Società

Stefano Dal Pozzolo/Contrasto

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La guerra contro i giovani

31 dicembre 2015

Abbiamo un presidente del consiglio giovane, ministri giovani e uno stile comunicativo giovanilista (Twitter, Facebook, i giubbetti di Renzi) ma l’Italia invecchia, scrive il demografo Alessandro Rosina: “Il 2014 è stato l’anno in cui il nostro Paese ha toccato il punto più basso di nascite della sua storia e il valore più alto del tasso di Neet. Non solo, quindi, ci troviamo a essere uno degli Stati con meno under 30 sul totale della popolazione, ma anche con la più ampia componente di inattivi tra essi. Di fatto quello che si è osservato è non solo un ‘degiovanimento’ demografico, ma anche una riduzione di peso e ruolo dei giovani nella società e nel mondo del lavoro. Si è creata una profonda discrasia tra giovani e sistema Italia”.

I Neet (Not in Education, Employment or Training) sono i giovani inattivi, che non studiano e non lavorano, una quantità che era già grande prima della crisi, continua Rosina, ma è diventata poi via via una montagna sempre più elevata. Il demografo dell’Università Cattolica di Milano attribuisce questa crescita a due specificità italiane: “un modello culturale che rende accettabile una protratta dipendenza dei figli adulti nella casa dei genitori e l’ampia quota di economia sommersa all’interno della quale prolifera il lavoro in nero”. Sarebbero queste due caratteristiche, il “familismo” italiano e l’economia sommersa a determinare le abnormi dimensioni dell’universo giovanile escluso sia dalla scuola che dal lavoro.

Secondo l’Istat, prima della crisi del 2008 si trovava nella condizione di Neet circa il 19% delle persone tra i 15 e i 19 anni, ben 1.850.000 giovani. Nel 2013 erano aumentati di un terzo, circa 2.400.000, il 26% di questa fascia d’età contro una media inferiore al 10% in Germania, Austria e paesi scandinavi. La media europea è attorno al 17%, già questa una cifra catastrofica.

Chi sono i Neet italiani? Si dividono sostanzialmente in tre gruppi: il primo è composto da neodiplomati o neolaureati che cercano lavoro, i più dinamici e “occupabili”. Il secondo gruppo è formato da “ragazzi scivolati nell’area grigia tra precarietà e non lavoro, con basse competenze ma buona disponibilità a riqualificarsi”. Il terzo gruppo, invece, è costituito da giovani che ormai non credono più nella possibilità di inserirsi nel mercato del lavoro, “bloccati da situazioni familiari problematiche o scoraggiati da esperienze negative”.

Questa situazione non è il risultato di un unico fattore, non ha una sola causa, è un problema che viene da lontano e quindi non ci sono soluzioni semplici. Prima di tutto l’Italia ha una percentuale molto alta di abbandoni scolastici precoci: il 17%. Chi ha una formazione scolastica bassa o nulla scivola più facilmente ai margini del mercato del lavoro e nel Sud italiano i ragazzi sono spesso poco motivati a proseguire la scuola e le famiglie a sostenere i costi di un’istruzione prolungata.

Per quanto riguarda l’istruzione superiore, basta guardare al rapporto Ocse Education at Glance per scoprire che l’Italia, con il 20% di laureati nella fascia 25-34 anni, occupa il 34° posto su 37 nazioni esaminate. Come mai? Non è un mistero: il tasso di passaggio dalla scuola superiore all’università, che nei paesi industrializzati si colloca attorno al 60%, in Italia è circa il 40%. Negli ultimi anni abbiamo assistito a un forte calo degli iscritti al primo anno: erano 338.482 nel 2003/04 si sono ridotti a 260.245 nel 2013/2014, quasi un quarto in meno (Padova, da questo punto di vista, è in controtendenza: le immatricolazioni nel nostro ateneo si sono mantenute stabili, attorno ai 10.000 nuovi iscritti alle triennali ogni anno).

Ma perché i giovani italiani non completano la scuola secondaria e poi non si iscrivono all’università? Per esempio ci si potrebbe domandare se l’investimento nella scuola pubblica sia sufficiente, non solo in termini quantitativi (aule, docenti, borse di studio) ma anche qualitativi (maestri e professori più giovani e più creativi, metodi e strumenti didattici più stimolanti). Non è facile portare alla fine del percorso scolastico chi viene da famiglie disagiate, non ha mai visto un libro in casa, non ha una biblioteca in città, come spesso accade nel Mezzogiorno: per farlo occorrerebbe investire, cosa che gli ultimi governi italiani si sono ben guardati dal fare.

