Scienza e ricerca

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Evoluzione culturale: l'eredità di Darwin si espande

12 febbraio 2018

La teoria dell'evoluzione è solitamente considerata una teoria che si applica ai fenomeni del mondo biologico. Tuttavia Charles Darwin già nel 1871 nella sua Origine dell'uomo notava che “la formazione di diversi linguaggi e di specie distinte, e le prove che entrambi si siano sviluppati attraverso un processo graduale, costituisce un curioso parallelismo...”

Oggi sappiamo che la diversità degli organismi e delle specie viventi e la loro capacità di affrontare le sfide che l'ambiente presenta loro (adattamento) sono elementi spiegati dalla teoria dell'evoluzione darwiniana. Quest'ultima ha nella variazione, nella riproduzione e nella sopravvivenza differenziale degli individui di una popolazione i suoi tre cardini esplicativi. Il risultato di tali processi è il ramificato albero della vita, un modello filogenetico di discendenza con modificazione a partire da un antenato comune.

Anche i linguaggi parlati nel mondo possono essere disposti su di un albero filogenetico: l'antico indoeuropeo ad esempio ha dato vita alle lingue slave, germaniche e romanze; queste ultime a loro volta si diramano in spagnolo, portoghese, rumeno, italiano, ecc.

Nel 1976 Richard Dawikins pubblicava Il gene egoista, in cui proponeva un altro curioso parallelismo, quello tra gene e meme. Mentre la prima è un'unità discreta di informazione genetica che serve a costruire un organismo, il meme sarebbe un'unità discreta di informazione culturale che gli individui di una popolazione si trasmettono attraverso la comunicazione e il comportamento. Stando a questa analogia, la distribuzione dei tratti culturali in una data popolazione può essere in linea di principio descritta con gli stessi strumenti che si usano per studiare la distribuzione dei tratti genetici in una popolazione.

A partire dagli anni Ottanta del secolo scorso questo parallelismo tra evoluzione genetica e evoluzione culturale è stato reso esplicito e formalizzato da lavori di importanti studiosi come Peter Richerson e Robert Boyd (Culture and the evolutionary process, 1985), Marc Feldman e Luigi Luca Cavalli Sforza (Cultural transmission and evolution: a quantitative approach, 1981). I modelli quantitativi della genetica di popolazione che spiegano le variazioni di frequenze dei geni nel corso delle generazioni sono stati presi in prestito e applicati al dominio culturale, per spiegare la distribuzione dei tratti culturali come risultato dei processi di variazione e trasmissione di informazione culturale tra individui. Questi lavori hanno inaugurato gli studi di evoluzione culturale, un campo di studi che oggi è in rapida espansione.

Così come il termine biologia copre una  vastissima gamma di entità, che va dai geni alle specie, passando per le cellule e gli organismi, il termine cultura ha un significato almeno altrettanto ampio, coprendo tutto ciò che appartiene al dominio dell'acquisito: comportamenti, idee, abilità, modi di costruire tecnologie e artefatti, ma ancora tradizioni, costumi, modi di organizzare una comunità sociale.

La fondazione degli studi di evoluzione culturale è nata dalle analogie con l'evoluzione biologica, ma intercorrono anche importanti e sostanziali differenze tra i due processi. Ad esempio, un punto fermo del processo biologico darwiniano risiede nel fatto che le mutazioni che producono variazione negli organismi avvengono spontaneamente, sarà poi l'ambiente a selezionare quelle che risultano più funzionali. Nel dominio della cultura invece la variazione può essere indotta e direzionata; questa proprietà permette tra le altre cose di rendere il cambiamento culturale un processo molto più veloce di quello biologico.

Inoltre i meccanismi di trasmissione di informazione culturale sono soggetti a perturbazioni diverse rispetto a quelle della trasmissione di informazione genetica. Ogni individuo è dotato di un sistema di rappresentazione e ricostruzione dell'informazione (ovvero un sistema cognitivo) con determinate caratteristiche e vincoli strutturali. Noi esseri umani esibiamo delle preferenze ben specifiche, ad esempio tendiamo a copiare gli individui che riteniamo più prestigiosi o autorevoli e tendiamo ad adottare i comportamenti della maggioranza. Si chiamano bias cognitivi, influenzano la distribuzione dei tratti culturali e quelli appena menzionati sono rispettivamente i bias di prestigio, di autorità e di conformismo.

Altre domande in questo programma di ricerca restano aperte: alcuni tratti genetici sono adattativi, ovvero aumentano le possibilità di sopravvivenza e riproduzione di un dato organismo nel suo ambiente, ma si può dire lo stesso di alcuni tratti culturali? È plausibile che alcuni tratti culturali siano neutrali rispetto all'adattamento: parlare una lingua anziché un'altra non aumenta le nostre capacità di sopravvivere o riprodurci. Altri tratti invece potrebbero essere o essere stati adattativi: la capacità di manipolare strumenti (una capacità che non necessariamente ha una ben specifica componente genetica, bensì è frutto di apprendimento e imitazione) sembra essere stata un tratto fondamentale a un certo punto dell'evoluzione dei nostri antenati.

Evoluzione biologica e evoluzione culturale sono processi che avvengono su scale temporali differenti (la prima più lenta, la seconda più veloce), ma riescono a influenzarsi vicendevolmente: oggi sappiamo che l'adozione di una pratica culturale come l'allevamento del bestiame (risalente al Neolitico, circa 10.000 anni fa) e la lavorazione del latte animale nei prodotti caseari hanno modificato le pressioni selettive ambientali e favorito la selezione di una specifica variante genica: la tolleranza al lattosio in età adulta.

Lo scorso settembre è stata fondata a Jena in Germania la Cultural evolution society mentre a febbraio a Dusseldorf si è tenuta una conferenza intitolata The generalized theory of evolution cui hanno partecipato biologi, antropologi, filosofi e economisti. Così come negli anni Trenta e Quaranta del secolo scorso i biologi hanno dato vita alla Sintesi Moderna, ovvero una sintesi tra genetica mendeliana e evoluzione darwiniana, oggi la comunità scientifica sta discutendo della possibilità di dar vita a una nuova sintesi tra scienze biologiche e scienze sociali. La cultura è un'estensione della biologia, ma non si riduce a questa. Esiste un'unica teoria scientifica che possa tenere insieme il mondo dell'innato e quello dell'acquisito? E se sì la teoria evolutiva è una buona candidata? Sono domande tutt'altro che banali che con ogni probabilità terranno impegnata, in una collaborazione interdisciplinare, la prossima generazione di scienziati e filosofi, sulle orme dell'eredità di Charles Darwin.

Francesco Suman