Università e scuola

Gianfranco De Bosio in una foto degli anni Sessanta. Foto: ARCHIVIO/A3/CONTRASTO

Università e scuola

Gianfranco De Bosio: la passione per il teatro inizia all’università

6 novembre 2017

Tullio Kezich lo definì “il sergente di ferro del teatro italiano” e al cinema ha diretto attori come Burt Lancaster, Gian Maria Volontè e Michele Placido; il suo film Il terrorista, ispirato all’esperienza nella lotta partigiana, piaceva a Sartre, ma anche a Burghiba e a Castro. Eppure per Gianfranco De Bosio, coriaceo veronese classe 1924, la regia più bella rimane quella della sua vita (dal titolo della sua autobiografia artistica e intellettuale, uscita l’anno scorso per Neri Pozza).

Un’avventura artistica che ha segnato il mondo culturale italiano ma che è partita dall’università di Padova, dove De Bosio nel 1946 si laurea in letteratura francese con una tesi su Molière, relatore Diego Valeri. Qui l’anno prima, su impulso di Valeri e di personaggi come Manara Valgimigli, Egidio Meneghetti e Aldo Ferrabino, il regista aveva fondato il gruppo di teatro universitario: “Subito dopo la liberazione c’era un’atmosfera oggi quasi inconcepibile, piena di entusiasmo e di iniziative – racconta oggi dalla sua casa di Milano De Bosio –. Non c’era solo il teatro: avevamo tre giornali universitari e persino una radio indipendente, realizzata con un’apparecchiatura catturata ai tedeschi. Fino a quando, 5-6 anni dopo, è subentrata la normalizzazione”.

Facciamo però un passo indietro. Prima del 1945 De Bosio partecipa alla guerra di liberazione con la brigata “Silvio Trentin” guidata da Otello Pighin: il comandante ‘Renato’ medaglia d’oro al valore militare, assistente alla cattedra di ingegneria ucciso dai fascisti della “Banda Carità”. Ancora oggi il regista si emoziona mentre ricorda l’azione partigiana condotta al Bo assieme ad alcuni compagni, nella notte tra il 7 e l’8 febbraio 1944: “Penetrammo nel dipartimento e mettemmo una bomba nello studio di un professore notoriamente repubblichino. Poi tracciammo sui muri delle scritte antifasciste e coprimmo di nero il ritratto del rettore Anti, dove scrivemmo ‘Marin Faliero’, dal nome del doge traditore. Scappammo prima che albeggiasse: il giorno dopo ne parlò anche Radio Londra”. In quegli anni non era raro rischiare la vita: “Molti amici morirono, allora non era così strano – continua l’uomo di teatro –. Una volta in via Galilei stavo per cadere nelle mani delle SS; riuscii a scappare fortunosamente e sto ancora correndo!”.

Il periodo bellico è decisivo per la formazione di De Bosio, che in seguito viene anche tentato dalla politica: membro del Cln veronese, nel maggio del 1945 partecipa a Roma al convegno dei gruppi giovanili della Democrazia Cristiana, che si candiderà a guidare contro un giovane Giulio Andreotti. Con il politico romano rimarrà comunque un rapporto di cordialità e di simpatia: sarà proprio Andreotti, in qualità di sottosegretario alla presidenza del consiglio con delega allo spettacolo, ad appoggiare l’esperienza teatrale universitaria a Padova. Alla fine comunque il veronese decide di abbandonare definitivamente l’attività pubblica – nella quale gli subentra il padre Francesco, in seguito senatore per tre legislature e rappresentante presso le Comunità Europee –  e di dedicarsi alla sua passione artistica.

Nasce cosi il Teatro Universitario padovano, per anni all’avanguardia nel panorama italiano. Alle recite trasmesse per radio segue nel 1946 la prima rappresentazione: le Coefore di Eschilo vengono portate in scena in diversi teatri del Veneto nella raffinata traduzione di Valgimigli, per essere infine rappresentate all’aperto tra gli operai di padovani, vicino all’officina ferroviaria della Stanga (per la tomba di Agamennone viene scelto un carrello ferroviario). È l’inizio di una delle avventure culturali più interessanti del panorama padovano del dopoguerra: attorno a De Bosio si raccolgono attori, intellettuali e artigiani di scena come lo scenografo Mischa Scandella e il grande maestro delle maschere Amleto Sartori, oltre al celebre mimo Jacques Lecoq, conosciuto a Parigi.

