Società

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Il de profundis dei quotidiani d'informazione

23 agosto 2017

Se ne è discusso a Torino in occasione della conferenza internazionale 'The future of newspaper' che il 21 giugno scorso ha chiamato in città giornalisti, editori, dirigenti delle più importanti testate italiane ed estere per chiudere i festeggiamenti per i 150 anni del quotidiano La Stampa. Ma per capire il vero stato di salute del mondo dei media (dalla carta stampata al web), non occorre andare molto lontano.
Le copie vendute in edicola diminuiscono (in Italia negli ultimi dieci anni si sono dimezzate), la pubblicità cala, le copie digitali non crescono abbastanza. I dati di Ads, società che certifica i numeri relativi alla tiratura e alla diffusione della stampa quotidiana e periodica italiana, rivelano che nel 2016 i principali quotidiani italiani hanno subito un calo molto forte della diffusione rispetto all’anno precedente: ll Corriere della Sera del 19%, Il Sole 24 ore del 22%, La Repubblica del 18%. Dieci anni fa il quotidiano di via Solferino stampava oltre 428.000 copie (201.000 a gennaio 2017), La Stampa oltre 228.000 (a gennaio 2017 poco più di 120.000), mentre il giornale fondato da Eugenio Scalfari, se dieci anni fa stampava oltre 430.000 copie, a gennaio di quest’anno ha superato di poco le 188.000.
Stesso destino anche per le copie digitali, la cui vendita nell’ultimo anno è sceso di media del 17%. Anche la stampa estera è in sofferenza ma ci sono comunque, per varie ragioni, esempi positivi e in contro tendenza. Il New York Times, ad esempio, che offre contenuti online a pagamento dal 2011, nel secondo trimestre del 2017 ha raggiunto per gli abbonamenti digitali quota 93.000 unità, mentre  il Financial Times cresce da anni in doppia cifra e Il Washington Post ha sorpassato i concorrenti per numero di utenti, riportando i conti in attivo.

A travolgere i ricavi dei principali gruppi editoriali hanno contribuito in parte la crisi economica che dal 2008 ha duramente colpito il mondo dell’advertising e in parte la rivoluzione del digitale che ha convogliato buona parte delle risorse verso i social media e le maggiori compagnie web: imprese come Facebook o Google che, attraverso internet, forniscono servizi, contenuti e spazi pubblicitari dalla cui vendita ricavano grossi guadagni senza tuttavia essere produttori di notizie, se non in minima parte.
“Le ragioni di questa crisi sono molte, spiega Paolo Madron giornalista, fondatore e direttore, del quotidiano online Lettera43 e direttore responsabile del settimanale Pagina99. Di sicuro il calo della pubblicità ha avuto un grosso peso. Credo però che sia stato fatto un grosso errore in partenza quando la maggior parte delle testate è passata al digitale creando online quelle che erano, e che ancora oggi per molti versi sono, delle vere e proprio copie delle edizioni cartacee. Contenuti di qualità che fin dall’inizio sono stati offerti al lettore gratuitamente. E da questo oggi è molto difficile, se non impossibile, tornare indietro. C’è chi ci sta provando ma senza grandi risultati.
La gratuità, la libertà di navigazione che dà il web e la quantità di informazioni reperibili ovunque sono caratteristiche che altri mezzi non possono dare. Anche per questo sono convinto che la soluzione di questa crisi non possa passare solo per la fornitura di contenuti a pagamento o in abbonamento. Ci sono molti fattori da tener presenti. Innanzi tutto – continua Madron – dobbiamo considerare che la percentuale di chi si ferma alla lettura della sola prima pagina (l’home page) dei quotidiani online, è a tutt’oggi molto alta. E poi non possiamo dimenticare che in tante regioni d’Italia la banda larga ancora non esiste e che il reale bacino d’utenza che hanno i giornali in lingua italiana è ben diverso rispetto a quello a cui fanno riferimento quelli in lingua inglese.
Per immaginare un futuro nuovo per la stampa e i media in generale, dobbiamo partire prima di tutto da queste considerazioni, dal contesto che ci circonda, non solo dai numeri e dai confronti”.

Nonostante la crisi però, la domanda di informazione continua a crescere. Complice la tecnologia che rende l’informazione accessibile a chiunque, in qualsiasi momento e luogo e spesso a costo zero (o quasi) e che stimola la voglia e il bisogno di essere aggiornati su tutto quello che succede vicino o lontano da noi. “Ad oggi purtroppo – spiega Madron – non esiste ancora un vero modello di business capace di rispondere a questo declino ma è sempre più necessario secondo me, pensare a un nuovo sistema che consenta di ottenere ricavi, veri, dal digitale. Se penso alla mia esperienza, posso dire che con Lettera43 abbiamo raggiunto il nostro break-even ora, dopo sei anni di lavoro.
In Italia però, viviamo ancora oggi un grande paradosso. Il cartaceo ha subito la crisi più forte anche perché richiede costi maggiori, a volte davvero insostenibili e assurdi; eppure le più grosse aziende italiane di advertising ancora oggi ottengono ricavi maggiori dalla carta stampata rispetto a quelli derivanti dal digitale”.

Quello che prima era il vero oggetto di vendita dei quotidiani, la notizia, oggi ha un valore totalmente diverso ed è per questo che sempre più spesso, come più volte è stato ribadito anche a Torino nel corso della conferenza, si vede la possibile soluzione di questa forte crisi in un nuovo ‘giornalismo di qualità’ capace di fare la differenza rispetto a quel ‘giornalismo diffuso’ di chi si improvvisa del mestiere o al giornalismo delle fake news. Ipotesi a cui Madron risponde così: “Queste mi sembrano gran belle parole che però risolvono poco. Esistono già bravi giornalisti che fanno bene il loro lavoro e contenuti di qualità reperibili non solo nei ‘grandi’ quotidiani. Il problema è un altro e richiede un vero e proprio cambio di mentalità, generale, che coinvolga tutti, editori, amministratori, giornalisti e anche i lettori”.

Francesca Forzan