Società

Società

Viroli: “Per fare l’Europa c’è bisogno di patriottismo”

13 maggio 2014

“L’Europa ha bisogno di patriottismo”. Sì, di patriottismo, prima ancora che di potere politico o di unione bancaria. Lo sostiene Maurizio Viroli, studioso di Teoria politica e di Storia del pensiero politico, emerito alla Princeton University e professore ordinario all’ateneo della Svizzera Italiana di Lugano e alla University of Texas di Austin. Ha parlato nell’aula magna dell’ateneo di Padova in occasione della Giornata dell’Europa, a ricordo del 9 maggio 1950, quando Robert Schuman, ministro degli Esteri francese, propose un piano di collaborazione europea, partendo dalla creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. È dal piano-Schuman che è iniziata la lunga marcia dell’Europa che ha portato al mercato unico, al Parlamento europeo, alla Comunità europea, all’eurozona.

L’appuntamento padovano, organizzato dalla associazione Mazziniana Italiana, a 180 anni dalla fondazione della Giovane Europa, si è tramutato in un forte invito a proseguire nel cammino, spesso impervio, verso gli Stati Uniti d’Europa, superando le forti difficoltà economiche del momento e le disaffezioni politiche (lo scenario è allarmante con meno dei 4% dei cittadini europei che si dichiarano soddisfatti dei partiti politici) che esse hanno determinato.

“Bisogna far rinascere il patriottismo”, ha aggiunto Viroli, contro il disfattismo dominante. In Italia non c’è crisi delle istituzioni ma crisi delle coscienze - ha ammonito -  e sotto l’apparenza della libertà domina l’animo del servo, il vuoto interiore e la fiacchezza dei sentimenti: “Non è questa la libertà che auspicavano i nostri maestri del Risorgimento e dell’antifascismo”. 

Ma quale patriottismo? C’è bisogno del tradizionale, affascinante, patriottismo repubblicano. Dove patriottismo è inteso come amore per la patria, amore per le persone, per i luoghi oltre che come volontà di servire. Non è amore per la terra, ma per il vivere libero che rifugge dal vivere servo.

L’amore di patria. Ma non odora un po’ di fascismo? Assolutamente no: “Sono consapevole che il concetto è stato ed è travisato e piegato a sostenere politiche di aggressione e di discriminazione che ripugnano la coscienza civile. Ma questo non vale per l’idea di patria che è nella Costituzione, laddove definisce “sacro” il dovere di difenderla per sottolineare il carattere di un obbligo che non può essere imposto dalla legge ma che deve avere un fondamento ancora più solenne perché può richiedere il sacrificio della vita”.  Non c’entra niente la stirpe, né gli antenati. La patria non è il territorio. Non basta avere un luogo per avere una patria. Piero Calamandrei, nel 1940, affermava: la mia patria sono gli inglesi e i norvegesi che resistono sotto le bombe dei nazisti. Vittorio Foa dal carcere ci ricordava che la patria è stata costruita dal nostro Risorgimento: se ami la patria tendi a rispettare la libertà di altri popoli e ti impegni a sostenere la loro libertà. Il fascismo non c’entra nulla con il concetto di patria. La parola patria non esiste nemmeno nel vocabolario fascista. Il fascismo è nato dal nazionalismo. Il nazionalismo alimenta l’inimicizia e la lotta fra le nazioni.

“Noi - sostiene Viroli - dobbiamo educare dei cittadini italiani, e dei cittadini europei e cittadini del mondo. Chi ha il giusto concetto di patria diventa più facilmente cittadino d’Europa e del mondo”. Ancora: chi ama la patria nel modo giusto diventa aperto all’ideale europeo. Per avere una buona Europa bisogna avere una buona patria. E se vogliamo bene all’Europa dobbiamo sconfiggere il nazionalismo e ogni rigurgito neofascista, come insegnava Carlo Rosselli (fu fatto uccidere in Francia dai sicari di Mussolini nel maggio del 1934): “Siamo antifascisti perché in questa epoca di feroce oppressione di classe e di oscuramento dei valori umani, ci ostiniamo a volere una società libera e giusta, una società umana che distrugge le divisioni di classe e di razza e che mette la ricchezza, accentrata nelle mani dei popoli, al servizio di tutti. Siamo antifascisti perché nell’uomo riconosciamo il valore supremo, la ragione e la misura di tutte le  cose e non tolleriamo che lo si umilii a strumento di Stati, Chiese, sette, fosse pure allo scopo di farlo un giorno più ricco e felice. Siamo antifascisti perché la nostra patria a frontiere e cannoni ma coincide con il nostro mondo morale e con la patria di tutti gli uomini liberi”.

Per fare l’Europa servono veri “patrioti”, non dediti alla difesa della purezza etnica e religiosa dei popoli, ma all’attiva partecipazione alla vita pubblica per il bene comune e nella pratica attiva della solidarietà, sia entro che fuori dai confini nazionali.

Valentino Pesci


Viroli contro Habermas

Non è il “patriottismo costituzionale” del filosofo tedesco quello a cui pensa Maurizio Viroli, ma il tradizionale “patriottismo repubblicano” inteso come amore per la libertà e l’autogoverno, come spiega in un lungo articolo pubblicato su Eutopia, la nuova rivista promossa da Laterza e da tre altre case editrici europee insieme alla London School of Economics. 

Viroli critica Habermas perché a suo avviso il “patriottismo costituzionale” è un sentimento dettato unicamente dalla ragione, non una passione che si nutre delle memorie, dei miti, degli affetti di un popolo particolare: “I principi universali, compresi quelli politici di libertà e democrazia, impongono l’adesione della ragione. Ma la ragione non ha un potere di spingere all’azione paragonabile a quello delle passioni”. 

Quindi, aggiunge il docente di Austin e Lugano, il patriottismo costituzionale “chiede l’impossibile” ai popoli che dovrebbero adottarlo e si condanna alla sterilità politica, è inutile rispetto all’ideale che vorrebbe sostenere. Per questo Viroli sostiene che solo ritrovando l’antico amore per la patria intesa come comunità di cittadini che si autogovernano si potrà ritrovare lo slancio verso la partecipazione politica, in Italia come in Europa.

Fabrizio Tonello