Scienza e ricerca

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Una diagnosi precoce dell’Alzheimer

27 settembre 2017

Lo ha messo a punto presso Marianna La Rocca, presso l’università di Bari. È un algoritmo che impara a riconoscere un cervello affetto dalla sindrome di Alzheimer (con una precisione dell’86%) e a coglierne i segni premonitori anche con dieci anni di anticipo rispetto alla malattia conclamata (con una precisione dell’84%).

L’annuncio – dato con un articolo pubblicato sulla piattaforma elettronica arXiv lo scorso 9 settembre e firmato, oltre che da Marianna La Rocca, da un gruppo di suoi colleghi dell’università barese – ha suscitato notevole interesse nella comunità scientifica internazionale, per una serie di motivi che vedremo tra poco. Occorre precisare subito, tuttavia, che l’algoritmo non è ancora utilizzabile in fase clinica. Marianna La Rocca ha messo a punto un algoritmo capace di apprendere: un classico, ormai, dell’Intelligenza Artificiale. In questo caso è capace di apprendere come distinguere il cervello di una persona sana da quello di un malato di Alzheimer, fosse anche in uno stadio molto precoce, comparando le immagini raccolte con la Risonanza Magnetica Nucleare (RMI). La fase di “apprendimento” ha comportato l’analisi comparata, da parte dell’algoritmo, delle immagini RMI di 67 cervelli: 38 di Alzheimer e 29 di persone sane.

La fase successiva è stata quella di mettere alla prova la bravura del sistema di intelligenza artificiale. L’algoritmo ha dovuto analizzare le immagini RMI di 148 cervelli: 52 di persone sane, 48 di malati di Alzheimer e 48 di persone con problemi di memoria che tempo dopo (anche nove anni) hanno sviluppato l’Alzheimer. I risultati sono stati davvero importanti: l’algoritmo ha riconosciuto nell’86% dei casi un cervello malato da un cervello sano. Ma, soprattutto, ha individuato nell’84% dei casi i cervelli con Alzheimer incipiente. In pratica, se la tecnica funzionerà, sarà capace di dare non solo una mano nella diagnosi della malattia neurodegenerativa ma potrà funzionare anche nella diagnosi ultraprecoce. Ovvero, capire quando un cervello sta per sviluppare una malattia, l’Alzheimer, che diventerà conclamata anche dieci anni dopo.

Le potenzialità della tecnica, dunque, sono davvero importanti. Sia in termini scientifici, perché aiuterà a capire cos’è e come si origina la sindrome, sia – ma, va detto, molto in prospettiva – in fase clinica, perché la diagnosi ultraprecoce applicata a persone con perdita di memoria o con una storia familiare di Alzheimer potrebbe aiutare se non a prevenire quanto meno a rallentare lo sviluppo della malattia. Non è un fulmine a ciel sereno, quello di Marianna La Rocca. Anche alcuni ricercatori del Massachusetts Institute of Technology di Boston e della Case Western Reserve University dell’Ohio hanno messo a punto una “macchina capace di apprendere” in caso di prevedere lo sviluppo dell’Alzheimer. I risultati ottenuti sembrano molto promettenti. Anche in Canada, presso la McGill University, è stata utilizzata l’Intelligenza Artificiale per diagnosi ultraprecoci della malattia con risultati del tutto analoghi a quelli conseguiti a Bari: accurati all’84%.

Non c’è dubbio, dunque, che l’Intelligenza Artificiale ha e avrà sempre più un ruolo importante nello studio dell’Alzheimer, una malattia che interesse in questo momento 47 milioni di persone in tutto il mondo. Un numero, si prevede, destinato a crescere fino a oltre 130 milioni entro il 2050, con un costo economico compreso tra 6.000 e 8.000 miliardi di euro e, soprattutto, con un dramma per i malati e un costo psicologico e organizzativo devastante per le loro famiglie. Tuttavia non bisogna eccedere nell’ottimismo. L’Intelligenza Artificiale – ha commentato Doug Brown, direttore di ricerca dell’Alzheimer’s Society in Inghilterra – non può al momento essere ancora usata in fase clinica e diagnostica, sebbene sia uno strumento non invasivo, a causa dell’accuratezza certo già elevata ma non ancora sufficiente. Ma poi c’è un altro fattore da prendere in considerazione: il “sapere nudo”. Per l’Alzheimer non c’è una cura. E non c’è neppure una cura preventiva certa. Poter dire a una persona che nel giro di dieci anni svilupperà la malattia conclamata, ma non potergli dire come evitare la malattia o anche solo come rallentare il processo patologico ci pone è un sapere privo di mezzi. Un sapere nudo, appunto. Con l’aggravante di creare uno stato psicologico indesiderabile in una persona che si sente ancora sana.

Ecco perché l’algoritmo di La Rocca e gli altri simili sono, per il momento, molto utili alla ricerca sull’Alzheimer. Su come e perché si origina e si sviluppa. Ma, per ora, non sono uno strumento terapeutico o anche solo diagnostico. Solo ulteriori ricerche ci diranno se potranno diventarlo.

Pietro Greco