Le opinioni

Foto: Riccardo Venturi/contrasto

Le opinioni

Stipendi degli insegnanti: il gioco delle tre carte

2 ottobre 2014

Nel rapporto La Buona Scuola. Facciamo crescere il Paese, pubblicato pochi giorni fa dalla Presidenza del consiglio dei ministri e dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, uno speciale interesse per i docenti riveste il secondo capitolo, dal titolo Le nuove opportunità per tutti i docenti: formazione e carriera nella buona scuola; e in particolare il paragrafo 2.3, Premiare l’impegno: come cambia la carriera dei docenti.

Ormai da molti anni gli insegnanti della scuola pubblica sono privati del rinnovo contrattuale; sono sottoposti con tutti i dipendenti statali al perdurante (ne è stata annunciata l’ulteriore proroga fino a tutto il 2015) blocco degli stipendi, per i quali non viene neppure riconosciuto il recupero dell’inflazione; sono titolari di retribuzioni tra le più basse d’Europa per la categoria, talmente esigue che tutti gli ultimi ministri dell’istruzione (compresa l’attuale) hanno, all’inizio del loro incarico, biasimato pubblicamente questa situazione. È dunque comprensibile che le aspettative dei docenti su questo tema, già molto vive, siano state ulteriormente stimolate dalle frequenti dichiarazioni del Presidente del Consiglio, che ha più volte enfatizzato la centralità della professione docente per lo sviluppo della nazione e l’opportunità di un suo maggiore riconoscimento. Lo stesso rapporto La Buona Scuola è tutt’altro che privo di enfasi: bisogna rivendicare il “coraggio di ripensare come motivare e rendere orgogliosi” gli insegnanti; essi hanno “alta responsabilità professionale e civile” (p. 6) e ciascuno di loro determinail futuro di centinaia di ragazzipiù di quanto possa farlo un membro del Governo o l’amministratore delegato di una società”; occorre puntare suquel merito che serve per ridare dignità e fiducia” (p. 44); bisogna “considerarli finalmente come persone e come professionisti”(p. 48) – tutto ciò in coerenza con un piano generale di riforma che si proclama senza precedenti per attenzione politica e culturale alla scuola e per impegno economico:

“Questo Governo non ha esitazioni: la scuola è la priorità del Paese, e su di essa intendiamo mobilitare le risorse che servono” (p. 118)

Ma l’argomento non riguarda solo i diretti interessati, al contrario risulta fondamentale rispetto al tema della “buona scuola”: perché è evidente – a meno di impostare il discorso in termini non professionali, ma volontaristici e missionari – che la condizione contrattuale e il trattamento economico di una categoria di lavoratori non possono non incidere sia sulla qualità del servizio da loro prestato (soddisfazione e motivazione dei docenti nei confronti del proprio lavoro, attualmente in crisi; possibilità concreta, oggi seriamente compromessa, di usufruire nel quotidiano di quelle autonome esperienze culturali che costituiscono l’autentica formazione di un docente), sia sulla composizione stessa della categoria (capacità di attrazione della professione docente per i migliori giovani e gli studenti più brillanti: oggi quasi a zero). Non è interesse di nessuno, si direbbe, che i docenti della scuola pubblica continuino a scivolare in una condizione di ristrettezza e di avvilimento.

Era dunque auspicabile che le proposte del Rapporto su questo tema delicato fossero significativamente migliorative rispetto alla situazione attuale, tanto negativa; ed era doveroso che lo si affrontasse con onestà e lo si esponesse con correttezza, in modo che sia i diretti interessati sia l’opinione pubblica potessero, come si legge, partecipare a un “dibattito e confronto … nel quadro di quella che vogliamo diventi la più grande consultazione – trasparente, pubblica, diffusa, online e offline – che l’Italia abbia mai conosciuto finora”.

Purtroppo nulla di ciò si è verificato. Nel merito, le proposte di riforma non migliorano la condizione della categoria, anzi la peggiorano e inseriscono nella vita della scuola elementi dannosi e persino pericolosi; nel metodo, la loro presentazione è in più punti artefatta e tendenziosa, fino alla falsificazione.

Il sistema illustrato nel Rapporto si può riassumere così:

• al 1 settembre 2015, la posizione stipendiale di ciascun docente, maturata in base alle attuali regole (scatti di anzianità), sarà fissata definitivamente e costituirà la base stipendiale su cui opereranno le nuove regole;

• da quel momento in poi, alla fine di ogni triennio (1 settembre 2018, 2021, 2024 ecc.), i due terzi dei docenti di ciascuna scuola (o “rete” di scuole) riceveranno un aumento stipendiale, il restante terzo non riceverà nulla;

• l’aumento triennale viene stimato in 60 € mensili (“potrebbe essere”; l’esempio vale solo per i docenti della scuola superiore);

• i docenti cui attribuire l’aumento saranno individuati, di triennio in triennio, in base al numero di crediti da loro accumulati nel periodo in esame; tali crediti (distinti in didattici, formativi, professionali) saranno attribuiti da un Nucleo di valutazione interno a ogni scuola, cui partecipa anche un membro esterno;

• il numero massimo di scatti triennali nella carriera è fissato in 12 per un aumento teorico massimo di 720 € rispetto allo stipendio iniziale, dopo almeno 36 anni di servizio e nell’ipotesi di un docente che in tutti i trienni sia sempre risultato nei due terzi ‘vincenti’;

• non esisteranno altre modalità di avanzamento della posizione stipendiale.

