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Foto: Reuters/Alessandro Bianchi

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Figli di nessuno: i minori nel fenomeno migratorio

17 gennaio 2018

È stato un altro anno di migrazioni quello che si è appena chiuso, di arrivi, sbarchi, salvataggi, vittime, polemiche, politiche più o meno efficaci.
Sono raccolti nelle 500 pagine del Dossier statistico Immigrazione 2017, curato dal Centro studi e ricerche IDOS in collaborazione con il Centro studi Confronti, i numeri che raccontano l’immigrazione in Italia e in Europa. Ma esiste un’altra faccia di questo fenomeno, diversa da quella che siamo abituati a riconoscere attraverso le immagini e le informazioni che ci rimandano i diversi sistemi d’informazione, quella dell’immigrazione più giovane, meno visibile, quella che racconta di migliaia di minori stranieri che partono e arrivano nel nostro o in altri Paesi, soli.
Per la loro tutela, lo scorso aprile è stata approvata dal Parlamento italiano una nuova legge (47/2017) che ne disciplina l’accoglienza e la protezione e che regola gli aspetti fondamentali della vita di questi piccoli migranti: dalle procedure di identificazione e accertamento dell’età, agli standard d’accoglienza, dalla istituzione della figura di un tutore alla promozione dell’affido familiare, dalle cure sanitarie all’accesso all’istruzione.
Abbiamo chiesto una riflessione sul tema alla professoressa Barbara Segatto, docente di Sociologia della famiglia e dell’infanzia dell’ateneo di Padova.

Sono in aumento rispetto al passato i minori stranieri soli che arrivano nel nostro Paese e in Europa e sono sempre più giovani. Quali fattori hanno determinato questo cambio di prospettiva rispetto agli anni scorsi?

I minori e i giovani migranti sono diventati un vero e proprio soggetto migratorio in virtù, proprio, della loro crescita numerica all’interno del più vasto fenomeno migratorio: si stima che dal 2011 al 2016 ne siano giunti più di 60.000 (circa 25.000 nel 2016, più del doppio del 2015 quando ne erano arrivati circa 13.000) e che costituiscono nel 2017 circa il 15% degli arrivi. Negli anni, inoltre, l’età si è via via abbassata e sono in crescita i minori stranieri non accompagnati (MSNA) che hanno 12, 13 o 14 anni. Sono perlopiù maschi (il 90% circa) e giungono da contesti prevalentemente di malnutrizione, epidemie, povertà, violenza, guerra e mancanza di libertà civili spinti dalla speranza di trovare un lavoro ed un futuro migliore.
I minori che scappano da guerre, persecuzioni e conflitti, provengono perlopiù da Afghanistan, Gambia, Eritrea, Somalia, Siria, Nigeria. I minori mandati dalle famiglie, emigrati per ragioni economiche alla ricerca di opportunità lavorative invece, vengono soprattutto da Bangladesh e Egitto mentre quelli attratti da ‘nuovi modelli e stili di vita’ provengono soprattutto dalla Tunisia.
Non tutti i minori però giungono in Italia attraverso le reti illegali, alcuni vengono accompagnati da parenti o genitori fino al confine o attraverso reti autonome e autogestite. Questi ultimi sono maggiormente esposti a violenze di vario genere e probabilmente, in una percentuale abbastanza significativa ma ad oggi difficile da stimare, non hanno iniziato il viaggio da soli ma si sono ritrovati soli successivamente.

Una volta che un minore arriva solo nel nostro Paese, cosa succede? Quali procedure vengono messe in atto?

Il Piano Nazionale Integrazione prevede due livelli di accoglienza. La primissima, nei centri di accoglienza straordinaria (CAS),viene realizzata nei contesti di ingresso nel nostro Paese attraverso strutture governative ad alta specializzazione che hanno funzione di identificazione ed eventuale accertamento dell’età e dello status anche al fine di accelerare l’eventuale ricongiungimento con parenti presenti anche in altri Paesi dell’Ue. Queste strutture sono individuate e autorizzate dalle Regioni con il coordinamento del ministero dell’Interno. Al momento il numero di posti disponibili presso queste strutture non è sufficiente a coprire quello degli ingressi per questo ne vengono aperte di temporanee o ancora, più frequentemente, capita che i MSNA vengano collocati nelle strutture dedicate agli adulti quindi in ambiente non ‘a misura di minore’ né pienamente tutelante. 

In base ai dati resi disponibili dal ministero dell’Interno sono 13 le progettualità con queste finalità attive sul territorio nazionale per 641 posti complessivi. In queste strutture i MSNA dovrebbero transitare per un periodo relativamente breve, da qualche settimana a qualche mese, o comunque fino a quando il minore non venga ricongiunto in presenza di parenti prossimi in un Paese europeo oppure non venga individuata una struttura di seconda accoglienza presso cui collocarlo.

Il secondo livello di accoglienza(SPRAR – Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) è successivo al periodo della prima accoglienza e, secondo i dati del ministero, garantisce attualmente agli MSNA 1.838 posti in strutture idonee. In caso di temporanea indisponibilità di queste, l’assistenza e l’accoglienza del minore sono temporaneamente assicurate dal Comune in cui questo si trova. Padova non dispone di alcuna struttura SPRAR quindi i minori, come emerge dalla ricerca ‘Progetti Innovativi degli Studenti’ che stiamo realizzando con gli alunni di alcuni corsi di studio della nostra università, vengono collocati in alcune strutture educative di accoglienza dei minori che si sono rese disponibili e che si pongono come primari obiettivi l’alfabetizzazione, l’istruzione e l’educazione finalizzati all’integrazione. È nelle strutture di secondo accoglienza che i minori soli rimangono qualora non vi sia nessun adulto ad aspettarli.
In Veneto sono 304 i minori stranieri non accompagnati.

