Le opinioni

L'attrice Emma Watson, ambasciatrice delle Nazioni Unite per le pari opportunità durante la campagna HeforShe Foto: Reuters/Andres Stapff

Le opinioni

Dovremmo essere tutti femministi?

8 marzo 2016

"Il problema con il genere è che prescrive come dovremmo essere, piuttosto che riconoscere come siamo. Ora, immaginate quanto saremmo stati più felici, quanto più liberi di vivere le nostre vere individualità, se non avessimo avuto il peso delle aspettative di genere. Ragazzi e ragazze sono innegabilmente diversi, biologicamente. Ma la socializzazione esagera le differenze, e allora diventa un circolo che si alimenta da solo. […] Cosa accadrebbe se, nell'educazione dei figli, ci concentrassimo sulle capacità, invece che sul genere? Che cosa accadrebbe se, nell'educazione dei figli, ci concentrassimo sull’interesse, invece che sul genere? […] Io vorrei che tutti cominciassimo a sognare e progettare un mondo diverso. Un mondo più giusto. Un mondo di uomini e donne più felici e più fedeli a se stessi. Ecco da dove cominciare: dobbiamo cambiare quello che insegniamo alle nostre figlie. Dobbiamo cambiare anche quello che insegniamo ai nostri figli"  (C. Adichie, Dovremmo essere tutti femministi).

La conferenza TEDxEuston della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie è diventata una tappa importante del dibattito internazionale sul femminile e sul maschile, perché ha riportato al centro dell’attenzione un termine obsoleto, il “femminismo”, e problemi veri e ancora attuali, nel mondo come qui da noi: la disuguaglianza di genere e il mancato riconoscimento dei diritti delle donne. 

Il discorso di Adichie ci aiuta a riflettere su questioni complesse e che ci toccano da vicino perché parte dalla sua storia personale di donna africana, che pur essendo diventata un’intellettuale cosmopolita sa cosa significa essere una cittadina di seconda classe in Nigeria, e la allarga a discutere il concetto stesso di ‘genere’ come costruzione culturale, i problemi legati agli stereotipi di genere, e le ricadute sulle vite delle donne. Lo fa con uno stile fresco, diretto e solo apparentemente semplice, rilassato e ironico, in un linguaggio accessibile a chiunque. Forse perché è stato lanciato da una potente agenzia di comunicazione ed è su YouTube, ma certamente perché muove da una posizione non ideologizzata, il discorso ha letteralmente ‘sdoganato’ la parola ‘femminista’, rendendola glamour per le nuove generazioni. 

Non è però il glamour di un nuovo femminismo mediatico che mi interessa qui, bensì il recupero del concetto, perché Adichie ha il merito di aver reinnescato una conversazione urgente, soprattutto in un momento in cui di genere si parla molto, in toni accesi e confusi.

Nella forma e nei contenuti, la sua TED conference ha anche ispirato, proprio come un modello o una sorta di ipotesto, l’intervento fatto alle Nazioni Unite dalla giovane attrice inglese Emma Watson, famosa come giovane maga nella saga di Harry Potter. Nel 2014 Watson ha partecipato al lancio di una campagna dell’ONU per l’empowerment femminile, chiamata HeForShe, che chiede ai governi, alle istituzioni, alle università, di impegnarsi concretamente per le pari opportunità e l’equità di genere. La giovane attrice venticinquenne, in quel contesto e nel discorso che poi ha fatto il giro del mondo insieme alla campagna, si è dichiarata ‘femminista’ e con grande emozione ha spiegato perché. Nei toni e nei modi, il pronunciarsi ‘femminista’ della Watson è sembrato una sorta di outing, come se fosse la rivelazione di un’identità segreta, la confessione di qualcosa che altri potrebbero disapprovare, ma che è una scelta di vita che deve essere palesata. Viene da chiedersi, come mai? Che cosa è successo al femminismo?

In Occidente, e anche qui in Italia, la parola ‘femminista’ è stata a lungo avvolta dall’oblio. È andata in disuso, è stata trasformata in un anacronismo, uno scherzo, una specie di offesa. Negli ultimi due decenni per una donna è stato difficile dirsi femminista, perché significava essere fuori moda, o fuori tempo massimo. E anche un certo revisionismo storico, che ha evidenziato gli errori e i fallimenti del movimento femminista, ha contribuito a far sbiadire e dimenticare – assieme alle parole femminismo e femminista – una delle più grandi rivoluzioni del ventesimo secolo.

