Cultura

Christopher Plummer interpreta Sherlock Holmes in uno dei vari adattamenti cinematografici. Foto: ©Avco Embassy / Courtesy Everett Collection/Contrasto

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Il dizionario medico di Sherlock Holmes

6 dicembre 2017

“Ci sono poche fasi della vita medica delle quali non abbia avuto esperienza personale”. Sir Arthur Conan Doyle (1859-1930), padre di Sherlock Holmes, era un medico stimato e di grande esperienza e con queste parole, nel 1910, si presentava a una classe di matricole del St. Mary’s hospital medical school. Dopo aver conseguito il bachelor of Medicine & master of surgery nel 1881, nel 1885 ottenne il degree of Medicine all’università di Edimburgo e poi il titolo di Medical doctor, concesso nel Regno Unito solo dopo anni di pratica e dopo aver scritto una tesi di ricerca. Nel 1894, scrisse Round the red lamp (titolo che fa riferimento all’usanza, in epoca Vittoriana, di appendere fuori dalla porta una lampada rossa per segnalare lo studio di un medico generico), una raccolta di racconti a carattere medico da cui emerge tutta la sua esperienza diretta, la relazione con pazienti e la plausibilità delle descrizioni e delle ipotesi: “In medicina non c’è bisogno di inventare in quanto la realtà dei fatti veri supererà sempre qualsiasi fantasia”, scriveva lui stesso nella prefazione. In Uno studio in rosso, racconto di esordio della saga sherlockiana del novembre 1887, già troviamo numerosi riferimenti a questioni mediche: dall’aneurisma alla febbre enterica (febbre tifoide) fino alla malaria, e partendo dai lividi con Holmes impegnato a percuotere con una mazza i cadaveri in sala anatomica “per verificare il tipo di lividure che si possono produrre dopo la morte”, un aneddoto che si collega alle conoscenze di Conan Doyle, il quale fa riferimento all’esperienza vera del medico legale Sir Robert Christison, autore di un lavoro sugli effetti delle percosse inferte sui cadaveri.

Elementare, Watson! (Cleup) è un dizionario medico a uso dei lettori di Sherlock Holmes. L’autore è Ernesto Damiani, medico chirurgo, specialista in Neurologia e docente di Fisiopatologia generale all’università di Padova. “L’interesse di Holmes per le conoscenze mediche e antropologiche è eminentemente pratico, perché tali competenze rappresentano i moderni, necessari strumenti scientifici per la soluzione dei casi sui quali indaga – scrive Damiani -.  Peraltro, alla personale conoscenza ed esperienza medico-scientifica, Holmes aggiunge quella del suo compagno di appartamento, amico e cronista, John H. Watson, lui sì autentico laureato in Medicina alla London university, in seguito specializzatosi presso la Army medical school di Netley, e che ha esercitato prima come chirurgo militare, e poi come general practitioner. Spesso Holmes discute con Watson le sue deduzioni mediche, chiedendogli conferma laddove la sua conoscenza, non sistematica, della materia non è più sufficiente. Chiaramente, dunque, la coppia Holmes/Watson è ben equipaggiata per affrontare le molteplici problematiche mediche che di volta in volta si presentano”.

Nel saggio Medical reputation and literary creation: an essay on Arthur Conan Doyle versus Sherlock Holmes 1887-1987 (Key, Rodin) viene dato anche qualche numero: “Nelle 60 avventure di Holmes ci sono riferimenti a 68 malattie, 32 termini medici, 38 dottori, 22 farmaci, dodici specialità mediche, sei ospedali e anche tre riviste mediche e due scuole di medicina”. Nell’originale dizionario proposto da Damiani, saltando da un racconto all’altro, ritroviamo dunque i tanti termini medici presenti nelle avventure del famoso detective. L’angina pectoris spunta ne Il mastino di Baskerville (1901), con l’esame post-mortem del cuore dell’anziano Sir Charles Baskerville, che “ da un po’ di tempo non godeva di buona salute e soffriva di qualche affezione cardiaca che si manifestava con pallori improvvisi, affanno e acute crisi di depressione nervosa”; la difterite è menzionata ne Il mistero della Gloria Scott (1893), quando Holmes racconta a Watson la storia della figlia dell’amico Victor Trevor, morta appunto “di difterite nel corso di una visita a Birmingham”. Sempre ne Il mistero della Gloria Scott è descritto un chiaro caso di ictus e la gotta viene inserita tra le pagine de L’avventura del giocatore scomparso (1904): qui il nobile Lord Mount-James, zio del giocatore di rugby Godfrey Staunton, è presentato come “un vecchio di quasi ottant’anni, tormentato dalla gotta, quanto mai tirchio, vestito di un logoro vestito nero, dall’apparenza trasandata”. I reumatismi compaiono nel racconto La scomparsa di Lady Frances Carfax (1911), quando Holmes rimprovera a Watson l’abitudine di fare i bagni turchi e questo così si giustifica: “In questi ultimi giorni i reumatismi e gli anni si sono fatti sentire. Un bagno turco è quello che chiamiamo una medicina alternativa, una disintossicazione totale”. E in questo racconto si fa riferimento anche all’asfissia da confinazione e alla respirazione artificiale: Lady Carfax, infatti, viene rapita, narcotizzata con il cloroformio, nascosta nel doppio fondo di una bara e sta per essere sepolta viva, a salvarla sono proprio Holmes e Watson che la rianimano “con la respirazione artificiale, iniezioni di etere e con ogni mezzo che la scienza poteva suggerire”. Di rigor mortis Conan Doyle scrive ne Il segno dei quattro (1890), descrivendo le indagini sulla morte del capitano Arthur Morstan, ucciso con un veleno, probabilmente stricnina: “I muscoli del braccio e della gamba sono rigidi come un pezzo di legno e in uno stato di contrazione estrema, ben lontano dal normale rigor mortis”. Ma le voci e i racconti continuano a intrecciarsi: ne Il paziente interno (1893) viene descritto un caso di catalessi, mentre la scoliosi e l’ipertrofia muscolare compaiono nel racconto La valle della paura (1914-15); l’ipertrofia è descritta anche ne La lega dei capelli rossi (1892), la lebbra e l’insonnia ne La faccia gialla (1893), la meningite nel racconto L’avventura del vampiro del Sussex (1924). Infine, in Uno scandalo in Boemia (1891), Holmes capisce che Watson “ha ripreso a esercitare” la professione di medico da due dettagli che non possono certo sfuggire a un detective del suo livello: Watson “odora di iodoformio” e ha un “una macchia nera di nitrato d’argento sull’indice della mano destra”, segnali chiari di una medicazione eseguita da poco.

Francesca Boccaletto