Università e scuola

Partigiani in festa, 25 aprile 1945

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Un inquieto rettore e la sfida della Resistenza

6 dicembre 2013

“Fu in quell’istante che apparve Marchesi!”. È il titolo della rappresentazione di Daniele Nigris che ha permesso a un pubblico di studenti e docenti di rivivere (proprio come allora) i fatti del novembre 1943. Con il rettore Concetto Marchesi che inaugurò l’anno accademico respingendo l’arroganza della milizia fascista presente nell’aula magna dell’università. Abbiamo rivissuto l’emozione di quei momenti, abbiamo risentito le parole di un uomo libero, estraneo ai gerghi, come felicemente Luciano Canfora definì Concetto Marchesi.

Forse sorprendendo qualcuno, non mi dilungherò sulla parabola intellettuale e politica del grande latinista, del politico e dell’uomo d’azione cui solo dieci anni fa venne dedicato un convegno, i cui atti sono stati pubblicati in Concetto Marchesi e l’università di Padova 1943-2003:saggi non celebrativi che mantengono inalterata la loro freschezza interpretativa, e a cui oggi poco potrei aggiungere.

Vorrei invece continuare a immedesimarmi con voi nella platea che lo ascoltò settant’anni fa, per cogliere i contorni di quella scelta radicale del 1943 così ben rappresentata dall’appello agli studenti; quando, nelle parole di Norberto Bobbio, era giunta l’ora delle decisioni risolutive e irrevocabili, il momento di “immergersi nel sottosuolo”.

Il rettore Marchesi ha allora 65 anni. A 63, nel maggio del 1941, ha chiesto il porto d’armi, come dichiarerà lui stesso alla polizia di Bellinzona al momento del suo ingresso in Svizzera (febbraio 1944 se non erro).

Ai primi di dicembre entra in clandestinità, si trasforma in cospiratore e si getta con coraggio leonino nella lotta contro il fascismo e l’occupazione tedesca, con la chiara percezione che si tratta della lotta in difesa delle libertà e dei diritti dell’uomo e del cittadino contro lo scenario di vera e propria schiavitù fisica e morale che avrebbe atteso l’Europa nel caso di una vittoria del nazionalsocialismo; perché questo, tecnicamente, era il pur confuso “nuovo ordine europeo” perseguito da Hitler; dunque, una lotta mortale, che poteva concludersi solo con la distruzione dell’avversario.

Raggiunta la Svizzera, diverrà uno dei perni essenziali delle relazioni tra le autorità militari alleate e la Resistenza veneta, grazie anche all’aiuto del suo allievo e collega Ezio Franceschini, cui dobbiamo una importante biografia, dal titolo significativo: Concetto Marchesi. Linee per l’interpretazione di un uomo inquieto. L’inquieto rettore, perché in tale carica era rimasto durante i primi giorni della Repubblica di Salò anche per volere di Alberto Biggini, ministro dell’Educazione nazionale (un fascista atipico, per molti versi, certamente non un violento scherano, una figura che meriterebbe più attenzione), l’inquieto rettore dicevo, suscitando non poche perplessità e critiche anche tra le fila del Partito comunista in cui militava e del fronte antifascista in generale, il 26 novembre così scriveva a Manara Valgimigli, famoso grecista (aveva firmato nel 1925 il manifesto degli intellettuali antifascisti ispirato da Croce): “Mio Manara, forse passerà un pezzo prima che ci rivediamo. Voglio dirti che ti voglio molto bene e ti prego di compatirmi fraternamente se ho accresciuto e accresco i turbamenti della tua vita. Non era più possibile ch’io sostenessi ancora il rettorato senza incertezze e senza pericoli: e non erano i pericoli miei quelli che mi agitavano, ma quelli che mio malgrado procuravo agli altri. Adesso aspetto il giorno in cui dovrò chiarire la mia condotta, apertamente”.

È come se, per uomini di eccezionale tempra morale e intellettuale, come Egidio Meneghetti e Silvio Trentin, con cui costituirà il Cln veneto immediatamente a ridosso dell’8 settembre, la straordinaria, avvilente, umiliante pressione coercitiva della dittatura fascista, invece di piegarli li avesse caricati come molle.

Marchesi insomma sceglie la clandestinità e la Resistenza. Scelse davvero?

Ora, contrariamente a quanto si pensa, il lavoro di storico è in gran parte, ancorché sotterraneamente, un lavoro di immaginazione. Non di fantasia, si badi, ma di immaginazione: studiando i fatti del passato, è necessario ricostruire il clima, la mentalità, in definitiva le percezioni di coloro che quei fatti hanno vissuto, entrare nelle teste di coloro che – settant’anni fa o settemila non importa – hanno preso o subìto decisioni, individuali e collettive, che hanno costruito il corso della storia così come si è venuta determinando.