Com’è facile capire, nel momento in cui si assume come base stipendiale del nuovo sistema al 1/9/2015 (e con ulteriore blocco fino al 1/9/2018) l’attuale stipendio dei docenti italiani – basso, come si è detto, e congelato dal 2009 –, di fatto viene meno fin da principio ogni reale possibilità di miglioramento sostanziale della loro condizione economica. Smentendo tutte le dichiarazioni passate e presenti, anche del Rapporto stesso, sulla necessità di un maggiore riconoscimento della categoria, e a dispetto di tutte le valutazioni comparative con i paesi dell’Unione europea, si continua a ritenere che un insegnante della scuola pubblica, dotato di laurea magistrale e di specializzazione all’insegnamento, portatore di quella “alta responsabilità professionale e civile” che per il futuro “di centinaia di ragazzi” lo rende più importante di “un membro del governo o dell’amministratore delegato di una società”, meriti una retribuzione-base di meno di 1.300 euro al mese. Anzi, si introduce persino la possibilità che questa modestissima retribuzione-base rimanga invariata per l’intera vita lavorativa di un docente, stabilendo in linea generale che – considerandone statisticamente l’insieme – a un terzo del corpo docente italiano sia negato per sempre qualsiasi aumento stipendiale.

La situazione economica attuale, peraltro, viene presentata nel Rapporto in un modo artefatto e fuorviante. La tabella di p. 49, Come funziona oggi la carriera dei docenti, riporta le cosiddette “posizioni stipendiali” nei vari ordini di scuola e per le varie fasce di anzianità. Stando al Rapporto, un docente di liceo guadagnerebbe attualmente nella prima fascia stipendiale 34.400 € annui (2.646 € mensili per 13 mensilità), che salirebbero a 39.066 € nella seconda, fino a un massimo di 53.985 € a fine carriera (4.152 € mensili). Sono cifre che nessun docente d’Italia ha mai visto, neppure da lontano, e che grosso modo equivalgono a più del doppio di quanto effettivamente percepito in busta paga: si tratta infatti, come segnalato in una noticina senza fornire spiegazioni, del cosiddetto “lordo Stato”. Il “lordo Stato” non è lo stipendio lordo come comunemente si intende, quello cioè sul quale il lavoratore paga all’origine i contributi previdenziali e le ritenute fiscali, bensì il totale comprensivo degli oneri previdenziali e fiscali a carico del datore di lavoro; costituisce insomma non lo stipendio del lavoratore, ma piuttosto il costo di quel lavoratore per il datore di lavoro (infatti “costo” e non “stipendio” viene definito nel capitolo sulle assunzioni: all’inizio della carriera il “costo medio per docente è di 36.000 € l’anno compresa la ricostruzione di carriera iniziale”, p. 34). A tutti i docenti è capitato più di una volta di vedere tabelle delle fasce stipendiali, ma credo che nessuno abbia mai sentito parlare del “lordo Stato”. Perché allora nel Rapporto sono state utilizzate, nell’ambito di un discorso urbi et orbi sullo stipendio degli insegnanti statali, le cifre del “lordo Stato”? Evidentemente perché esse possono indurre i lettori, che non siano docenti, a ritenere che l’attuale condizione economica degli insegnanti statali sia tutto sommato positiva e che il nuovo sistema – che prende l’attuale come base – continui a tutelarla.

Analogamente lascia a dir poco perplessi il modo in cui viene introdotto l’argomento del “trattamento economico” (p. 53). Ci saranno, si scrive, “due modi, complementari e cumulabili”, per integrare lo stipendio-base: il primo sono gli scatti triennali, il secondo – attenzione – “lo svolgimento di ore e attività aggiuntive, ovvero progetti legati alle funzioni obiettivo”. Ma è del tutto ovvio che le ore e le attività “aggiuntive” siano retribuite: lo sono (poco, pochissimo) già oggi, come lo sono sempre state; e altrettanto scontato è che esse siano “cumulabili” con gli scatti stipendiali, perché sarebbe semplicemente assurdo pensare il contrario. Definire ciò un “secondo modo” di incrementare lo stipendio “complementare e cumulabile” con gli scatti triennali sembra funzionale più a un marketing da pubblicità commerciale, che al proposito di informare correttamente il lavoratore e il cittadino.

