Società

Foto: Reuters/Shannon Stapleton

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Esiste un vaccino contro la disinformazione?

3 febbraio 2017

“È possibile “vaccinare” gli americani contro le false notizie, lo dimostra un esperimento” titolava, in un giorno di fine gennaio, The Los Angeles Times. Un annuncio mica da poco, perché sembra offrire una speranza contro l’unica pandemia oggi dilagante nel mondo intero: quella provocata dal virus della disinformazione. L’agente infettivo virtuale utilizza tutti i canali mediatici, ma pare prediligere i social network. Non solo sconvolge le società e mina la fiducia nelle istituzioni, ma spalanca agli untori le porte del potere. La situazione è percepita in modo così grave, da indurre molti a parlare di una nuova era nella quale i diffusori del virus della disinformatia ci ha immersi: l’era della post-verità. 

Ebbene, lo scorso 23 gennaio – tre giorni dopo il giuramento di Donald Trump, considerato a torto o a ragione il principe degli untori – ecco che la rivista scientifica Global Challenges spalanca la porta a quella speranza divulgata dal quotidiano di Los Angeles, pubblicando un articolo dell’inglese Sander van der Linden, del dipartimento di Psicologia della University of Cambridge (Regno Unito) e di un gruppo di suoi collaboratori con un titolo piuttosto forte: Inoculating the Public against Misinformation about Climate Change.

Immunizzare il pubblico contro la disinformazione.

È vero Sander van der Linden e colleghi si riferiscono a un caso specifico, quello dei cambiamenti climatici, ma il titolo e il contenuto dell’articolo sembrano avere quel carattere generale colto da The Los Angeles Times.

Partiamo da un dato, che chiama in causa anche il nuovo presidente degli Stati Uniti d’America: il 97% degli scienziati esperti del settore, teorie e dati scientifici alla mano, ritiene che il clima sta cambiando e che i cambiamenti sono causati soprattutto dall’attività umana. Ma solo il 27% degli americani ha una percezione chiara di questo consenso virtualmente unanime della comunità scientifica. Anzi, la gran parte degli americani pensa che la questione dei cambiamenti climatici sia controversa e faccia ancora discutere gli scienziati. La causa di questa vistosa discrasia tra il dato di realtà (unanimità pressoché assoluta della comunità scientifica) e la sua percezione da parte del pubblico (discussione parte tra gli scienziati) è determinata dalla enorme quantità di fake news diffuse in rete da gruppi organizzati, in genere afferenti a gruppi di imprese con notevoli interessi in gioco, che alimentano sia il cosiddetto “negazionismo” (il climate change non esiste e se esiste non è causato dall’uomo) sia inoculando il dubbio che la comunità dei climatologi sia ancora divisa sull’argomento.

Donald Trump sia in campagna elettorale sia da presidente ha espresso esattamente questa percezione e, su questa base, vuole rivedere l’impegno degli Stati Uniti nell’ambito dell’”accordo di Parigi” che mira, sotto il cappello delle Nazioni Unite, a contrastare i cambiamenti climatici. D’altra parte molti dei collaboratori che si è scelto appartengono proprio al gruppo organizzato dei “negazionisti”.

Donald Trump e la sua amministrazione sono la prova che il virus della post-verità è capace di contagi di massa e che ha una dimensione politica. Ma il tema non è solo politico. Il tema ha un carattere che coinvolge la società in ogni sua piega. Qualcosa di analogo alla disinformazione sul clima negli Stati Uniti, per esempio, lo abbiamo di recente registrato anche noi a proposito di vaccini, dunque nel settore della salute pubblica. Sulla base, anche, di false notizie diffuse in rete, molta, troppa, gente non si vaccina, creando problemi abbastanza seri per la diffusione di (reali) malattie infettive.

Si può fare qualcosa contro il virus (virtuale) della disinformazione?

È per rispondere a questa domanda che Sander van der Linden e colleghi hanno progettato ed eseguito un esperimento. Che, in estrema sintesi, è questo: a un campione di oltre 2.000 persone (2.167, per la precisione) è stato chiesto cosa pensassero dei cambiamenti climatici. Il 70% degli intervistati ha risposto: sono convinto che hanno cause antropiche.  

Una parte del campione è stata poi esposta al “vaccino”: gli è stato mostrato un grafico (a forma di torta) in cui si mostrava che il 97% dei membri della comunità dei climatologi concorda con questa affermazione. Per quanto un luogo comune voglia il contrario, gli scienziati godono della fiducia dei cittadini. E il semplice apprendere questa notizia ha portato i sostenitori della causa antropica del climate change dal 70 al 90%, un bel balzo di venti punti.

In realtà sono stati inoculati due tipi di “vaccini” (che i lettori ci perdonino il ricorso alla facile metafora). Uno, per così dire, leggero: l’informazione pura e semplice del reale consenso che l’origine antropica dei cambiamenti climatici ha tra gli scienziati. Il secondo più forte: l’informazione è stata corredata da contenuti molto ricchi e documentati. Nel secondo caso il numero di scettici che hanno cambiato opinione è stato praticamente doppio che nel primo caso.

Infine alcuni sono stati sottoposti a un contro-test. Sono state loro somministrate false notizie, del tipo di quelle diffuse dai negazionisti. Ebbene, tra le persone “vaccinate” solo lo 0,5% ha cambiato opinione ed è diventata “scettica”. Dall’insieme di questi elementi sembra proprio che la “vaccinazione” con “notizie vere” (ovvero suffragate dai fatti) immunizza e anche in maniera piuttosto stabile, impedendo il contagio da parte del virus delle “notizie false”.

Potremmo anche noi tentare un titolo: “La razionalità vince”.

Vero. Ma bisogna aggiungere tre postille, probabilmente. Molte indagini, in passato, hanno dimostrato che non sempre più informazione “corretta” significa maggiore vicinanza alla comunità scientifica. Talvolta si verifica esattamente il contrario, perché entrano in gioco altri fattori oltre la “conoscenza pura”. È di fronte a questa constatazione che è venuta meno la base teorica del cosiddetto public understanding of science, una delle prime teorie sulla comunicazione della scienza al grande pubblico.

In secondo luogo, nell’esperimento in oggetto ad aver cambiato posizione dopo la somministrazione del “vaccino” sono stati i due terzi degli scettici. Il restante terzo è rimasto della medesima idea: c’è, dunque, uno zoccolo duro che resta tetragono anche di fronte all’evidenza.

Terzo, raramente nella vita reale gli scienziati hanno un’”agenda setting” – sì, insomma, una capacità di fuoco comunicativa – simile a quella di cui hanno potuto disporre nell’esperimento.

Al netto di tutto questo: sì, è possibile “vaccinare” i cittadini, ovvero noi tutti, contro le bugie.

Pietro Greco