Torniamo a settant’anni fa, allora. Abbiamo udito il ricordo di Bruno Trentin, che allora aveva 17 anni. In quei giorni, ma lo si verrà a sapere solo un anno dopo la sua morte, nel 2008, il giovanissimo figlio di Silvio teneva un diario in francese – era cresciuto nell’esilio – in cui annotava il mutare dei fronti di guerra, le speranze di una rapida risolutiva sconfitta del nazismo, incollando articoli di giornale, cartine dei fronti di guerra, analizzando bollettini e dichiarazioni. Improvvisamente il suo diario si interrompe attorno al 15 novembre, con una secca frase in italiano: Tempo perduto. Ora all’opra. Opra è sottolineato con violenza, con determinazione.

È la perfetta rappresentazione di quel grido di esasperazione ma anche di liberazione che sembra raggiungerci da quei giorni di settant’anni fa: ora basta!

Bruno Trentin è forse uno dei primi che usa sistematicamente il termine Resistenza: ha ben chiaro l’esempio dei maquis francesi. Nel diario, sotto la data dell’8 ottobre, vi è anche il resoconto di un incontro con i partigiani, i ribelli, anzi, nella sua definizione molto significativa “i patrioti”. Accompagna il padre. I “patrioti” li attendono in una locanda di un paesino di montagna; sono giovani ufficiali degli alpini: “Negli occhi di quei montanari si percepiva una grande aspettativa, un po’ di riconoscenza, per quella gente di laggiù, per quei rappresentati dei partiti di resistenza, … Forse anche un po’ di diffidenza per quegli uomini ben vestiti, un po’ pieni di illusioni”. E annota, con sorpresa, quasi con trepidazione: “Ci sono uomini che hanno pensato come me, che hanno giudicato come me e che vogliono lottare come me contro lo stesso nemico. Non siamo soli! Sotto la maschera consunta e rappezzata … Del fascismo, spunta… Un popolo vero … Non la folla fasulla che urlava “a noi” senza sapere perché, no, un popolo vero, grave, risoluto … il popolo libero, che spezza le sue catene e che grida altolà! … Che era sul Piave contro l’Austriaco, che era a Vittorio Veneto dopo Caporetto, che era a Guadalajara contro le Camicie Nere”.

Bruno Trentin ha ritrovato la sua patria.

In questi appunti ritorna l’eco di pagine – ora molto famose – di un altro diario, quello di Piero Calamandrei, che il primo agosto (in quella breve parentesi tra la caduta di Mussolini e l’armistizio dell’8 settembre) annotava: “Veramente la sensazione che si è provata in questi giorni si può riassumere senza retorica in questa frase: si è ritrovata la patria: la patria come senso di cordialità e di comprensione umana esistente tra nati nello stesso paese, che si intendono con uno sguardo, con un sorriso, con un’allusione … Ah, che respiro! Ci si può parlare, si può dire il nostro pensiero chiaro … Si può esprimere senza timore della delazione il nostro sdegno, il nostro biasimo… Ci siamo ritrovati, siamo uomini anche noi”. Nei vent’anni trascorsi “si è avuta la sensazione di essere occupati dagli stranieri: se erano italiani loro, noi non eravamo italiani. Paese occupato da una tribù di selvaggi … Sicché in questa prima settimana è corso per l’Italia un brivido simile a quello del Risorgimento, quando se n’andavano i re stranieri e il popolo scendeva nelle piazze”.

Come è stato detto, in quel momento di paradossale libertà creata dal collasso del fascismo, dello stato fascista, di ogni legalità, dallo scioglimento di ogni giuramento, gli italiani si trovarono a fare i conti con la propria coscienza. Perfino nella prigionia, i 600.000 soldati catturati dai tedeschi rinunceranno in grandissima parte ai “privilegi” garantiti dall’adesione alla Repubblica sociale italiana e affrontarono per coerenza la sorte tragica dell’internato militare, figura del tutto anomala che ai tedeschi consentiva di ignorare i doveri imposti agli eserciti dalla convenzione di Ginevra sul trattamento dei prigionieri di guerra. 

Più che una scelta, fu “qualcosa che non si poteva non fare”.

Ma il futuro era buio.

Winston Churchill, nella sua monumentale storia della seconda guerra mondiale, ricorda il 1943 come un anno di svolta. Ma non nel senso comune, banale, dell’affermazione di una superiorità tecnologica ed economico-produttiva che avrebbe ineluttabilmente portato alla vittoria. Anzi al trionfo. Churchill scrive: la conquista della superiorità e aerea ci garantì il superamento della prima fase di guerra, dove il rischio della sconfitta era un’opzione tragicamente realistica. Ora il rischio – scrive – “è il ristagno”. E ristagno fu. Ci vorranno ancora 2 anni e immani sacrifici prima di raggiungere Berlino, dopo la conquista dell’Africa settentrionale, il controllo – sempre relativo – delle rotte dell’Atlantico, lo sbarco in Sicilia e la rotta dell’Italia.