Sulla stessa linea, ma ancora più censurabile è la spiegazione che viene fornita della transizione al nuovo sistema. La transizione, si dice, “non sarà per nessuno drammatica e nella maggior parte dei casi favorirà anzi una vastissima platea di docenti attualmente in ruolo” (p. 56). A titolo di esempio, vengono prese in esame le situazioni di tre docenti diversi: un docente neoassunto; un docente che al 1/9/2015 entra nella seconda fascia stipendiale; un docente che al 1/9/2015 entra nella terza fascia, per dimostrare come il nuovo sistema permetterà loro di conseguire il prossimo aumento di stipendio dopo soli tre anni (2018), invece che dopo altri sei come nell’attuale. I tre esempi, però, sono scelti in modo talmente capzioso da confermare che questo capitolo del Rapporto non è stato redatto in spirito di verità e di onestà: tutti e tre infatti configurano il caso più fortunato, quello in cui al 1/9/2015 un docente si veda riconosciuto lo scatto stipendiale che attendeva da anni e, contemporaneamente, venga inserito nel nuovo sistema. Ma è evidente che, per un docente che al 1/9/2015 si trovi in questa condizione fortunata, ce ne saranno molti di più che, alla stessa data, si vedranno cancellati uno, due, tre quattro e persino otto anni di anzianità già conseguita: giacché, se la posizione stipendiale di ciascuno verrà congelata nella fascia in cui si trova, è come se tutti venissero retrocessi d’ufficio al momento in cui sono entrati in quella medesima fascia, senza ottenere più lo scatto che da anni stavano maturando. Per esempio, un docente cui nell’attuale sistema spetti lo scatto in quarta fascia a settembre 2016 (circa 140 € di aumento: lo sta maturando dal 2009), non lo otterrà mai, ma potrà solo concorrere con tutti gli altri ai nuovi mini-scatti di 60 € previsti dalla riforma, e solo a partire dal 2018; il che significa che per almeno nove anni il suo stipendio non avrà subito variazioni e che egli non potrà mai recuperare quanto perduto.

Di mini-scatti, infatti, o di nano-scatti si deve parlare, non certo di incrementi significativi. Nell’ipotesi più favorevole (“potrebbero”esserci, e solo “per un docente di scuola superiore”: gli altri prenderanno ancora meno) l’aumento stipendiale alla fine di un triennio sarà di 60 € al mese. Sessanta euro oggi non bastano per il pieno di benzina di un’utilitaria; tra qualche anno non basteranno per la metà. Eppure è questa la cifra per la quale, tra il 2015 e il 2018 (e poi tra il 2018 e il 2021, e così via) i docenti statali dovrebbero dar vita a una gigantesca competizione meritocratica, una gara per conseguire il maggior numero possibile di crediti didattici, professionali e formativi e risultare tra i vincitori all’interno del loro istituto; la stessa cifra che, già oggi, un docente può percepire impartendo treoreal mese di lezioni private a casa propria, compresi i contributi assicurativi e previdenziali di legge. Quella che si ipotizza, allora, non è una categoria di professionisti più qualificata che in passato e più consapevole di se stessa: piuttosto una massa di operai sottopagati bisognosa, o disposta a sgomitare per una manciata di euro.

E da chi sarà pagato l’aumento ai docenti con più crediti? Come spiega candidamente il Rapporto, dai colleghi perdenti: “Le risorse utilizzate per gli scatti di competenza saranno complessivamente le stesse disponibili per gli scatti di anzianità, distribuite però in modo differente secondo un sistema che premia l’impegno e le competenze dei docenti. Ciò consente all’operazione di non determinare oneri aggiuntivi a carico dello Stato” (p. 57)

Ecco l’amara verità: la condizione economica dei docenti come categoria di lavoratori non migliora di un solo euro, non è previsto che lo faccia: semplicemente, a un terzo dei docenti statali verrà negata una parte della retribuzione, che finora spettava loro per contratto, e con essa verranno dati pochi euro in più, rispetto al sistema attuale, agli altri due terzi (pochissimi euro in più, necessariamente: perché quello che verrà tolto a un docente dovrà coprire gli scatti di due).

Nessun premio, nessun maggior riconoscimento, nessun miglioramento da parte di quel Governo“che non ha esitazioni: la scuola è la priorità del Paese” e che su di essa intende “mobilitare le risorse che servono”: è lo stesso fieno di sempre, ma stavolta lanciato nel recinto lasciando che lo addentino “i più bravi”.

In questo modo, nell’ipotesi che i docenti vincitori degli scatti triennali siano di volta in volta sempre gli stessi, ci ritroveremmo in capo a qualche triennio con un terzo dei docenti italiani ridotti per legge a una condizione di diseredati privi di dignità professionale, in condizioni economiche più che precarie e destinati, dato il sistema pensionistico contributivo, a un futuro ancora più fosco; nel caso, invece, che di triennio in triennio risultino vincitori ora l’uno ora l’altro docente, il risultato finale della gigantesca competizione sarà un ‘pari e patta’ nel quale, dopo tanto affannarsi, ciascuno si ritroverà con i medesimi magri incrementi stipendiali del sistema attuale.

Enrico Rebuffat
Articolo tratto da Roars.it