Quello dell’ateneo padovano non è un qualunque teatro amatoriale ma una vera e propria compagnia stabile, che vede nel teatro lo strumento per un forte impegno sociale e che mette in scena per anni un ricco cartellone di rappresentazioni e di eventi di ottimo livello. A Padova ad esempio arriva il regista americano Eric Bentley, autore di una rilettura del lavoro in chiave epica di Bertolt Brecht che proprio dalla città euganea si diffonde poi in tutta Italia. E sempre dal teatro universitario padovano, con la Moscheta messa in scena nel 1950 per la prima volta in lingua originale, parte quella rivalutazione dell’opera di Ruzante che arriva fino a giorni nostri attraverso l’opera di Dario Fo, che di De Bosio sarà amico ed estimatore.

Proprio ad Angelo Beolco nel 1951 viene dedicata la nuova sede della compagnia, in Riviera Tito Livio 33: quel teatro Ruzante che ancora oggi appartiene all’ateneo. “Fino alla fine della guerra l’edificio ospitava la sede provinciale dei Fasci di combattimento, poi fu preso dalla Croce Rossa – spiega al Bo De Bosio –. In seguito il professor Vittorio Scimone, presidente della sezione della CRI e padre del famoso musicista Claudio, decise di mettercelo a disposizione. Appena vidi il monumentale androne di ingresso pensai che sarebbe stata ottimo per ricavarne un teatro, poi noi stessi adattammo il luogo e costruimmo il palco con l’aiuto di maestranze e macchinisti teatrali del vicino Teatro Verdi”. Un luogo che rimane ancora nella memoria del maestro veronese, “anche se purtroppo oggi viene usata soprattutto per lezioni e convegni…”, ci dice con un velo di tristezza.

L’inaugurazione della nuova sede non porta bene all’esperimento padovano, che vedrà la fine l’anno successivo: “Il vento era cambiato, molti dei docenti che ci avevano incoraggiato e protetto si erano ormai allontanati – continua De Bosio –. Così alla fine ci tolsero i fondi e ci chiusero; a nulla valse l’opinione contraria del ministero dello spettacolo: persino il professor Franz De Biase, grande uomo di teatro, venne a Padova apposta per difenderci. Fu tutto inutile”.

E così che inizia la seconda parte della carriera di De Bosio, che fino ad allora aveva rifiutato di andare in teatri più grandi e prestigiosi: dal 1957 al 1968 dirige il Teatro Stabile di Torino, poi diventa sovrintendente all’Arena di Verona, che con lui cambia faccia: “Prima era una specie di succursale della Scala, durante la mia direzione siamo diventati uno dei primi teatri lirici in Italia. E il mio allestimento dell’Aida del 1982 continua ad essere ancora rappresentato”, dice con soddisfazione.

L’impegno con il teatro non impedisce a De Bosio incursioni anche nel cinema e nella televisione; è del 1963 il film Il terrorista, sempre secondo Kezich ‘una radiografia della Resistenza vent’anni dopo, una verifica, un esame di coscienza’: “Un’opera a cui tengo particolarmente, perché racconta la resistenza in Veneto ed è ispirata al mio comandante Otello Pighin, al quale volevo rendere omaggio. Proprio a lui è ispirato il personaggio poi interpretato da Gian Maria Volontè”. Nel 1974 arriva il Kolossal tv Mosè, interpretato da Burt Lancaster: “Restammo per mesi in Israele per girare, nei luoghi della Bibbia: per due volte dovemmo sospendere le riprese a causa della guerra, la prima dopo appena tre giorni per la guerra del Kippur”. In seguito il produttore Lew Grade propone al regista anche di fare una serie su Gesù, che poi sarà girata da Zeffirelli; stavolta però il regista declina per tornare al suo ultimo amore: la lirica.

Oggi Gianfranco De Bosio, 93 anni appena compiuti, si dedica a formare nuove generazioni di attori e di registi nella scuola di recitazione del Piccolo Teatro di Milano, ancora pieno di progetti e di obiettivi: “Insegno qui dal 1998, e quest’anno realizzerò un cortometraggio sulla nascita della scuola”. Sempre instancabilmente al lavoro: per i giovani e per il teatro.

Daniele Mont D’Arpizio
Con la collaborazione del Centro per la storia dell’Università di Padova