Scienza e ricerca

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Frodi scientifiche: il lato oscuro della scienza

12 dicembre 2017

La scienza è un'impresa umana e gli errori nella scienza sono all'ordine del giorno, anzi si potrebbe dire che l'errore sia un elemento costitutivo dell'impresa scientifica stessa: qualunque teoria o ipotesi scientifica che risulti vera è sempre e solo vera fino a prova contraria. La scienza evolve per falsificazioni, diceva Karl Popper in Congetture e confutazioni.

Ciò che non dovrebbe essere all'ordine del giorno invece è la disonestà. Esiste infatti nella scienza un'accezione molto meno nobile del termine falsificazione: quando si parla di frodi scientifiche, falsificazione assume il significato di manipolazione, dei dati di un esperimento, o di fabbricazione, dei dati stessi, o ancora di plagio, di dati altrui.

Di questo lato oscuro della scienza ha parlato nelle aule del nostro ateneo Ernesto Carafoli, classe 1932, Accademico dei Lincei con una vita dedicata alla ricerca biomedica, esperto di calcium signaling (ovvero lo studio del ruolo degli ioni calcio nella comunicazione e nel metabolismo cellulare), oggi affiliato al Vimm (Venetian institute of molecular medicine) di Padova, che a riguardo ha scritto un lavoro pubblicato dai Rendiconti dell'Accademia dei Lincei. Ci si potrebbe aspettare che uno scienziato del suo calibro incontri una platea di studenti celebrando i valori e la bellezza della ricerca. E sicuramente questo è accaduto, ma in modo indiretto, ammonendo le nuove leve nei confronti dei rischi che il sistema publish or perish (pubblica o perisci) può celare.

In ambito biomedico la manipolazione dei risultati spesso consiste, con l'ausilio di noti software, nel ritocco di quelle immagini che illustrano, si suppone, i risultati di un esperimento. Il caso più tristemente noto è quello di Yoshiki Sasai, esperto di cellule staminali del RIKEN Center for Developmental Biology di Kobe, che nell'agosto del 2014 si tolse la vita: fu scoperto che due articoli pubblicati su Nature dal suo gruppo di ricerca, e poi ritirati dalla rivista,contenevano immagini manipolate. Un'indagine condotta dal RIKEN rivelò che una sua ricercatrice, Haruko Obokata, aveva effettivamente commesso la frode.

“Ma questi casi di fabbricazione e manipolazione di dati sono vertiginosamente aumentati. Negli ultimi anni è diventato un fenomeno di massa” ha spiegato Ernesto Carafoli. Secondo PubMed, il più importante archivio di letteratura scientifica biomedica al mondo, dal 1977 al 2011 sono stati ritirati circa 2.000 articoli scientifici. A partire dagli anni Duemila, il tasso di crescita degli articoli ritirati è cresciuto molto più in fretta del tasso di crescita degli articoli pubblicati, secondo un articolo del 2011; si parla comunque di percentuali fortunatamente basse, nell'ordine di 1 ogni 20.000 articoli pubblicati.

“Le cause di questo fenomeno – ha detto Ernesto Carafoli – possono essere molteplici”. L'aumento esponenziale del numero di ricercatori non è stato accompagnato da adeguate politiche di finanziamento della ricerca, mentre gli avanzamenti di carriera e l'assegnazione di finanziamenti sono restati altamente dipendenti dalla pubblicazione su riviste ad alto impact factor. “Ciò ha chiaramente generato un circolo vizioso per cui pubblicare è diventato sempre più difficile e la competizione esasperata ha portato a un aumento degli errori negli studi pubblicati e, più tristemente, all'aumento delle frodi”.

Nel settore biomedico, la rivista Tumor Biology lo scorso aprile ha ritirato 107 articoli di autori cinesi, pubblicati a partire dal 2012, dopo aver scoperto irregolarità nel procedimento di peer review: un'indagine ha rivelato che le revisioni degli articoli erano state compiute a nome di veri esperti, ma spedite da finti indirizzi e-mail.

