Università e scuola

Un esemplare di litopterna

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Fossili di animali straordinari e dove trovarli

7 agosto 2017

Notoungulata, Litopterna, Condylartra. Grossi animali tozzi con la testa piccola, o minuti, agili, dotati di denti aguzzi e orecchie appuntite all’insù; o simili a tigri sproporzionate, a marsupiali dalle grandi orecchie, a cavalli dal ventre ampio e una piccola proboscide. Perfino Darwin, avvezzo alle bizzarrie del mondo animale, li definì the strangest animal ever, gli animali più strani di sempre. Sono i mammiferi sudamericani del Cenozoico, le cui testimonianze trovano casa anche a Padova, al Museo di Geologia e paleontologia dell’università. E che grazie a una collaborazione internazionale e a un team italo-argentino da qualche tempo sono state recuperate, ordinate e rese fruibili agli studiosi.

La collezione Egidio Feruglio, che comprendeva fossili e calchi di diversi mammiferi estinti dell’Eocene, era arrivata a Padova negli anni Trenta ma solo una piccola parte era stata esposta in quello che allora era il Museo dell’istituto geologico della Regia università di Padova, diretto da Giorgio Dal Piaz (1874-1962). Il resto della collezione rimase per decenni in casse, sacchi e scatole da sigari nel deposito del museo. Piccole note scritte a mano da Feruglio, il donatore, davano indicazione del loro contenuto, ma in diversi casi quei foglietti s’erano staccati ed erano finiti sul fondo dei contenitori. Le scatole si erano rovesciate, qualche reperto s’è frammentato, altri si erano mescolati. Così il lavoro di Feruglio si doveva riprendere in mano. E lo si è fatto attraverso un’iniziativa di cooperazione internazionale finanziata dall’Università di Padova e che ha visto al lavoro di studiosi del Consejo Nacional de Investigaciones Científicas y Técnicas argentino, Barbara Vera e Francisco Goin, e lo staff del museo padovano, con la conservatrice, Mariagabriella Fornasiero, e Letizia Del Favero.

sigaro
Alcuni reperti conservati nei contenitori originali: a sinistra una scatola di sigari, a destra si intravede un sacchetto in cotone. Da “The Egidio Feruglio’s collection in the Museum of Geology and Palaeontology of the University of Padova” (Vera – Fornasiero - Del Favero)

Ciò che Egidio Feruglio aveva donato ha riacquistato dignità e valore, rivelando la propria importanza scientifica. In particolare, a rendere la collezione una risorsa particolarmente preziosa per la ricerca sui mammiferi sudamericani è la presenza di olotipi, esemplari tramite il quale è stata descritta per la prima volta una specie. È il caso, ad esempio, di alcuni reperti scavati da Feruglio a Bajo Palangana e che hanno condotto il celebre paleontologo George Gaylord Simpson alla definizione del Polydolops winecage e dell’Ernestokokenia chaishoer. La collezione che Feruglio aveva donato al museo padovano, giunta in due momenti distinti, nel 1935 e 1936, aveva infatti fatto tappa intermedia all’American Museum of Natural History di New York per essere studiata proprio dal paleontologo americano, con il quale Feruglio intratteneva un rapporto d’amicizia. “I fatti sono documentati dallo scambio di varie lettere tra Dal Piaz e Simpson e tra Dal Piaz e il rettore di allora. La controparte consistette nella stampa del lavoro di Feruglio Paleontographia patagonica nelle Memorie di Scienze Geologiche. Il valore della collezione fu stimato in 10.000 lire dell'epoca, circa quindi 11.600 euro”, racconta Mariagabriella Fornasiero.

Ma sono migliaia i reperti scavati negli anni Venti e Trenta in Patagonia da un personaggio vitale e curioso, viaggiatore e studioso, talora definito riduttivamente “esploratore”. Quando scrisse il suo primo breve saggio di speleologia, Feruglio aveva 16 anni ed era vice segretario del Circolo speleologico e idrogeologico friulano. Viveva a Tavagnacco, in provincia di Udine, settimo di dodici figli. Una passione rivelata precocemente, quella per la geologia e le esplorazioni, che lo condusse ventitreenne ad una laurea in scienze naturali a Firenze. E poi il lavoro da naturalista a Udine e quello accademico a Cagliari, la pubblicazione di diversi studi scientifici. Quindi la partenza nel 1925, per l’Argentina, dove aveva ottenuto d’entrare come geologo nella direzione dei Giacimenti petroliferi demaniali. Un breve rientro in patria tre anni dopo per sposare l’amata Amelia e nel contempo specializzarsi nello studio dei fossili all’università di Bologna; poi di nuovo in Argentina, in Patagonia. Ci provò, Feruglio, a ritornare di nuovo in Italia, stabilmente, ma alla richiesta di iscriversi al partito fascista per poter accedere alla docenza di paleontologia a Bologna, oppose un secco rifiuto. E così si ritrovò a condurre le sue ricerche nuovamente in Patagonia e nella Terra del Fuoco per poi affermarsi in ambito accademico negli anni Quaranta all’università di Mendoza. Accanto alle attività da cattedratico, Feruglio continuò le sue appassionate ricerche sul campo: in tenda, a cavallo di muli, in lande desolate e spettacolari, in Uruguay, Cile, Brasile, sulla Cordigliera del Lago Argentino. Pubblicò la sua grande opera “Descripciòn Geològica dela Patagonia”. E dopo la guerra, nel 1948, tornò definitivamente in patria, dove insegnò a Pisa, Torino e Roma. Morì nel 1952 nel suo Friuli, a Udine.

Il dono di Egidio Feruglio è tornato in questi anni a raccontare la sua storia. “Tutta la collezione Feruglio, costituita da alcuni crani, frammenti di mandibole, denti, vertebre e parti di ossa lunghe, comprende più di 700 reperti, di cui 575 sono stati studiati in dettaglio” racconta Mariagabriella Fornasiero. Oltre alla collezione Feruglio, sottolinea la conservatrice, “Il museo di Geologia e paleontologia acquisì, nei primi decenni del Novecento, altri fossili e calchi di mammiferi sudamericani, tra cui alcuni resti donati dal naturalista argentino Florentino Ameghino e alcuni calchi lasciati dallo studioso Alfredo Castellanos”. Da Padova, dunque, i fossili di mammiferi cenozoici raccontano, a chi sa leggerla, la storia paleontologica dell'Argentina, e della nostra Terra.

Chiara Mezzalira

egidio feruglio

Egidio Feruglio in Patagonia nel 1936. Da Vera-Fornasiero-Del Favero, op. cit.