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Dopo l'8 settembre. La Resistenza non armata dei militari italiani internati

L’8 settembre 1943 segna il tragico destino di circa ottocentomila militari italiani che, considerati traditori dai tedeschi dopo l'armistizio con gli anglo-americani, furono deportati nei lager nazisti e sottoposti a ogni tipo di vessazione.

Nella mostra "Internati Militari Italiani (I.M.I.) - la vita nei Lager nazisti"  (Scuderie di Palazzo Moroni a Padova, 8 settembre - 1° ottobre 2017) la narrazione di questa pagina di storia poco conosciuta della seconda guerra mondiale è affidata a dipinti, disegni e fotografie realizzati, spesso in maniera clandestina, dai militari italiani internati.

Foto a sinistra: Eco Aniello, "Il sipario di ferro"


A cura di Chiara Mezzalira

prigioniero
vagone internati
lavoro sotto la neve
accanto alla stufa spenta
 

 

All’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre, mentre l’esercito tedesco eseguiva il piano "Achse" per l’occupazione dei territori italiani, le truppe del Regio Esercito, prive di precise direttive, furono sorprese e molte si sbandarono.

Circa 1.007.000 militari italiani vennero disarmati dai tedeschi e in poco meno di un mese 810.000 prigionieri italiani affluirono, dopo estenuanti viaggi in vagoni merci, nei campi di concentramento sparsi in tutti i territori occupati dalla Wehrmacht. Furono fatti salire, dopo la consegna delle armi, con l’inganno di essere trasportati ad altra destinazione in patria.


In basso, a sinistra: carro merci mod. F in metallo ( 1945) - In questi carri potevano essere trasportati 8 cavalli oppure 40 uomini; a destra: Alessandro Berretti, "Sulla Varsavia-Berlino 28 marzo 1944".

 

In diversi casi la mancata consegna delle armi e la resistenza opposta si conclusero con la feroce rappresaglia dei tedeschi; talora si arrivò a vere e proprie stragi, come quelle di Cefalonia, Lero, Corfù, Koo.

Dopo la cattura, gli ufficiali furono divisi dai soldati e questi ultimi vennero costretti al lavoro coatto per sostenere l’economia tedesca carente di manodopera. Gli Oflager ospitarono gli ufficiali, mentre i soldati vennero confinati negli Stammlager.

 

A destra: Delfo Previtali, "Il collega russo dei granatieri". Delfo Previtali, romano, era notissimo nei lager per la sua alta statura messa in rilievo dalla sua crescente magrezza, fu tra i più estrosi ritrattisti durante i due anni di prigionia.


 

 

Dal 20 settembre 1943 tutti vennero dichiarati I.M.I. (internati militari italiani) sia per enfatizzare il rapporto di alleanza con la Repubblica Sociale di Mussolini sia per non riconoscere loro lo status di prigionieri di guerra che li avrebbe tutelati e sottoposti al controllo e all’aiuto della Croce Rossa internazionale, come previsto dalla Convenzione di Ginevra del 1929.

In maggioranza erano adibiti ai lavori forzati, con orari massacranti, soprattutto in miniere e centri industriali (obiettivo primario dei bombardamenti aerei alleati), in condizioni di alimentazione e igienico-sanitarie di pura sopravvivenza.

All'orizzonte solo i reticolati, le baracche di legno, le angherie, il freddo, i pidocchi, la fame, la fatica, le punizioni, le fucilazioni, le impiccagioni.

 

Foto a sinistra: Brescacin, "Al lavoro"

Viene loro proposto di aderire alla R.S.I. o alle formazioni militari naziste, promettendo in cambio la liberazione dalla prigioni del lager e un’adeguata razione di cibo, che invece veniva loro negata. Per dignità, per rifiuto della guerra e per prestar fede al giuramento fatto al re, circa 613.000 internati rifiuteranno e resteranno in prigionia in condizioni disumane, costretti al lavoro coatto, subendo il disprezzo dei carcerieri, sottoposti al loro arbitrio e spesso alla loro violenza spinta fino all’omicidio.

Con l’andare del tempo il loro spontaneo rifiuto iniziale diverrà sempre più consapevole e assumerà le caratteristiche di una vera e propria Resistenza non armata al nazi-fascismo.

I militari caduti furono circa 50.000 (78.000 secondo i dati della Croce rossa internazionale, compresi gli eccidi compiuti dai tedeschi dopo l'8 settembre); alcune migliaia morirono dopo il rimpatrio a causa degli stenti e delle malattie contratte nei Campi di concentramento.

Il rientro in Patria, alla fine della guerra, fu una delusione cocente: nessuno si era accorto del loro sacrificio. Anzi dovettero giustificare la loro cattura e la permanenza nel lager. Si era perso di vista l’alto valore etico del consapevole atto di ribellione al nazismo e al fascismo: per dignità e per onore avevano rifiutato il ritorno a casa, consapevoli di scegliere anche la morte.

Finita la guerra, su questa immane tragedia calò per quasi cinquant’anni un inspiegabile silenzio, come se nella coscienza nazionale fosse avvenuta una sorta di rimozione dell’evento.

Foto a destra: Eco Aniello, "Accanto alla stufa".
Nato a Torre del Greco, prestava servizio in Marina come cannoniere-artificiere. Fu catturato l’8 settembre 1943 e deportato in Germania.Fu liberato il 16 aprile 1945 a Fallingbostel.

Dal dopoguerra, l’Associazione nazionale ex internati ha intrapreso un’opera sistematica di ricerca e di raccolta di documenti e di testimonianze con l'obiettivo di mantenere viva la memoria degli I.M.I. e dei valori che li sorressero durante la prigionia. A Padova, da oltre settant’anni, è operante la Federazione provinciale A.N.E.I. che, a Terranegra, gestisce il Museo nazionale dell’Internamento, dal quale sono state tratte le opere esposte nella mostra.

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