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Foto: Stefano Rellandini/Reuters

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Dalla scuola al lavoro / 1

Studiare per lavorare: torna di moda la formazione professionale?

29 gennaio 2014

C’erano una volta in Italia gli istituti tecnici e professionali. Da molti – soprattutto appartenenti al ceto medio impiegatizio – giudicati poco attraenti, destinati a coloro che per origine familiare o scarsa voglia di studiare non potevano o volevano misurarsi con i licei. Se questo era il luogo comune in voga fino a qualche anno fa, oggi però qualcosa sta cambiando. In un contesto sempre più in crisi, mentre si parla di un tasso di disoccupazione giovanile ormai stabilmente intorno al 40%, i percorsi che promettono di formare competenze immediatamente spendibili sul mercato del lavoro sembrano infatti mostrare un’attrattiva crescente.

Secondo i dati dell’anno scolastico 2011-2012 le scuole tecniche e professionali, i cui indirizzi sono stati recentemente riordinati, impegnavano già oltre il 44% degli studenti trai 14 e i 17 anni, contro il 32,7% dei licei. La vera novità degli ultimi anni è però l’ascesa dei numerosi percorsi di Istruzione e formazione professionale, con i quali oggi è possibile adempiere l’obbligo scolastico conseguendo una qualifica (triennale) o un diploma professionale (quadriennale). Nello stesso anno di riferimento gli Ifp (o i percorsi di istruzione e formazione professionali – Iefp ) coinvolgevano 179.054 allievi (oltre 115.000 presso istituzioni formative private accreditate e 63.841 presso istituti scolastici), cifra che l’anno successivo arrivava addirittura a 241.620.

Sviluppatisi soprattutto nell’ambito del privato sociale e del non profit, da poco questi percorsi possono essere organizzati, in seguito alla conferenza unificata del 16 dicembre 2010 e del decreto Miur n. 4 del 18 gennaio 2011, anche dalle scuole professionali, che invece non rilasciano più i vecchi diplomi di qualifica professionale (ad esempio da operatore grafico pubblicitario oppure operatore dei servizi di ristorazione). “Le innovazioni degli ultimi anni derivano innanzitutto dalla volontà di contrastare la dispersione formativa, seguita dall’obiettivo generale di innalzare le competenze della popolazione – ci dice Benedetta Torchia, ricercatrice dell'Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori (Isfol) – Ultimamente inoltre anche l’orientamento delle famiglie è cambiato: l’istruzione e la formazione tecnico-professionale è vissuta meno come una seconda scelta e sempre più come reale opportunità”. L’ottica generale è quella di una scuola più collegata al sistema economico e al mercato del lavoro: “Le ultime riforme non si sono limitate a riordinare gli indirizzi; l’innovazione più importante è stata quella di declinare i nuovi percorsi in termini di raggiungimento delle competenze, piuttosto che di anni di studio, materie e punteggi, nell’ottica di un modello europeo ancora in costruzione”.

La ragione sta nella distanza, spesso lamentata da più parti, tra il mondo della scuola e quello delle imprese, in particolare piccole e medie. Impressione che sembra in parte avvalorata anche dai dati: nel quarto trimestre 2013, secondo il sistema informativo Excelsior di Unioncamere e del ministero del Lavoro, malgrado il contesto economico difficile le imprese continuano ad avere difficoltà a trovare nel mercato diverse professionalità di cui hanno bisogno. Complessa, a giudizio degli operatori economici, è ad esempio la ricerca degli sviluppatori di software, dei disegnatori tecnici e degli assistenti socio-sanitari. Tra i diplomi, l’indirizzo considerato più difficile da reperire risulta quello agrario-alimentare, seguito da quello informatico e da quello edile.

In un contesto simile un percorso come quello degli Ifp, che si presenta come più vicino rispetto al mondo del lavoro e dell’impresa, sembra comunque affascinare i ragazzi e le famiglie. Una scelta che va comunque ponderata: una formazione troppo specifica potrebbe un domani rischiare di ritorcersi contro il lavoratore, fornendo competenze troppo poco elastiche rispetto ai mutamenti del mercato.

Con una maggiore integrazione tra studio e lavoro insomma anche l’Italia, attraverso il sistema degli Ifp, cerca un suo percorso simile al famoso sistema duale tedesco. E le promesse, che sono innanzitutto quelle di evitare la dispersione scolastica e di facilitare l’ingresso nel mondo del lavoro, sembrano per ora mantenute. Questo per lo meno affermano Acli, Compagnia delle Opere e Salesiani Don Bosco, che lo scorso ottobre si sono fatti promotori di un appello in 10 punti a favore dell’istruzione e formazione professionale. Secondo quanto affermato dalle tre realtà cattoliche, tutte storicamente impegnate su questo versante, “quasi il 50% dei ragazzi che arrivano a una qualifica professionale sono recuperati da un percorso scolastico fatto di insuccessi”, mentre “a un anno dalla qualifica il 70% dei ragazzi hanno trovato un primo lavoro e l'85% lavora dopo due anni, nel 64% dei casi con un'occupazione coerente con la qualifica professionale conseguita”. Nell'anno scolastico 2003/2004 gli Ifp avevano registrato 23.500 iscrizioni, mentre nell'anno scolastico 2012/2013 le domande sono state oltre 281.000: “Solo 130.000 però sono state accettate perché le strutture accreditate hanno potuto attivare soltanto quel numero di posti”. Gli Ifp non sono inoltre ancora presenti in diverse regioni, come la Campania e la Puglia. Il percorso insomma è ancora lungo, sempre che la direzione sia quella giusta.

Daniele Mont D’Arpizio

I dati del sistema scolastico e di formazione professionale

Secondo gli studi condotti in quest’ambito dall’Isfol, l’ente pubblico di ricerca che opera nel campo della formazione, del lavoro e delle politiche sociali) nell’anno scolastico 2010/2011, su una popolazione di oltre 2 milioni e 279.000 ragazzi tra i 14 e i 17 anni, il totale di chi risultava inserito nei percorsi formativi era di 2.165.735 unità. Di questi, gli iscritti ai licei erano oltre 744.000 (32,7%), mentre 627.000 erano gli iscritti agli istituti tecnici (27,5%) e 367.795 agli istituti professionali (poco meno del 17%). C’erano inoltre 162.730 iscritti agli istituti magistrali e 36.632 all’istruzione artistica, oltre a 5.308 apprendisti in formazione. Completavano parzialmente il quadro 104.521 ragazzi nella fascia 14-17 anni che ancora frequentavano la scuola media e 113.799 ragazzi (il 5%) al di fuori di ogni percorso riconosciuto di istruzione o di formazione.