Società

Foto: Reuters/Tolga Akmen

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Dire "populismo" non basta

17 ottobre 2017

“Populismo”, tutti ne parlano. Con la vittoria della Brexit nel Regno Unito e l’affermarsi inaspettato di Trump negli Stati Uniti, la denuncia del populismo è diventata ancora più stridente.

Siamo perseguitati da dichiarazioni allarmistiche che affermano che il populismo debba essere eliminato perché costituisce una minaccia mortale alla democrazia; tuttavia, prima di parlare di “populismo” è necessario comprendere la matrice del concetto: è questo il leitmotiv del “dialogo” tra Chantal Mouffe, politologa belga, e Jean-Luc Mélenchon, candidato di “extreme gauche” del movimento “La France Insoumise” alle ultime elezioni presidenziali francesi, recentemente pubblicato sulla rivista MicroMega (n. 5/2017, “Europa e Usa: democrazia a rischio”, pp. 81-112).

Per i due autori, i pericoli legati al populismo sono reali ma derivano dall'abbandono, da parte dei partiti "democratici", dei principi di sovranità e uguaglianza, costitutivi di una politica democratica: con l’affermarsi del neoliberismo, tali principi sarebbero stati contraddetti nella loro essenza.

Per comprendere il ragionamento si deve cominciare chiarendo il significato del termine “democrazia”. Come è noto, la parola deriva dal greco – demos e cratos – e significa “potere del popolo”. Due sono quindi gli elementi essenziali del concetto: “La democrazia non può esistere se non c’è la costruzione di un popolo”; la componente di “potere” si esprime nel “dominio” esercitato da una parte del popolo sull’altra. Ciò sottende un principio di legittimità che non viene esercitato in astratto ma attraverso istituzioni determinate. In breve, per Mouffe: “C’è una dimensione necessariamente populista nella democrazia perché per populismo io intendo la costruzione di un popolo”. Per questo, al termine “populismo” non può essere attribuita, in forma assoluta, un’accezione negativa, così come è nel senso comune.

Quando si parla di “democrazia”, in Europa, si fa riferimento all'iscrizione dell'ideale democratico in un particolare contesto storico, caratterizzato da due tradizioni diverse. Da una parte, la tradizione del liberalismo politico: lo stato di diritto, la separazione dei poteri e la difesa della libertà individuale; d'altra parte, la tradizione democratica, le cui idee centrali sono l'uguaglianza e la sovranità popolare. Secondo Mouffe, “non è possibile riconciliare perfettamente la tradizione liberale e quella democratica – intendendo con ciò la libertà e l’uguaglianza: non ci sarà mai un’uguaglianza perfetta ed una libertà perfetta”. Tuttavia, proprio questo “spazio del paradosso” permette il pluralismo democratico, a condizione che “la tensione tra la difesa della libertà della tradizione liberale e la difesa dell’uguaglianza della tradizione democratica sia negoziata”.

Per Mouffe e Mélenchon, al giorno d’oggi, questa “tensione” necessaria “tra libertà e uguaglianza, tra principio liberale e democratico” sarebbe venuta clamorosamente meno. Nella prospettiva degli autori, il “momento populista” che stiamo vivendo offrirebbe l'occasione per ristabilire una frontiera politica che permetta di ricreare questa tensione tipica della democrazia.

Tuttavia, ad oggi, la risposta delle forze progressive di sinistra non sarebbe all’altezza della posta in gioco, poiché continuerebbe a sostenere strategie politiche tradizionali, inadatte alla profonda crisi di legittimità che sta colpendo le democrazie. Questa crisi è l'espressione di esigenze molto eterogenee, che non possono essere adeguatamente formulate attraverso il paradigma destra-sinistra nella maniera in cui è tradizionalmente configurato. A differenza delle lotte caratterizzanti l'era del capitalismo fordista, quando esisteva una classe operaia che difendeva i propri interessi specifici, la resistenza del capitalismo neoliberista post-fordista si è sviluppata anche al di fuori del processo produttivo. Queste richieste emergenti non corrispondono più a settori sociali definiti in termini sociologici e alla loro collocazione nella struttura sociale, molte hanno a che fare con la qualità della vita e hanno un carattere trasversale. Le richieste legate alle lotte contro il sessismo, il razzismo e altre forme di dominio sono diventate sempre più centrali. Per articolare tale diversità in una volontà collettiva, il tradizionale confine tra sinistra e destra non funziona più. Per far confluire queste diverse “lotte” in una, nell’ottica degli autori, è necessario costruire un “popolo” e per questo è opportuno identificare un confine “alla maniera populista”.

Ciò non significa che la dinamica sinistra-destra non sia più rilevante: deve essere considerata da una prospettiva differente, a seconda delle “catene di equivalenza” attraverso cui si costruisce il “popolo”. Inteso come categoria politica, il popolo è sempre una “costruzione discorsiva”, e il “noi” attorno al quale si cristallizza può essere costruito in modi diversi, a seconda degli elementi attorno ai quali si costituisce e di come si definisce il “loro” cui si oppone. Le identità collettive richiedono sempre la distinzione tra noi e loro, ma nel campo politico il confine tra noi e loro indica la presenza di un antagonismo, cioè di un conflitto che non può avere una soluzione razionale. Questo antagonismo può manifestarsi in maniere diverse: può assumere la forma di un confronto amico-nemico il cui obiettivo è quello di sradicare i “loro” per stabilire un ordine radicalmente nuovo. La rivoluzione francese ne è esempio lampante. Tuttavia questo scontro può anche avvenire in forma “agonista”, quando i “loro” non vengono considerati nemici ma avversari da affrontare con mezzi democratici. Affinché un movimento populista sia compatibile con la democrazia pluralistica, il confronto deve essere “agonista”. Il populismo “agonista” non promuove il totale rigetto del quadro istituzionale esistente, il suo scopo non è la distruzione delle istituzioni liberal-democratiche, bensì lo smantellamento degli elementi che formano l'ordine egemonico e la generazione di una nuova egemonia.

Nella proposta di Mouffe e Mélencon, il populismo progressista “di sinistra” dovrebbe identificare il “loro” in coloro i quali promuovono la disuguaglianza sociale e, a differenza del populismo di destra, sarebbe chiamato, per vocazione, ad esprime un concetto di “noi” più ampio ed onnicomprensivo. Nel secondo caso ci troviamo di fronte ad un populismo autoritario il cui obiettivo è una limitazione della democrazia, mentre nel primo si tratta di un populismo che aspira ad ampliare e radicalizzare la democrazia. Un populismo di sinistra, adatto alla situazione europea attuale, deve essere concepito come un “riformismo radicale” che cerca di recuperare e “approfondire” la democrazia. È una lotta che si realizza per mezzo di una “guerra di posizione” all'interno delle istituzioni, nell’ottica della loro trasformazione. Una lotta che richiede importanti cambiamenti istituzionali per consentire che la volontà popolare torni ad esprimersi. Non si tratta di porre fine alla democrazia rappresentativa, bensì di rafforzare le istituzioni che danno voce al popolo. È una forma di “repubblicanesimo plebeo” che fa parte della linea democratica della tradizione repubblicana che potrebbe trovare in Machiavelli un precursore.

“Popolo o Sinistra” o “Popolo e Sinistra”? Questo sembra essere, nello spirito di Mouffe e Mélenchon, l’interrogativo attuale delle sinistre europee, in un contesto storico in cui le destre si coalizzano e trasformano la crisi e la paura del “loro” in combustibile ideologico in ottica elettorale.

Gabriele Nicoli