Società

Società

Drogati di sport

10 luglio 2017

Spesso è un modo per superare la pigrizia o semplicemente per rimettersi in forma in vista della ‘prova costume’; poi senza rendersene conto, qualche ora trascorsa in palestra diventa un appuntamento fisso quotidiano, qualche chilometro macinato a passo svelto si trasforma nella corsa obbligata del mattino, nella prima maratona, e così via. Piano piano si arriva all’allenamento avanzato e il mondo, anche quello legato alla vita privata (professionale e affettiva), inizia a ruotare attorno all’attività fisica, ai suoi tempi, ai suoi ritmi. È questo il momento in cui si può iniziare a parlare di ‘dipendenza da sport’.
Gli indicatori sono gli stessi che si ritrovano nelle altre forme di dipendenza (quella dal gioco, da internet, da shopping), ma il confine tra dipendenza e pratica eccessiva di sport è molto sottile. Se nella prima, veri e propri sintomi riconoscibili vanno a determinare una situazione complessa e capace di coinvolgere numerosi aspetti della vita di una persona, nella seconda invece, tende semplicemente a prevalere un abuso quantitativo dell’esercizio fisico.
Si inizia a parlare di modo patologico di vivere lo sport quando l’attività fisica si trasforma in pensiero fisso e costante, la frequenza e la durata degli esercizi aumenta di giorno in giorno, quando non si riesce a controllare o ridurre il desiderio di attività o l’obiettivo si sposta sempre più in avanti, ma anche quando i momenti di recupero sono sempre più brevi e le necessità del proprio corpo vengono ignorate. E quando la dose quotidiana di attività fisica viene a mancare, ecco che arriva l’astinenza, con veri e propri malesseri fisici e psicologici.
A ‘complicare la situazione’ si mette anche la produzione, durante l’attività fisica, di endorfine e dopamina, sostanze chimiche endogene del cervello dall’effetto simile a quello provocato dagli oppiacei, capaci di regalare piacere e gratificazione proprio come succede con le sostanze stupefacenti.

A differenza del passato, in cui la maggior parte degli studi si è concentrata sugli effetti benefici portati dall’attività fisica, quello dell’eccesso o dipendenza da sport è un fenomeno su cui negli ultimi anni si stanno concentrando nuove e numerose ricerche e che coinvolge molti sportivi. Su una categoria in particolare, i runners, sempre più di frequente sportivi di tarda età, che si improvvisano agonisti senza curarsi, spesso, degli effetti negativi che può avere la pratica di questa attività se esercitata senza regole e attenzioni precise. La corsa è una tipologia di esercizio fisico per cui non è richiesta alcuna specifica preparazione o conoscenza tecnica, che si pratica ovunque e in qualsiasi momento della giornata e senza alcun impegno di tipo economico, che non richiede ‘età’. Un passo dietro all’altro, il resto lo fanno resistenza, costanza e forza di volontà. Ed è anche un fenomeno di moda che muove interi eserciti di persone e su cui in tutto mondo stanno crescendo iniziative ad ogni livello. Il mix di tutte queste caratteristiche spesso porta a trasformare la pratica di questa attività in una vera e propria ossessione.

Lo dicevano anche gli antichi, ‘mens sana in corpore sano’, ed è indubbio che la pratica corretta dello sport porti reali effetti benefici a breve e lungo termine nel corpo e nella mente di chi lo pratica. Se per i più piccoli l’esercizio fisico è ottimale soprattutto per lo sviluppo dell’apparato muscolo-scheletrico e per contrastare la sedentarietà, nei bambini e nei più giovani è importante per sviluppare l'autodisciplina e far crescere in loro il valore della competizione sana e leale. Ma lo sport equilibrato fa bene ad ogni età, anche ad adulti e anziani per cui diventa forma di prevenzione naturale contro malattie e decadimento fisico e psicologico.
Sulla rieducazione alla pratica sportiva puntano oggi gli psicoterapeuti che sempre più di frequente seguono quella che viene inserita tra le nuove forme di dipendenza e che spesso è la manifestazione di una patologia più complessa che in genere ha inizio da un disturbo dell’immagine corporea e in diversi casi convive con malattie come l’anoressia e la bulimia. Secondo i dati del Ministero della salute, infatti, in Italia sono 3 milioni i giovani che soffrono di disturbi del comportamento alimentare: il 95,9% sono donne, il 4,1% uomini e questo spiegherebbe perché sarebbero proprio le donne, in particolare, a subire di più gli effetti della droga-sport.