Una volta completata la scuola secondaria, i giovani si trovano di fronte alla scelta se iscriversi o no all’università: la maggioranza di loro, come abbiamo visto, non lo fa, perché? Magari c’entra per qualcosa un ambiente socioculturale che promuove l’ignoranza. Non occorre soffermarsi più di tanto su quali modelli di successo personale promuovano trasmissioni televisive come “La pupa e il secchione” (per chi volesse approfondire, rimando al libro di Massimiliano Panarari L’egemonia sottoculturale). Guardiamo piuttosto a ciò che Rosina nel suo libro definisce la narrazione negativa dei mass media, sempre pronti a “dare enfasi a episodi di buone offerte di lavoro in qualche ambito specifico che non ottengono risposta”. Come spiega l’autore, nella maggior parte dei casi si tratta di “bufale”, di notizie infondate, o prese fuori dal loro contesto, da una stampa mainstream che non conosce le nuove generazioni e non le capisce.

Rosina è decisamente troppo indulgente verso il sistema dei media. Che dire, per esempio, delle ricorrenti campagne di editorialisti del Corriere della sera come Francesco Giavazzi o Roger Abravanel contro l’università? Abravanel, per esempio, recentemente scriveva: “I fisici dell’università di Padova che lavorano un anno dopo la laurea sono il 27 per cento, praticamente meno dei laureati in qualsiasi altra materia di qualsiasi università d’Italia. (…) Dopo aver frequentato Scienze politiche a Messina lavora il 33 per cento” e poi proseguiva così: “le aziende guardano a un laureato in Fisica con una certa preoccupazione. Pensano sia troppo teorico, poco orientato ai rapporti interpersonali: un nerd con la testa fra le nuvole”. Ecco, il problema italiano consisterebbe nel fatto che Enrico Fermi, Bruno Pontecorvo, Carlo Rubbia e molti altri fisici italiani, compresi quelli che hanno lavorato alla bomba atomica o vinto il Nobel, erano tutta gente con la testa fra le nuvole e “poco orientati ai rapporti interpersonali”.

Purtroppo, se a una lettura attenta le esternazioni di prestigiosi editorialisti appaiono per quello che sono, colossali sciocchezze, l’effetto complessivo che hanno sui lettori è quello di creare l’immagine di una università vecchia, inefficiente, inutile, e questo si ripercuote sulle scelte dei diciannovenni che devono decidere se iscriversi o no. A questo si aggiungono le affermazioni di un ministro del Lavoro che consiglia ai giovani di non studiare troppo, accontentarsi di 97 come voto di laurea e di non perdere tempo cercando di ottenere un 110 e lode: la frittata è fatta.

Alessandro Rosina fornisce un contributo assai utile per fotografare la situazione di una generazione di giovani colpiti dalla crisi ma non enfatizza a sufficienza il secondo aspetto del problema: le caratteristiche del mercato del lavoro italiano. Il capitolo “Le inefficienze del sistema produttivo” manca di un’analisi sui limiti e gli effetti negativi delle politiche per il mercato del lavoro in Italia negli ultimi 20 anni, politiche che hanno favorito l’esplosione della precarietà. Non solo: queste politiche erano e rimangono inserite nel quadro delle politiche di austerità europea che sostanzialmente hanno accettato livelli elevatissimi di disoccupazione e sottoccupazione in nome degli equilibri di bilancio. Forse a questo punto occorrerebbe chiedersi se la forza lavoro giovanile a basso costo del nostro Paese non abbia una funzione economica precisa.

In un certo senso, i Neet sono il frutto di politiche sbagliate o contraddittorie ma essi svolgono anche la funzione di esercito industriale di riserva e contribuiscono, in un sistema produttivo a bassa innovazione come quello italiano, a perpetuare una condizione di sfruttamento dei giovani, basata su bassi salari, mansioni ripetitive e nessuna prospettiva di carriera. In quest’ottica, forse il problema non è il “modello culturale” che determina la dipendenza dai genitori ma semplicemente il fatto che i giovani sono senza mezzi per ottenere l’indipendenza dalle famiglie.

Il 2016 dovrebbe ripartire da qui.

Fabrizio Tonello

Il libro: Alessandro Rosina, NEET. Giovani che non studiano e non lavorano. Milano, Vita e pensiero, 2015.