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Foto: Martino Lombezzi/contrasto

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Dalla scuola al lavoro / 3

"Sistema duale": l'alleanza scuola-lavoro che in Italia c'è già. In Alto Adige

30 gennaio 2014

"Formazione duale": viene chiamata così, nei paesi del nord europa, la formazione professionale alternata fra scuola e lavoro che vede gli istituti professionali e i datori di lavoro fianco a fianco nel processo formativo. Questo concetto, mutuato dal mondo di lingua tedesca e a lungo conosciuto solo dagli addetti ai lavori, ha cominciato ad avere cittadinanza da qualche tempo anche nel dibattito italiano sul rapporto scuola-lavoro e sulle possibilità di ridurre la disoccupazione. Se ne è parlato recentemente grazie al ministero del Lavoro, che ne vuole studiare l'applicazione nel nostro paese, e all'Unione europea che spinge per la sua generalizzazione negli stati che hanno sistemi differenti.

Nulla di cui stupirsi: con la disoccupazione giovanile impietosamente attestata oltre il 40% secondo i dati Istat, l'ormai antica querelle sulla distanza fra formazione e impresa torna attuale; la netta differenziazione, all'interno dell'Ue, fra i paesi in cui i giovani soffrono il grosso del peso della crisi e altri in cui il rapporto fra fasce d'età è più equilibrato fa il resto. E salta all'occhio come fra i paesi che hanno maggiormente contenuto questo fenomeno drammatico ce ne siano diversi – Germania anzitutto, e poi Austria, Svizzera, Olanda – che adotttano appunto il sistema duale.

In questo modello formativo, i giovani svolgono un apprendistato sul posto di lavoro e assieme frequentano le lezioni presso un istituto professionale: in tal modo, hanno la possibilità di verificare concretamente le nozioni apprese sul lavoro, e di approfondire nella teoria i processi che hanno impiegato lavorando. Un sistema molto elaborato, che nelle sue diverse versioni prevede sempre un complesso equilibrio fra ore di lezione, formazione sul lavoro, certificazioni di competenze, aziende e formatori, esami, cooperzione di associazioni di categoria, scuola ed enti locali, e che sembrerebbe davvero – dati Eurostat alla mano – funzionare.

Il dibattito che si è aperto ci sta portando gradualmente a conoscerlo (e forse a caricarlo di fin troppe aspettative) guardando alla Germania che lo considera, dal governo agli industriali, un fiore all'occhiello da additare ad esempio e possibilmente esportare all'estero, ma in realtà non occorre cercare così lontano. Quello che pochi sanno è infatti che nel nostro paese è già applicato, e da moltissimi anni. Il Duales System è fin dal 1955 uno dei due canali della formazione professionale nella Provincia autonoma di Bolzano. Uno strumento nato con la ricostruzione post-bellica e i cui parametri, sia in termini di occupazione giovanile che di capacità acquisite (come rileva con qualche stupore anche la stampa nazionale) sono assolutamente in linea con i "fratelli maggiori" del nord Europa.

"Il sistema duale in Alto Adige nasce con la legge provinciale 3 del 1955, prendendo a modello l'esperienza tedesca, grazie alle competenze garantite già allora dallo Statuto speciale” – dice Barbara Repetto, a lungo dirigente della formazione professionale in lingua italiana della Provincia di Bolzano e in anni recenti assessore provinciale – "e affianca alla formazione al lavoro la formazione nel lavoro. Alla base di tutto c'è infatti il contratto di apprendistato, formulato in modo da prevedere la formazione negli istituti professionali oltre che sul posto di lavoro – un punto distintivo che si è mantenuto dal 1955 fino alla più recente legge provinciale in merito, la 12/2012." Il sistema duale è infatti sì basato sull'alternanza scuola-lavoro, ma rappresenta qualcosa di molto diverso dagli stage in azienda consueti alla formazione professionale, e non solo, nel resto del Paese.

L'apprendista (fascia di età 15-24 anni) entra in questo circuito formativo sulla base di un regolare contratto collettivo di lavoro, in forza del quale è tenuto sia a frequentare le lezioni dei suoi corsi all'interno delle scuole professionali della Provincia, sia a lavorare presso l'azienda o l'artigiano con cui ha stretto il contratto. Il datore di lavoro, per parte sua, oltre che a far lavorare l'apprendista e corrispondergli con regolarità il salario previsto si impegna a formarlo nel mestiere e non può assumerlo senza disporre di requisiti precisi in merito. Ragazzi e ragazze sono, di massima, impegnati per un giorno nelle aule presso i centri di formazione e per il resto della settimana in azienda. Al termine un esame, superato il quale si consegue il diploma professionale di "lavorante artigiano", e l'assolvimento dell'obbligo scolastico.

Garanti, assieme alla Provincia autonoma, le associazioni di categoria. Per le aziende, si parte da ragazzi con il diploma di terza media, niente contributi e 700-800 euro al mese di paga (per gli artigiani), con la possibilità di formare competenze specifiche e conoscere bene capacità e carattere di futuri possibili collaboratori stabili. Un sistema che funziona: a dirlo, non soltanto la Provicia, ma anche le associazioni di categoria locali, che – almeno nelle dichiarazioni ufficiali – non vedono come un ostacolo insormontabile la retribuzione prevista, più alta che in Austria o Germania.

"Nel tempo, a questo modello-base, che oggi definiamo apprendistato tradizionale e che è di I livello, si è affiancata una formazione di II livello, rivolta a diplomati e anche laureati: l'apprendistato professionalizzante e l'apprendistato di alta formazione e ricerca, rivolti ai giovani fra i 18 e i 29 anni", continua l'ex assessore.

L'apprendistato professionalizzante si distingue perché non prevede esame e diploma e serve per l'ingresso nel mondo del lavoro con una qualifica professionale ai fini contrattuali; più in generale, è lo strumento destinato a costruire competenze con flessibilità, grazie alla collaborazione fra le scuole provinciali e i datori di lavoro, tenuti a stilare piani di formazione individuali per gli apprendisti che assumono. L'apprendistato di alta formazione e ricerca è invece un ponte verso l'università, realizzato in collaborazione con la Libera università di Bolzano e il Politecnico di Torino. Con il progetto "studenti in attività" permette di conseguire, diplomi e lauree di I livello nei corsi di Ingegneria gestionale e informatica applicata svolgendo in contemporanea un apprendistato retribuito; ha la durata di quattro anni, e prevede secondo contratto la retribuzione per tre anni su quattro.

"L'ultima scommessa che abbiamo fatto, e che però fatica un po' a decollare ", dice Repetto, "è la formazione superiore: grazie a un quinto anno integrativo, con il 2015 vedremo i primi diplomi di maturità conseguiti attraverso la formazione professionale, che non escluderà più la possibilità di accedere all'università. In questo modo ci saremo lasciati alle spalle la tradizionale rigida separazione fra i due circuiti di formazione".

Un percorso sicuramente complesso e frutto di una lunga evoluzione, oltre che di specificità locali e culturali, e che sta risentendo a sua volta della crisi – c'è un lieve calo di iscrizioni e, sistema duale o no, anche la disoccupazione giovanile altoatesiana è cresciuta. Ma che merita comunque di essere approfondito: è di quest'estate una visita ufficiale dal Veneto, preceduta di poco da quella del ministro Fornero, mentre dell'argomento si è parlato anche, a ottobre, nel Forum italo-tedesco degli industriali. Ed è una realtà, quella altoatesina, che ha anche  il merito di essere vicina. Quanto una vacanza in montagna, o una visita ai mercatini di Natale.

Michele Ravagnolo