Società

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Una cultura da proteggere e non da consumare

4 aprile 2017

“La prima cosa da fare per cambiare quest’economia è capire che di questa terra non siamo né proprietari né dominatori, non dobbiamo rovinarla, ferirla, come abbiamo fatte e facciamo ripetutamente ma dobbiamo imparare e insegnare ai nostri figli a tutelarla e rispettarla. Dobbiamo guardarla con meraviglia e stupore non con gli occhi del consumatore e dello sfruttatore. Ricordiamoci che questo paesaggio non è un grande parco gioco da cui trarre profitto ma un luogo da cui trarre insegnamenti. Se non saremo capaci di cambiare punto di vista rispetto a questo paesaggio ma forse a questa economia non riusciremo a costruire un futuro migliore, a progettare uno sviluppo sostenibile per chi verrà dopo di noi” (Papa Francesco).
Spiega con queste parole il suo concetto di ‘luogo della cultura’ Massimo Bray, direttore editoriale di Treccani ed ex ministro dei Beni, delle attività culturali e del turismo, in un recente incontro all’università di Padova, ha dialogato di cultura, istituzioni, paesaggi, libri e media.
L’incontro ha toccato i punti più cari e più caldi del tema ‘cultura’ nel nostro Paese. In Italia sono circa 4.300 i luoghi, in qualche modo, sensibili alla cultura’ (la Francia, per fare un confronto, ne conta circa 500); luoghi dove si fa, si studia, si produce, si conserva, si respira cultura e dove ogni giorno migliaia di persone lavorano, investono, producono. Secondo Il Rapporto del Turismo stilato nel 2016 da Touring Club Italiano e UniCredit, le attività turistiche nel mostro Paese rappresentano il 10% del PIL e occupano oltre due milioni e mezzo di persone. E anche gli ultimi dati diffusi dal Mibact parlano di una nuova stagione per la cultura italiana, dove, dopo anni di difficoltà, prevale il segno ‘più’. Il 2016, infatti, ha segnato un record per numero di visitatori e incassi nei luoghi della cultura del nostro Paese: 44,5 milioni i primi per 172 milioni di euro di entrate (incrementati rispettivamente del 4% e del 12% rispetto al 2015). Un dato ancora più importante se si considera che nel 2012 i visitatori erano stati 37,1 milioni e dieci anni fa 25 milioni. 

Ma tutto questo non basta perché in molti sono convinti che la cultura possa dare di più e produrre quel valore aggiunto in termini di ricchezza di cui l’Italia ha grande bisogno. “C’è una parte del Paese che ritiene che la cultura sia l’ultima miniera d’oro da utilizzare e c’è una parte del Paese che ci ricorda che il fatto che siamo italiani è grazie alla nostra cultura. Il nostro è un patrimonio unico – spiega Bray – che anche i padri costituenti (art. 9 della Costituzione) ci invitano a proteggere. Il primo profitto che la cultura può dare oggi è quello di riunire un Paese profondamente diviso, che ha dimenticato un po’ la sua grande tradizione. Ma per farlo, le classi dirigenti devono avere consapevolezza di cosa possa significare ‘cultura’, cosa che oggi invece non sembrano più saper fare”.
Ma come si può concretamente coniugare la tutela, complessa, del nostro paesaggio con le esigenze di valorizzazione culturale? “Il paesaggio è terribilmente legato all’economia finanziaria che abbiamo pensato in questi anni avrebbe potuto dar da mangiare a tutti e tutelare il paesaggio è uno straordinario modo per far ripartire il Paese e investire sul futuro di tutti. Se distruggiamo il nostro paesaggio, infatti, difficilmente potremmo offrire qualcosa al turismo”.

Se all’estero l’intervento di soggetti privati nella gestione e valorizzazione del patrimonio è consolidata e spesso riesce a colmare quelle lacune che lo Stato non riesce a riempire, questo tema in Italia non ha ancora una sua chiara definizione. “C’è buona volontà da parte dei privati – spiega Bray – anche se il problema principale resta quello di condividere gli obiettivi, riuscendo a coniugare sempre tutela e valorizzazione; l’investimento in un bene culturale deve essere fatto innanzitutto per il valore che ha questo bene e per permettere a più persone possibile di poterne godere. Per questo credo che la capacità dei privati di lavorare accanto al pubblico in questo senso sia soltanto da apprezzare e debba essere sostenuta in vari modi”.

Negli Stati Uniti e nei Paesi anglosassoni, la tutela e la valorizzazione dei beni culturali vengono fatte attraverso forme di raccolta fondi quali il fundraising (raccolta fondi che consente al privato cittadino di reperire risorse per cause sociali) e il crowdfunding (finanziamento da parte di un insieme di persone). Queste forme d’investimento all’estero, portano introiti molto alti in cultura, non solo economici, ma anche relazionali e umani; cosa per cui l’Italia procede ancora lentamente perché è ancora lontana l’idea del management culturale che si avvalga di personale specifico e formato e dell’economia dell’impresa culturale. “Anche in Italia esistono esperienze in questo senso e sono per lo più rappresentate da persone o comunità che credono e si riconoscono nei nostri beni culturali. Resta comunque un dovere dello Stato tutelare la nostra cultura anche perché altrimenti arriverà un giorno in cui potremmo dover dire che non abbiamo più il più bel patrimonio del mondo”.

Francesca Forzan