La tragica realtà è che fino all’ultimo la guerra è rimasta una partita aperta! Ecco perché il futuro era terrificantemente oscuro, opaco, indecifrabile. Opporsi alla Germania nazista significava, dal punto di vista dei resistenti, con ogni probabilità andare incontro alla morte, alla tortura, alla deportazione. Non al 25 aprile.

Bisogna allora fare un altro grande sforzo di immaginazione per ricostruire l’orizzonte che davvero avevano di fronte coloro i quali in quei giorni dissero basta, all’opra! Dimentichiamoci per un attimo come sarebbe finita, quasi due anni dopo, immaginiamo: gli alleati, sì vittoriosi su più fronti, ma lontani, bloccati sul fronte italiano da una straordinaria resistenza germanica, da una geografia sconosciuta e ostile; una risalita condotta con forze limitate, perché l’Italia rapidamente diventa, nella Grand Strategy alleata, un fronte secondario e impervio. Il fronte secondario di un paese sconfitto, che aveva dal 1935 in poi potentemente spinto l’Europa verso la guerra (senza davvero prepararvisi, ma questa è un’altra storia, quella dell’irresponsabile avventurismo politico di Mussolini). Intanto i nazisti occupano l’Italia: Padova sarà per loro un centro nevralgico, una delle porte per la Germania; intanto il fascismo risorge, certo minoritario ma violento e disperato come non mai, e votato a distruggere i “traditori” e gli ebrei, consegnandogli ai nazisti.

A Padova era stata insediata una delle dieci centrali dell’Ovra, la polizia segreta fascista, che contava su una fitta ed efficiente rete di informatori in tutti gli ambienti sociali, i cui nomi ancora non conosciamo.

Allora, quanta determinazione, quanta fatica, quanta angoscia, in quel “basta” senza orizzonti. Quanti e dove saranno coloro i quali dicono basta e fuggono in montagna o si nascondono? Come trovarli? Come organizzarsi, come trovare le armi? E le avrebbero sapute usare, quelle armi?

E quel basta ha lo stesso significato per tutti? Ovvero, quali saranno i contorni e i contenuti politici del gran rifiuto, se vi sono, in una moltitudine di persone – studenti, operai, contadini, soldati – spesso di scarsissima cultura, che poco o nulla avevano visto oltre il fascismo e la cartapesta del regime?

 E quelli che non dissero niente? Ci soccorre una felice pagina di Luigi Meneghello, tratta da I piccoli maestri: “Si viaggiava molto, anche coi treni, ma soprattutto in bicicletta, si andava nelle città … un paio di volte andai in bicicletta a Milano … Questi viaggi erano sostanzialmente possibili perché, se non avevamo un nostro fronte interno, avevamo però qualcosa di meglio: l’alleanza clandestina ma naturale di un gran numero di famiglie e di persone. I professionisti [i militanti della Resistenza] erano indubbiamente pochi; ma il margine dell’adesione e della compromissione degli altri era enorme. Per lo più era gente che non si sarebbe mai sognata di fare la Resistenza per conto suo; ma per i ragazzi che la facevano, erano disposti a molte cose. Ci ospitavano, ci nutrivano, ci fornivano le biciclette, ci recapitavano i messaggi, tenevano in casa depositi e archivi, e magari anche la trasmittente clandestina; e provvedevano perfino a chiamare, secondo il bisogno, un radiotecnico di fiducia per la trasmittente, o il medico di famiglia per l’operatore”.

Quanti modi di dire basta…

In realtà, quasi sempre una cultura politica antagonista al fascismo, più meditata e convinta,verrà dopo, perché sarà proprio la Resistenza, così come lo erano stati il confino e le galere fasciste, a divenire scuola di democrazia.

C'è una bella pagina di Massimo Mila, ricordata da Claudio Pavone in un’intervista, in cui si afferma che, in fondo, l'8 settembre fu una di quelle occasioni in cui ci si rende conto che si possono fare cose che non si sarebbe mai pensato di poter fare. Si fanno e basta. Poi, la volontà si consolida, si fa convinzione razionale e fede politica. E magari talvolta si irrigidisce e incartapecorisce in una stucchevole retorica.

Resta il fatto che in molti lo fecero, e basta. 

Non vorrei sembrarvi irrituale o irrispettoso, ma a me torna in mente il film Salvate il soldato Ryan, di Steven Spielberg. Il salvataggio si conclude con un commiato molto ruvido, quasi minaccioso (cito a memoria): ti abbiamo salvato la pelle, molti sono morti per te. Il tuo dovere adesso è di esserne degno.

E noi, siamo degni di quel sacrificio?

Carlo Fumian