranti albanesi sbarcano in un solo giorno nel porto di Brindisi, a bordo di navi mercantili e di imbarcazioni di ogni tipo. Ma questa è un’altra storia: quella che arriva fino ai nostri giorni.

Daniele Mont D’Arpizio