Università e scuola

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Generi e linguaggi: linee guida contro la discriminazione

23 novembre 2017

Le parole sono importanti, anche negli atti ufficiali di un ateneo. L’università di Padova ha presentato nei giorni scorsi le linee guida per promuovere l’uso di un linguaggio non discriminatorio e attento alle differenze di genere nella comunicazione istituzionale, nei documenti e negli atti amministrativi, negli eventi pubblici e nella quotidianità accademica. A tal fine, il gruppo di lavoro per un approccio di genere al linguaggio amministrativo e istituzionale dell'università di Padova ha prodotto un libretto contenente le linee guida per un linguaggio amministrativo e istituzionale attento alle differenze di genere, iniziativa che si inserisce all'interno del Piano di azioni positive del triennio 2015–2017.

I valori di equità, inclusione e apertura sono il cuore dello statuto di un'università, quella patavina, che si fa carico dell'importanza di educare alle differenze e alle pari opportunità. “Il nostro futuro dipende da questo impegno” ha rimarcato in apertura del convegno Annalisa Oboe, prorettrice alle relazioni culturali, sociali e di genere.

Nel solo mese di novembre questo impegno si è concretizzato, tra le altre cose, negli incontri proposti dall’ateneo con Leymah Gbowee, liberiana premio Nobel per la pace nel 2011, e con Kalamani Arumugam, presidente di Care&Share Foundation, per promuovere la parità di genere e sensibilizzare alle problematiche globali connesse alla condizione della sottomissione della donna.

Lingua e linguaggio sono oggetti flessibili, in evoluzione, che si adattano alle modifiche della realtà sociale ma che possono anche contribuire a modificarla. Il linguaggio dà forma a come gli umani pensano e agiscono nel mondo, è uno strumento potente per promuovere i valori di una cultura. “Le parole possono articolare concetti complessi, affermare diritti, ma al contempo possono veicolare asimmetrie o rafforzare preconcetti. Il linguaggio è perciò un ambito in cui si possono produrre e perpetuare stereotipi” ha sottolineato la prorettrice Annalisa Oboe. 

Uno dei primi studi organici sul sessismo linguistico si deve ad Alma Sabatini (1922-1988), saggista, linguista e attivista femminista per i diritti civili: nel 1987 Sabatini curò una pubblicazione dal titolo  “Il sessismo nella lingua italiana” all'interno della quale vi erano delle raccomandazioni per un uso non sessista del linguaggio rivolte alle scuole e all’editoria scolastica, per proporre l’eliminazione degli stereotipi di genere. Nelle raccomandazioni si metteva in risalto la prevalenza del genere maschile e si sottolineava il mancato uso di termini istituzionali declinati al femminile.

Presente all'incontro era anche Laura Onofri, consigliera del Comune di Torino e componente della commissione regionale per le pari opportunità del Piemonte, tra le fondatrici del movimento Se Non Ora Quando?, che ha raccontato l'esperienza della campagna lanciata l'8 marzo 2015 (“Donne con la A”) sul corretto uso del genere nel linguaggio in tutta la società, dalle scuole alle istituzioni. “L'iniziativa ha riscosso un grande successo e molte istituzioni si sono dette pronte a mettere in pratica queste iniziative” ha detto Laura Onofri. L'iniziativa ha portato alla presentazione, l'anno successivo, della carta d'intenti “io parlo e non discrimino”, rivolta agli enti pubblici, a quelli privati, agli ordini professionali e a tutti coloro che si dicano pronti a iniziare questo cambiamento nell'uso del linguaggio degli atti, della documentazione, degli statuti, della comunicazione interna e esterna. “In Piemonte il Consiglio regionale e il Consiglio comunale di Torino hanno approvato due mozioni che impegnano le amministrazioni a superare le forme di discriminazione nel linguaggio negli atti ufficiali” ha riportato Laura Onofri.