Quando fuggono dalle strutture che li accolgono, giuridicamente cosa diventano?

La maggior parte degli MSNA non dispone di figure familiari che siano in grado di accoglierli; per tutti gli altri il percorso è individuale. I giorni successivi all’ingresso in Italia sono quelli nei quali i minori maggiormente soffrono della frammentarietà e dei limiti delle informazioni in loro possesso. Non avendo una chiara destinazione sono spesso molto influenzabili dagli eventi. Gli incontri che realizzano in questa fase si rivelano determinanti nel condizionare il loro percorso di inclusione.
In generale, si possono riconoscere due tipi di inserimento nel nuovo contesto. Il primo, che avviene attraverso le forze di polizia, gli operatori sociali e del volontariato o i connazionali integrati, conduce il minore verso un ingresso rapido nel sistema dei servizi offerti dall’amministrazione e dal volontariato locale. Il secondo, che attraverso i legami con i connazionali, conduce il minore ad un ‘inserimento rapido nelle reti dell’immigrazione irregolare’. Questo secondo percorso prevede in genere la rapida acquisizione del ‘sapere migratorio irregolare’ attraverso il contatto e la dipendenza da altri migranti che conoscono già il territorio e che risultano disponibili ad agire da guide.
Si stima che circa il 30% degli MSNA (prevalentemente eritrei, somali ed egiziani) scompaia durante la fase della prima accoglienza, di fatto, proprio nei primi giorni dall’arrivo.

Francesca Forzan

Il fenomeno migratorio in numeri

Secondo i dati forniti dal Dossier statistico Immigrazione 2017 di Idos, solo nel nostro Paese nel 2016 i cittadini stranieri residenti sono stati 5.047.028, circa 20.000 persone in più rispetto all’anno precedente e, tra i residenti stranieri, oltre 3 milioni e mezzo erano non comunitari.
Provengono da varie parti del mondo, ma la maggioranza dei migranti lo scorso anno è partito per lo più dall’Asia e dall’Africa, una delle aree oggi a più forte ‘potenziale migratorio’ da cui emigra solo il 13,4% delle persone (dall’Asia il 39,6%), contro il con il 31% della popolazione adulta che invece vorrebbe andarsene.
Cifre vicine a quelle che raccontano la realtà della migrazione degli italiani all’estero, cresciuti nell’ultimo anno di circa 150.000 unità e che oggi arrivano a un totale di 5.383.199. Chi ha lasciato l’Italia verso l’estero, viene per lo più dal nord del Paese e ha scelto per una nuova vita l’Europa, in particolare il Regno Unito e la Germania, ma anche il sud America, soprattutto Argentina e Brasile.

L’Europa rimane ancora una delle destinazioni preferite per chi, forzatamente o meno, lascia il proprio paese d’origine e l’Italia ancora, uno dei principali punti di transito.
Se infatti, a seguito dell’intesa Ue-Turchia del marzo 2016 e dell’aumento sistematico dei controlli, si sono drasticamente ridotti gli attraversamenti irregolari di frontiera (attraverso i Balcani occidentali e il Mediterraneo), si è invece mantenuto alto il numero di attraversamenti irregolari via mare che sfruttano la rotta libica, l’ultima rimasta disponibile. Tuttavia, nonostante i recenti accordi tra Italia e Libia dello scorso febbraio abbiano in parte contribuito a ridurre il numero delle traversate, sono però contemporaneamente emerse alcune rotte alternative che, eludendo i controlli, riescono comunque a portare migranti in Sardegna dall’Algeria, in Andalusia dal Marocco, di cui ancora non esistono dati ufficiali.

Per molti l’Italia è corridoio di passaggio verso i più ricchi paesi europei (il maggior  numero di domande di asilo lo scorso anno è stato presentato in Germania, Italia, Francia e Grecia), per altri è il punto di arrivo.
Nel nostro Paese la presenza di stranieri si concentra soprattutto al centro-nord, in particolare  in Lombardia, Lazio, Emilia Romagna e Veneto; le comunità più numerose sono quella romena,  albanese, marocchina, cinese e ucraina e, dal punto di vista religioso, a prevalere sono gli stranieri di fede cristiana , il 53%, mentre solo il 16% è musulmano.
Alla fine del 2015 in Italia le famiglie con almeno un componente straniero erano oltre 2 milioni e, nello stesso periodo, sono 72.000 i bambini nati da genitori entrambi non italiani. Numeri che in qualche modo fanno da freno al crollo demografico che contraddistingue il nostro Paese e che si conferma anche nelle prospettive dei prossimi anni. Secondo l’Istat infatti, tra il 2011 e il 2065 a fronte di 28,5 milioni di nascite ci saranno circa 40 milioni di decessi e un terzo della popolazione italiana sarà di origine straniera.

Se la presenza di stranieri nel nostro Paese sembra essere una ‘boccata d’ossigeno’ dal punto di vista demografico, lo stesso si può dire anche per la nostra economia. Nonostante la crisi tra il 2008 e il 2015 abbia portato anche tra i lavoratori stranieri il tasso di disoccupazione a salire del 7,7%, nel 2015 gli occupati immigrati hanno prodotto una ricchezza di 127 miliardi di euro, l'8,8% del Pil, e hanno versato Irpef per 3,2 miliardi. Tuttavia sono ancora riservati alla maggioranza degli occupati stranieri lavori poco qualificati (soprattutto per le donne) e salari più bassi rispetto a quelli percepiti da quelli italiani.

F.F.