Le opinioni

Foto: Roberto Caccuri/contrasto

Le opinioni

Senza ricerca non ci sarà nessuna ripresa

24 settembre 2014

Nel 2007, quando esplose la crisi finanziaria, i paesi europei furono colpiti in modi diversi e in diversa misura. Quelli che per decenni avevano trascurato di investire in aree fondamentali per la crescita economica, come la formazione del capitale umano, l’adattamento alle nuove tecnologie e la ricerca e sviluppo (R&S), subirono i contraccolpi peggiori e, quando la crisi finanziaria si trasformò in crisi economica a tutto tondo, si trovarono maggiormente in difficoltà con il debito pubblico. All’interno dell’Eurozona, i paesi più colpiti, quelli che la Goldman Sachs ha etichettato con l’infamante appellativo di Pigs (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna), sono anche quelli, senza ombra di dubbio, che hanno meno investito in R&S (fattore che gli economisti, sia quelli specializzati in macroeconomia che quelli specializzati in microeconomia, considerano importante per la crescita). Uno dei miti più grossi, tra quelli messi in circolazione durante la crisi dell’Eurozona, è che i paesi della "periferia", come la Grecia e l’Italia, sono stati troppo "spendaccioni", mentre i più responsabili paesi del "centro" sapevano bene quando e come era il caso di "stringere la cinghia". Le cifre suggeriscono il contrario: la periferia non ha speso a sufficienza nelle aree (costose ma fondamentali), che producono crescita, come la R&S.

Tutta questa insistenza sulla "dissipatezza" dei paesi della periferia non tiene conto del fatto che in molti dei paesi più deboli i disavanzi di bilancio erano molto limitati. In Italia, per esempio, fino al 2007 il deficit si attestava su un modesto quattro per cento, ma poiché il tasso di crescita era molto più basso degli interessi sul debito, il rapporto debito/Pil era cresciuto fino al 105% nel 2007, per arrivare poi fino al 120% nel 2011. E la missione dell’odierno programma di austerity in Italia è semplicemente riportare questo rapporto ai livelli del 2007, quando non si può certo dire che le cose andassero bene. Le politiche di austerità che predominano a livello mondiale si stanno dimostrando controproducenti nei loro sforzi per ridurre il rapporto debito/Pil, perché penalizzano la domanda di consumi (a causa del calo dei salari e del decadimento dei servizi pubblici) e al tempo stesso erodono la fiducia delle imprese, scoraggiandole dall’investire. Il risultato è un aggravamento delle recessioni, con conseguenti effetti negativi sul denominatore del rapporto debito/Pil, cioè la crescita del prodotto interno lordo. I vari governi si stanno anche lanciando in riforme "strutturali" finalizzate ad allentare le rigidità del mercato del lavoro, combattere la corruzione e il nepotismo e incrementare la trasparenza, elementi importanti per gli indicatori sulla facilità di fare impresa (ease of doing business). La grande domanda è quindi la seguente: i vari tipi di riforme strutturali e tagli della spesa produrranno crescita nei paesi della periferia, i Pigs? Senza investimenti nelle aree chiave, la mia risposta è no, non produrranno crescita.

Il rigore porterà solo sofferenze e nessun beneficio, e le riforme strutturali non saranno sufficienti. Quando l’Italia "liberalizzò" Telecom Italia, all'inizio degli anni Novanta, la prima cosa che fece la compagnia telefonica fu tagliare la R&S. E la stessa sorte seguirà con ogni probabilità il colosso italiano della microelettronica, l’STMicroelectronics, uno dei più importanti produttori di semiconduttori, se l’imminente liberalizzazione non sarà accompagnata da una strategia di investimenti. Che al momento non c’è. E poiché molte delle riforme strutturali comportano anche tagli ai servizi pubblici e ai salari dei dipendenti pubblici, con ripercussioni negative soprattutto sugli elementi più deboli della società, è probabile che molte di queste riforme finiranno per danneggiare anche la domanda e il tessuto sociale, rendendo più complicato, per i paesi, uscire dallo status quo e allo stesso tempo rendendoli più vulnerabili a crisi future. Con un probabile incremento delle proteste di piazza nel prossimo futuro.

Molti attribuiscono il fatto che la Germania oggi figuri tra i "paesi in surplus" alle riforme di Schröder, che videro la produttività crescere molto più rapidamente dei salari. Di qui la ricetta immediata proposta ai "paesi in deficit": fare le stesse cose che fece Schröder, e cioè tagliare i salari (in particolare nello "spendaccione" settore pubblico), liberare i mercati del lavoro dalle "rigidità", "liberalizzare" i mercati negli ambiti più diversi (farmacie, taxi, energia), e la crescita arriverà.