Stefania Cavagnoli, professoressa associata a Tor Vergata di glottodidattica e linguistica applicata, esperta di linguistica giuridica e autrice del libro “Linguaggio giuridico e lingua di genere: una simbiosi possibile”, ha affrontato, tra le altre questioni, il problema dell'invisibilità linguistica: quello che non si nomina non esiste. La discriminazione avviene non solo con atti fisici ma anche con atti linguistici, persino con il non detto. “È un problema di potere e il linguaggio giuridico è androcentrico” ha dichiarato Stefania Cavagnoli. “Un contratto preliminare di compravendita è sempre al maschile, come se le donne non firmassero contratti”. Persino la costituzione italiana è scritta al maschile. L'art. 36 recita: “il lavoratore ha diritto a una retribuzione...”; l'art. 37: “la donna lavoratrice ha gli stessi diritti...”. In alcuni articoli viene sottolineato che la donna gode degli stessi diritti, mentre in altri non viene sottolineato. Stefania Cavagnoli conclude che un'interpretazione letterale del testo potrebbe dunque risultare se non altro fuorviante.

Il professore di linguistica italiana dell’università di Padova Michele Cortelazzo ha presentato il libretto prodotto dal gruppo di lavoro e distribuito durante l'incontro, all'interno del quale è presente anche un utile vademecum sulle regole della grammatica italiana per la trasformazione di nomi maschili in nomi femminili. Citando Gramsci, ha ricordato che “quando nella storia emerge la questione della lingua è segno che stanno cambiando i rapporti sociali”. Nella sua evoluzione dal latino, la lingua italiana non ha mantenuto il genere neutro, o meglio, il neutro in italiano è reso dal cosiddetto maschile non marcato. “Ammesso che sia neutro, di certo il maschile non marcato non è neutrale” ha dichiarato Michele Cortelazzo. Nell'utilizzo di alcuni nomi al femminile poi persiste nel senso comune un'immagine di minor prestigio. “Parliamo di maestra, cuoca, nuotatrice, infermiera, perché lo stesso trattamento non dovrebbero averlo parole che si manifestano al maschile come ministro, sindaco, assessore, avvocato, architetto, ingegnere, direttore o rettore?”. Secondo Tullio De Mauro, linguista e ex ministro dell'istruzione, come riportato in un'intervista pubblicata nel 2016, “quando abbiamo iniziato a dire “ministra” e “sindaca” molti hanno sobbalzato. Ma le donne ministro o sindaco non c’erano mai state. Nato il ruolo è giusto che il vocabolario si adegui. La lingua ci autorizza a usare i femminili. Usiamo i femminili, con qualche attenzione”.

Alla possibile obiezione secondo cui la lingua non si impone, Cortelazzo risponde che le linee guida proposte mirano solo a dar risposte a incertezze su come si ci può riferire alle donne negli atti, nei bandi, nella documentazione di ateneo. Si può ad esempio usare lo sdoppiamento in forma estesa (care studentesse e cari studenti) o contratta (il/la segretario/a), si possono usare pronomi relativi e indefiniti (chi), parole opache rispetto al genere (persona o persone), o termini collettivi e astratti (l'utenza invece che gli utenti).

All'incontro si è dimostrato partecipe anche il pubblico, da cui sono giunti spunti importanti: il 20 novembre infatti ricorre il TDOR (Transgender Day of Remembrance), la giornata internazionale in ricordo delle vittime della transfobia, celebrata per la prima volta nel 1998.  La fluidità di genere potrebbe abbracciare un discorso che va oltre la distinzione binaria del genere. Alla domanda su come si può essere più inclusivi nei confronti di chi non si riconosce in nessuno dei due generi, Michele Cortelazzo risponde che la soluzione è usare termini astratti o opachi rispetto al genere, perché l'italiano è una lingua che contiene due generi e le lingue non si cambiano a tavolino. La lingua oggi offre dei vincoli precisi e l'intenzione è quella di sfruttare a pieno le possibilità che la lingua offre, non cambiare la lingua.

Il 15 dicembre, in aula magna di Palazzo Bo è in programma la presentazione del primo bilancio di genere dell’università di Padova a cura del comitato per il bilancio di genere dell’ateneo.

Francesco Suman