Cultura

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Una scena per la memoria

10 gennaio 2013

Sono passati 15 anni da quando, nel 1997, il successo totalmente inaspettato della diretta su Rai 2 di Vajont dal luogo del disastro, e il bisogno di riappropriazione collettiva delle ferite della nostra storia che rese evidente, diedero notorietà a Marco Paolini e al suo teatro, centrato sul recupero della memoria. Da allora, il suo peculiare lavoro di ricerca ha continuato ad evolversi e precisarsi con spettacoli dedicati a storia e idee, come Venezia e il “bene comune” (Il Milione) o Galileo e la scienza moderna (ITIS Galileo), a memorie “personali” (Gli Album) e trasformazioni sociali (I Miserabili) o ad autori come Mario Rigoni Stern (Il Sergente) e Jack London (Ballata di uomini e cani), misurandosi altre volte con uno strumento unilaterale ed “antiteatrale” come la televisione, ma ha mantenuto chiara la propria cifra costituiva, di “teatro civile e degli uomini”.

Quello che Paolini, attore ma anche, in collaborazione, autore e regista dei propri spettacoli, porta in scena è un teatro che apparentemente dovrebbe essere destinato ad una nicchia ristretta di pubblico. Un teatro di idee e soprattutto di memoria, recupero di momenti dimenticati della storia recente; una storia che alle volte fa male ed è un vero e proprio pugno nello stomaco, ma che altre ci restituisce un orizzonte più proprio in cui collocarci ridando contesto a vicende, concetti e figure storiche conosciute solo approssimativamente e che negli spettacoli emergono in tutta la loro complessità e anche conflittualità. Un teatro fortemente caratterizzato dal suo “personaggio”, con l’uso di una lingua piena di dialetto (il veneto) e di parlato, colloquiale, ma assieme deciso a mettere in scena le vicende, a restituire loro voce attraverso il monologo dell’attore e non a farne pretesto per esporre l’attore stesso come protagonista.

Due sono forse le caratteristiche che forse più spiegano l’interesse costante e il coinvolgimento del pubblico suscitato da Paolini – cui non sarebbe dispiaciuto essere un giornalista d’inchiesta – con il suo teatro: il suo carattere di narrazione “plurale”, che mette in scena voci molteplici per ricostruire le “storie” presentate al pubblico, e chiama così ogni spettatore a fare altrettanto, scavando nella propria memoria e aggiungendo elementi propri alla storia, e il suo richiamo alla “verità”, o meglio: alla ricerca di verità, di comprensione – qualcosa di cui, in un paese che abbonda di “armadi della vergogna” e di vicende che chiedono, almeno nel ricordo, sia resa loro giustizia, si sente un grande bisogno, che trova poca o nessuna soddisfazione nei media o nella politica. Memoria come esperienza, ed esperienza come strumento per orientarsi nella nostra storia, per capire chi siamo, insomma.

Di queste scelte di stile e “strumenti del mestiere” si ritrovano “spie” evidenti – titoli, immagini, gesti – all’interno della produzione di Paolini. Riportare in scena la storia di Galileo come storia della fisicità, della materialità delle idee e della loro evoluzione, e assieme come storia paradigmatica della forza e delle debolezze della modernità, fin dalla sua nascita, per esempio: un soggetto che, in modi molto diversi, ripercorre con molta più fedeltà di quanto si potrebbe pensare lo spirito del Galileo di Brecht. Ma con Brecht, anche, è profondamente consonante l’idea costitutiva di un teatro che metta in scena, “sul tavolo” e di fronte agli spettatori, tutti gli elementi della storia che vuole narrare, e usi la capacità di coinvolgimento per portarli a ricomporre essi stessi la storia, con il narratore e prima di lui. A ricomporla, e a prendere posizione, con un richiamo sommesso ma molto chiaro alla loro facoltà di giudizio. Una posizione al crocevia di molte storie, per ricostruirne di volta in volta una più collettiva, “pubblica” e capace di essere patrimonio comune che ritorna nell’immagine scelta per gli Album: la stazioncina di una ferrovia dimenticata, nel Veneto profondo. Binari arrugginiti e scambi silenziosi, edifici sospesi nel tempo ma che aspettano di essere abitati; tracce coperte di oblio ma evidentissime, a volerle conoscere, e che aspettano solo di essere seguite per rimettere in connessione luoghi, persone, pensieri. Fatti, da riportare alla luce.

Se questi sono gli aspetti più caratterizzanti del teatro di Paolini, le prime messe in scena della “Ballata di uomini e cani”, letture e riflessioni su Jack London portate in cammino per i sentieri di montagna con “Suoni delle dolomiti” nel 2010 ci danno forse la cifra più importante e delicata di questo “teatro della parola”: l’equilibrio indispensabile fra narratore e narrato. A stretto contatto con il suo pubblico, camminando assieme a 60 persone lungo sentieri di alta montagna per tre giorni e condividendo le soste nei rifugi, gomito a gomito, è stato assolutamente evidente il lavoro preciso e specifico di Marco Paolini per staccarsi dalla figura del “divo”, evitando fino all’ultimo il dialogo casuale e ricordando ai partecipanti che anzitutto si stava lì ad ascoltare le montagne, e poi London. E che lui era lì per fare un lavoro, il suo lavoro: far parlare la natura e i racconti del nord, per permettere ad ognuno di rielaborali. Di pensare. A costo di negarsi e di suscitare antipatia, se non si poteva fare altrimenti.

La posta in gioco, l’equilibrio in forse era infatti, lì con maggiore evidenza, ma in tutto il suo lavoro, il rapporto, complesso e fragile, fra la voce che racconta, e che si arma di tutta la capacità, il fascino e il mestiere dell’attore, valendosi di registri diversissimi per tenere concentrato il pubblico, e le voci che raccontano attraverso di lui, che mettono sulla scena, davanti agli spettatori, le storie che essi devono ricomporre. L’equilibrio che permette all’attore di essere con il pubblico, di essere come lo stesso Paolini dice “cittadino” fra gli altri, cittadino che con determinazione e “tigna” ha cercato di saperne di più di qualcosa, di imparare, e ora riporta quello che ha scoperto nella piazza: il luogo di un teatro “civile”, teatro di cittadini che sono tali non in quanto casuali titolari di una carta di identità, ma come individui che partecipano e vogliono contare nelle scelte che li coinvolgono. Anzitutto, riappropriandosi della propria storia.

Il narratore è essenziale, per un teatro di parola, ma non può occupare tutta la scena, deve essere, anche se non sembra, un passo indietro rispetto alle storie cui da voce, se vuole poter essere quella stazione di campagna in cui si riuniscono linee dimenticate, qual crocevia di percorsi che sta a noi tornare a percorrere per riappropriarci della nostra memoria collettiva. Una scelta difficile e un equilibrio fragile, che fin qui Paolini ha saputo mantenere saldo.

Michele Ravagnolo