Così ci siamo dimenticate delle lotte per la rivendicazione della parità fra uomini e donne, nello spazio pubblico e nello spazio privato, che sono culminate negli anni Settanta del secolo scorso con la presa di parola del movimento e la nascita di un discorso che ha rivoluzionato la collocazione delle donne nella storia e nella società. Dimenticandocene, abbiamo perso di vista anche il fatto che “femminismo” in realtà è ciò che siamo ora, le donne che possiamo essere oggi, grazie alle donne che lo hanno praticato, agito, parlato, sperimentato su se stesse, muovendosi per tempo e regalandoci le loro vittorie. 

È contro questo scenario di dimenticanza, di cancellazione della memoria, che il recupero inaspettato della parola femminista diventa importante, perché lascia intravvedere la necessità del suo risveglio.

Se per femminista intendiamo una “persona che crede nell’eguaglianza sociale, politica, giuridica ed economica dei sessi”, bisogna riconoscere che è raro trovare qualcuno oggi che dichiari di non essere d’accordo, o che ammetta di credere nell’inferiorità, psichica-mentale-biologica, della donna. Quindi, almeno a parole, di strada ne abbiamo fatta dal secolo scorso. Ma abbiamo davvero ottenuto l’uguaglianza? La domanda che bisogna porre è se la parità sociale, politica, giuridica ed economica esiste davvero, se l’abbiamo realizzata.

Guardando alla nostra esperienza quotidiana, anche solo limitata all’ambito universitario, possiamo rispondere che la parità non è stata raggiunta se la maggioranza delle laureate in Italia sono donne, ma poi i lavori che contano sono occupati dagli uomini, soprattutto nei ruoli apicali e di potere; se avendo le stesse qualifiche, gli stessi diplomi, la stessa esperienza e facendo lo stesso mestiere, una donna guadagna meno di un uomo; se esistono ancora soffitti di cristallo (glass ceilings) e tubi che perdono (leaky pipes) nell’accesso alle carriere; se si continua a usare un linguaggio che rivela e rinforza l’esclusione e il pregiudizio. Se mettiamo tutto questo insieme, possiamo dire che la parità è ancora lontana. 

Essere pari non vuole dire che dobbiamo essere uguali: significa piuttosto avere accesso agli stessi diritti e alle stesse opportunità. Noi donne diciamo che si può essere pari essendo diverse, mantenendo e valorizzando le differenze proprie e altrui. Attuare la parità da prospettiva di genere oggi vuol dire innescare un processo di messa a sistema di azioni che garantiscano un “bene per tutti”, che eliminino le discriminazioni tenendo conto della diversità di ognuno. Significa che donne e uomini devono occuparsi insieme di pensare e di rendere possibile una vita piena e libera per tutti. 

Si tratta di una concezione inclusiva delle pari opportunità, di cui chi detiene ancora un potere forte di indirizzo politico ed economico è invitato a farsi carico, secondo una strategia che si chiama gender mainstreaming, e che a partire dalla progettazione, attuazione, monitoraggio e valutazione delle politiche e dei programmi in tutti gli ambiti politici, economici e sociali fa in modo che le donne e gli uomini possano beneficiare dell’uguaglianza e che la disuguaglianza non si perpetui. 

Credo che sia questa la svolta culturale e politica a cui siamo chiamati nel XXI secolo. Un cambiamento di prospettiva che passa dalla rivendicazione “delle donne per le donne” a un impegno da parte anche degli uomini a credere che l’uguaglianza è un diritto umano fondamentale, che valorizzare le donne avvantaggia tutti, e ad agire per questo. Se le donne saranno finalmente libere dalla gabbia degli stereotipi di genere, anche gli uomini lo saranno e, finalmente, sarà possibile uscire da una contrapposizione binaria che ci ha incardinato per secoli in rappresentazioni del maschile e del femminile che sembravano granitiche, inscalfibili e necessarie come se fossero scritte sulla pietra. 

”Dovremmo essere tutti femministi”, invita la Adichie. E noi raccogliamo il suo invito a un femminismo che può certamente apparire ‘basico’ – che è stato definito anche ‘pop’ o ‘light’ nei suoi usi mediatici – e che sembra trascurare le complessità del dibattito portato avanti negli ultimi decenni dagli studi di genere, ma che promette di avere una sua forza perché invoca un progetto comune con cui far cambiare uomini e donne insieme, con un linguaggio semplice e legato all’esperienza. A partire da questo nuovo 8 marzo, potremmo provare tutti a essere femministi, perché crediamo nei diritti umani e nei diritti delle donne.

Annalisa Oboe