Ateneo News

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Democrazia, quali prospettive?

16 novembre 2017

Oggi e domani a Padova si discute di democrazia. Come sottolinea il professor Luca Basso nella sua introduzione al convegno “Dopo la democrazia: nuove forme di soggettivazione”, la categoria di democrazia ha una storia tutto sommato recente, si inscrive all’interno dell’orizzonte moderno (è discutibile la stessa distinzione fra democrazia degli antichi e democrazia dei moderni, così come quella tra democrazia diretta a democrazia rappresentativa).

La democrazia si inscrive nella forma-Stato, in qualche misura adeguata alla produzione e riproduzione del capitale ma, nello stesso tempo, il quadro democratico ha permesso una ricerca, dinamica, di ampliamento degli spazi di azione, di allargamento della partecipazione, di ottenimento di nuovi diritti sociali, quindi una politica di emancipazione individuale e collettiva. Come ha sottolineato Jacques Rancière in L’odio per la democrazia, storicamente la forma-Stato si è caratterizzata in termini oligarchici, più che democratici, se per democrazia si intendono queste pratiche di emancipazione.

In tal senso, il concetto di democrazia presenta un’ambivalenza costitutiva. Nel dopoguerra, nell’epoca della Guerra fredda, l’elemento del Welfare State, anche inteso come risposta occidentale all’economia pianificata dei paesi del socialismo reale, carica le nostre democrazie, non senza problemi interni, di un significato marcatamente sociale. Grazie alle lotte operaie degli anni Sessanta e Settanta si è assistito, con modalità differenziate nei vari paesi europei, a un ampliamento dei diritti.

In seguito, per varie ragioni lo scenario indicato, con i suoi aspetti espansivi e con i suoi problemi strutturali, è entrato in crisi, e oggi ci troviamo di fronte a uno scenario per molti versi nuovo. Se nel passato il termine “democrazia” veniva assunto aproblematicamente come un valore assoluto, cosicché erano i nemici ad essere apostrofati come antidemocratici, ora, contestualmente al venir meno di vari degli assunti su cui si fondava, nel bene e nel male, la nostra immaginazione democratica, lo stesso termine “democrazia” non costituisce in modo così evidente un valore indiscutibile.

Anzi, per un verso, spesso si sentono affermazioni come “c’è troppa democrazia”, e quindi si proclama la necessità di dare vita a processi decisionali sempre più verticali, con sempre minore partecipazione. Lo stesso termine “riforma”, che ha indicato, seppur con le sue contraddizioni interne, una logica di ampliamento dei diritti, sempre di più assume il suono sinistro della compressione degli spazi di azione individuali e collettivi. Per l’altro verso, il popolo viene evocato spesso, dai cosiddetti populisti (che qui mi limito ad evocare), in termini politicamente ambigui, se non reazionari. Per questo il convegno approfondirà i forti cambiamenti intercorsi, che mettono in discussione l’idea stessa di democrazia a cui siamo stati abituati. Abbiamo preferito l’espressione “dopo la democrazia”, che ovviamente deve venir messa alla prova, al termine “postdemocrazia” (adoperato, ad esempio, da Colin Crouch), da alcuni punti di vista inadeguato.

            Perché “Nuove forme di soggettivazione”? Si tratta di indagare quali siano gli spazi dei soggetti individuali e collettivi, e quindi le possibilità concrete di incidere sulla realtà, all'interno di uno scenario in cui lo Stato non possiede più, per riprendere la definizione weberiana, l'esclusivo “monopolio dell'uso legittimo della forza”, mentre vengono ad esercitare un ruolo sempre più rilevante agenzie transnazionali di vario tipo. L'aspetto rilevante del discorso è costituito dal tentativo di intendere l'espressione “crisi dello Stato” nel suo carattere complesso, e spesso ambiguo, rifiutando quindi la semplificazione di intendere tale crisi come una completa scomparsa del ruolo dello Stato. Nell'orizzonte odierno emerge una sempre più forte oscillazione fra dimensione statuale e dimensione non statuale: ci si trova di fronte a una sempre maggiore porosità dei confini, al venir meno di una distinzione netta fra il “dentro” e il “fuori”.