Francesca Forzan

Il caso sport estremi

Una riflessione a parte la meritano gli sport estremi dove la dipendenza la creano le emozioni forti, la tecnica, l’esperienza del pericolo e l’intenso impegno fisico. Tra questi (parkour, snow board, parapendio, rafting, solo per citarne alcuni) c’è anche il BASE Jump che consiste nel lanciarsi nel vuoto da varie superfici atterrando con il paracadute. Il Base Jump è un mix tra il Bungee Jumping e il Paracadutismo ma prevede salti da quote molto più basse e dagli oggetti specifici che fanno da piattaforma per il salto (Buildings-edifici, Antennas-antenne/torri, Span-ponti, Earth-scogliere/montagne/elementi naturali). E’ uno sport che richiede coraggio, concentrazione, sforzo fisico, attenzione e una grande dose di preparazione.
Il Base jumper utilizza un’attrezzatura specifica, dotata di un solo paracadute studiato per aprirsi in tempi molto più brevi rispetto al paracadutismo (dove invece i paracaduti sono due, uno di emergenza) adatta a salti di breve durata e ad elevata velocità eseguiti spesso da luoghi che dispongono di aree piccole o impervie per effettuare l’atterraggio. E proprio l’elevata pericolosità di questo sport ha spinto diversi Paesi a dichiararlo illegale. Tuttavia c’è chi di questo sport, ha fatto una ragione di vita.
Paracadutista dal 1996, Maurizio di Palma, inizia a praticare il BASE nel 2001 ed è riconosciuto dalla comunità del BASE Jump internazionale come uno dei più esperti al mondo. Con più di 4000 salti alle spalle da oltre 400 spot in tutto il mondo (tra cui il Corcovado in Brasile, la Tour Eiffel, l’Angel Fall in Venezuela, il Colosseo, il Duomo di Milano e molti altri ancora), di Palma oggi ha fatto della sua passione, il suo lavoro, il suo divertimento e  tutta la sua vita.
Che cos’ è per te lo sport estremo?
L’etichetta di ‘estremo’ è stata data ad alcuni sport soprattutto per ragioni commerciali e per questo genericamente viene riferita a qualcosa di molto pericoloso. Ma dipende da cosa intendiamo per ‘estremo’. Estremamente divertente? Estremamente pericoloso? Possiamo definirla come un’attività che richiede un certo tipo di approccio: una concentrazione e preparazione tecnica ben diversa da altri tipi di sport. Nel BASE e in altre attività estreme bisogna avere determinate competenze per gestire non solo l’aspetto atletico ma anche quello psicologico ed emotivo. Per fare un esempio, volare con una tuta alare a 200km/h dove se fai un errore il prezzo da pagare è quello più alto, richiede una concentrazione e una preparazione ben diversa da chi gioca in un campo da calcio dove, se sbagli a tirare il pallone, al massimo non fai goal.
Ti consideri dipendente da questo sport?
Si, ma per me questo sport non è un modo per scaricare l’adrenalina. A me il BASE crea dipendenza perché è impossibile annoiarsi. Ogni giorno mi permette di fare qualcosa di nuovo e questo, in me, crea una dipendenza verso il miglioramento, una sfida continua con me stesso per cercare di crescere sempre in quello che mi pace fare. Quando salto so qual è la meta a cui voglio arrivare e quando ci sono vicino, sto già pensando al passo successivo. Punto a perfezionarmi, a specializzarmi e migliorare l’aspetto tecnico, cercando di restare sempre in una finestra di rischio tollerabile.
Quando salti, quanto pesa per te il rischio e quanto l’emozione?
Non si può pensare di volare rasente ad un pendio a 200km/h con una tuta alare (come correre in Formula Uno) e provare paura, terrore o panico perché questo significa che sei nel posto sbagliato. È il bello di questo sport, perché diventa una palestra mentale. Il BASE jumper, facendo salire il livello di tecnicità dei salti, impara a gestire anche le emozioni che in questa attività si hanno di solito alla fine di ogni salto. All’inizio c’è l’attenzione totale a quello che hai preparato che annulla tutto il resto; durante il salto, invece, non c’è nulla, solo pura concentrazione, mentre quando si apre il paracadute c’è lo scarico dell’adrenalina. La gratificazione, quella vera, arriva solo alla fine quando metti i piedi a terra.
Quando progetti un salto, calcoli il rischio come elemento?
Certo. I rischi ci sono e sono oggettivi (se salti e fai un errore, può succedere il peggio) e soggettivi (so di avere la preparazione tecnica per affrontare quel tipo di salto, il mio stato psicofisico, le condizioni meteo…) e non devono mai superare determinati ‘confini’. Tutti questi fattori vengono sempre analizzati prima, studiati, valutati. Per questo l’esperienza e la capacità di gestire determinate condizioni, sono passaggi fondamentali, perché la conoscenza fa abbassare il livello di tensione. Quando c’è un incidente, anche ad un amico, la prima cosa che diciamo è “cosa è successo dal punto di vista tecnico?”. Purtroppo si diventa anche cinici, ma abbiamo bisogno di informazioni, abbiamo bisogno di sapere e purtroppo, in uno sport così giovane, lo dobbiamo fare anche imparando dagli errori degli altri.
Hai cambiato vita per seguire questa passione.
Da quando ho conosciuto il BASE non ho mai più smesso di saltare, non c’è stata una settimana in cui non abbia messo piede su un exit (punto da cui si salta). Negli ultimi 16 anni la mia vita ruota interamente attorno a questo sport, è diventato il mio lavoro, il mio svago, la mia vita sociale e questo perché a me il BASE ha dato e continua a dare tanto a livello di gratificazione. E’ una sfida continua e non verso la ricerca della cosa sempre più pericolosa, anzi. La mia sfida ora, ad esempio, è quella di migliorare quanto più posso il metodo attraverso cui insegnare ai miei allievi e cercare di trasmettere loro le mie conoscenze nel miglior modo e minor tempo possibile. Da due anni faccio corsi, attività di coatching, tandem BASE con cui mostrare realmente per un attimo quello che un BASE jumper prova durante il salto. E questo aiuta a far cadere molti dei pregiudizi che tante persone hanno; pregiudizi dovuti semplicemente alla non conoscenza.
F.F.