Tutte queste ricette non tengono conto del fatto che nessun paese è mai cresciuto senza massicci investimenti in aree fondamentali come l’istruzione, la ricerca e la formazione del capitale umano. Questi investimenti, uniti a "sistemi di innovazione" istituzionali, che promuovono collegamenti orizzontali tra aree come la scienza e l’industria, sono un elemento centrale per la competitività di un paese. La Germania, uno dei paesi vincenti in Europa, con una spesa elevata in R&S, recentemente ha indirizzato i propri sforzi in questo ambito sulla sfida della "crescita verde", e nel corso dei decenni ha costruito una serie di istituzioni per fornire "capitali pazienti" e supportare crescita e innovazione.

È questo, non i bassi salari, il motivo per cui aziende come la Siemens vincono appalti in tutta Europa (come, recentemente, quello per la costruzione di treni "verdi e veloci" in Inghilterra). Le aziende tedesche di successo sono il prodotto di una serie di fattori, fra cui (a) la banca di investimenti pubblica KfW, che mette a disposizione capitali "pazienti" per società innovative che hanno bisogno di tempi più lunghi dei 3-5 anni che banche "impazienti" e fondi di venture capital prediligono come orizzonte di investimento, e (b) la rete di istituti di ricerca della Fraunhofer, che supporta in modo coerente e sistematico i collegamenti tra scienza e industria. Sono questi investimenti e queste istituzioni che mancano in Italia e in Grecia, non i salari bassi. In Italia un insegnante di scuola guadagna 1.200 euro al mese: se l’istruzione è importante per la crescita, questa cifra è troppo alta o è troppo bassa?

Il miracolo della Silicon Valley, che tanti paesi europei vorrebbero replicare, è il frutto di investimenti ingenti, anche se decentralizzati, guidati dal settore pubblico. Senza questi investimenti, le aziende americane più innovative, come la Apple e la Google, non sarebbero quello che sono. Gran parte degli elementi rivoluzionari che sono alla base dell’iPhone (il Siri, il Gps, internet, lo schermo tattile) sono stati finanziati dagli investimenti pubblici. Se l’Europa vuole tornare a correre, deve creare una visione comune che assegni un ruolo centrale alla crescita trainata dall’innovazione, deve comprendere il ruolo degli operatori e degli investimenti del settore pubblico e di quello privato e deve costruire i contesti istituzionali che consentono collegamenti dinamici fra l’uno e l’altro.

Il paradosso del fiscal compact, l’accordo dei paesi dell’Eurozona sulla gestione della spesa pubblica, è che di fiscal spending (spesa pubblica) ce n’è ben poca: il fiscal compact è fatto sostanzialmente di tagli e qualche riforma. Il fiscal compact deve diventare – come chiedeva già nel 1997 il primo ministro francese Lionel Jospin riguardo al trattato di Maastricht – un growth compact, e bisogna fare in modo che la componente della crescita sia ben rappresentata nelle soluzioni (e nelle condizioni per salvataggi e prestiti) offerte ai paesi. Altrimenti, quando arriverà la prossima crisi (e le crisi arrivano immancabilmente, ogni 10-15 anni), i paesi europei saranno di nuovo colpiti in modi diversi e in diversa misura, scatenando una nuova ondata di scetticismo, mancanza di solidarietà, austerità e assenza di fiducia nel progetto europeo.

Perciò, se le riforme strutturali senza investimenti non producono crescita (e viceversa), la domanda che deve farsi l’Europa è da dove arriveranno i fondi per questi investimenti in un periodo in cui la crisi economica ha prosciugato le casse pubbliche. La risposta, naturalmente, è che devono venire, almeno in parte, dalle imprese private dei paesi dell’Unione Europea. Il dato sulla spesa lorda in R&S (che include sia la R&S pubblica che quella privata) è influenzato anche dal fatto che molte aziende in Europa spendono troppo poco in innovazione. La Fiat è uno dei problemi dell’Italia, e deve diventare una delle soluzioni: deve investire di più in innovazione, che sia nella ricerca di nuovi motori (un elemento della nuova politica industriale cinese) o in altri tipi di innovazioni per il risparmio energetico.

 La risposta dev’essere anche a livello nazionale, con investimenti in quelle aree che producono crescita, ma senza aggravare il debito: gli accordi europei dovrebbero trattare la spesa destinata per esempio alla R&S come investimenti in conto capitale, non come semplice spesa. L’istruzione, la ricerca e la formazione del capitale umano devono rivestire un ruolo prioritario nei bilanci nazionali: altrimenti, i paesi europei saranno costretti a competere con le nazioni a bassi salari, e l’Unione Europea non può e non deve fare una cosa del genere.

Mariana Mazzucato

 

Pubblichiamo la prima parte dell'introduzione al libro Lo stato innovatore (Laterza, 2014) di Mariana Mazzucato. Il testo completo è disponibile su Eutopia in Competitività distorte in Europa. Un'analisi differente