Un fattore individuato da Ernesto Carafoli che concorre all'aumento di errori e frodi è infatti l'impressionante sviluppo di ricerche in aree geografiche che fino a pochi anni fa producevano molto poco. Il caso della Cina è emblematico per comprendere il fenomeno. Un articolo pubblicato nel 2013 su Science riportava che in Cina dal 2002 al 2012 il numero delle pubblicazioni scientifiche è passato da 41.417 a 193.733, rendendolo il paese più prolifico dopo gli Stati Uniti. Delle circa 9.500 riviste accademiche cinesi, circa 4.600 sono scientifiche, ma solo 189 sono in lingua inglese. Esistono agenzie che offrono la traduzione in inglese di articoli cinesi, esistono agenzie che supportano l'autore nella fase di presentazione (submission) del lavoro alle riviste, ma purtroppo esistono anche agenzie, riporta il medesimo articolo di Science, che forniscono addirittura i dati da inserire nel lavoro stesso. In molte università cinesi, i ricercatori, per la pubblicazione di un articolo su riviste del Science Citation Index (che ne riunisce 3.764), ricevono un premio in denaro, che va dai 30 dollari fino ai 165.000 per le riviste più prestigiose, come riporta uno studio recente. Per pubblicare su Nature o Science il compenso medio nel 2008 era di 26.212 dollari, nel 2016 di 43.783 dollari.  Questo “incentivo” in realtà non fa altro che alimentare le già forti pressioni che gravano sui ricercatori, andando a detrimento della qualità del lavoro di ricerca. Dal 2012 al 2016 in Cina sono stati ritirati più paper di quanti ne siano stati ritirati in tutti gli altri paesi messi insieme.

Un altro fattore da considerare è la proliferazione di riviste open access, ovvero quelle riviste che richiedono agli autori di pagare una quota per sostenere i costi di pubblicazione e diffusione dei lavori. Tra il gennaio e l'agosto del 2013, John Bohannon ha presentato un lavoro volutamente pieno di errori e inesattezze a 304 riviste open-access. Più della metà di queste ha accettato e pubblicato l'articolo.

“Un discorso a parte andrebbe fatto per la questione della riproducibilità dei dati, garanzia del valore scientifico del lavoro” ha detto Ernesto Carafoli. Begley e Ellis nel 2012 in un articolo su Nature hanno analizzato 53 lavori in ambito biomedico, mostrando che solo 6 (l'11%) contenevano risultati riproducibili. Un altro tipo di riflessione ancora meriterebbe l'importanza che viene attribuita agli indicatori bibliometrici; fondamentali (in Italia in particolare) risultano quelli che misurerebbero la produzione dei ricercatori per ottenere gli avanzamenti di carriera.

“Perché si commette frode scientifica? Per la rincorsa al successo accademico, per la carriera, ma si pensa anche per danneggiare colleghi” ha detto Ernesto Carafoli. Può capitare infatti che alcuni ricercatori pubblichino dati di altri gruppi di ricerca al fine di trarne qualche forma di vantaggio: può trattarsi “semplicemente” di plagio, oppure, più diabolicamente, ciò può avvenire con lo scopo di danneggiare un rivale che ad esempio con quei dati avrebbe potuto far richiesta di un brevetto.

Sebbene la frode scientifica possa avere anche epiloghi tragici (il caso giapponese), di norma non viene considerata un crimine. La maggior parte dei casi di frode scientifica viene risolta internamente all'istituzione, che può arrivare alla revocazione della posizione accademica. È questo il caso di Andrew Wakefield, autore del paper in cui veniva sostenuta una correlazione tra vaccino trivalente e comparsa di autismo. L'articolo, pubblicato nel 1998 sulla rivista Lancet (una delle più importanti riviste in ambito biomedico) fu ritirato nel 2010 in seguito all'indagine del giornalista Brian Deer e all'inchiesta del General Medical Council. La frode in questo caso non era solo scientifica: si scoprì che Wakefield ricevette oltre 500.000 sterline da un avvocato che stava per iniziare una causa contro le case produttrici del vaccino in vista di ottenere un risarcimento miliardario. Wakefield per questo fu espulso dalla British Medical Association e licenziato dall'ospedale in cui lavorava.

Il caso Wakefield insegna che le conseguenze di un atto disonesto, compiuto a fini egoistici, possono sfuggire da ogni possibile controllo, arrivando a danneggiare intere comunità. Il processo di peer-review può venire aggirato, ma ad oggi resta il sistema di controllo migliore che abbiamo a disposizione, perché è un sistema basato sul valore delle competenze e su un principio di cooperazione. Occorre probabilmente rafforzarlo. Seppur alcune riviste già paghino gli esperti per il lavoro di revisione, molte ancora non adottano queste misure e ciò potrebbe essere un fattore che contribuisce a non ottenere il massimo della qualità.

Un ultimo curioso dato riportato da Ernesto Carafoli: circa due terzi degli autori che commettono frode sono maschi. Questo forse non è un gender gap che vogliamo colmare. Va tuttavia tenuto presente che, secondo l'Unesco Institute for Statistics, meno del 30% dei ricercatori nel mondo sono donne.

Francesco Suman