Dossier

Milwaukee, Wisconsin, Escuela Vieau Middle School. Foto: Reuters/Darren Hauck

Dossier

Dalla scuola al lavoro / 4

Scuole Usa, l'altra faccia del decentramento

31 gennaio 2014

Gli Stati Uniti sono la terra del decentramento per eccellenza e la frammentazione territoriale delle politiche pubbliche è quanto mai pronunciata nel settore dell’istruzione. Le scuole americane sono a forte controllo locale, finanziate di municipalità in municipalità con le tasse sugli immobili e gestite indipendentemente da organi governativi chiamati distretti scolastici. Non deve sorprendere dunque che anche la formazione professionale degli studenti di scuola superiore non consista che di un patchwork poco coerente di iniziative statali e cittadine, quasi completamente privo di una infrastruttura nazionale.

Lo “School to work opportunities act”, approvato dal Congresso nel 1994 sotto l’egida del presidente Bill Clinton, è una delle poche leggi federali che abbiano mai sostenuto direttamente i programmi di formazione professionale. Anch’essa però, per altro ormai finita in disuso, ha contribuito a rafforzare la natura estremamente decentralizzata del sistema, giacché il governo di Washington distribuiva fondi pubblici ai distretti scolastici perché questi si organizzassero nella maniera più appropriata alle condizioni e alle esigenze locali. Oggi la Casa Bianca sta portando avanti altre iniziative ancora meno ambiziose e comunque strutturate in maniera simile. Nel discorso sullo Stato dell’Unione del 28 gennaio, ad esempio, il presidente Barack Obama ha incaricato ufficialmente il proprio vice Joe Biden di creare una commissione che riesamini i programmi di aggiornamento professionale e di apprendistato e proponga nuove idee su come renderli più efficaci. La realtà è che, dagli anni Settanta in poi, i fondi federali per la formazione professionale sono andati progressivamente calando.

Oltre alla tradizionale diffidenza degli americani per tutto ciò che sa di statalismo e alle costrizioni economiche della nuova era dell’austerità, la pressoché completa mancanza di coinvolgimento del governo federale in questo campo ha anche un’altra origine. “Gli Stati Uniti hanno trasferito la responsabilità per la formazione professionale dei giovani dalle scuole superiori al sistema dei community college”, dice Charles L. Betsey, economista presso la Howard University a Washington.

I community college sono istituti pubblici per l’istruzione post-secondaria diffusi su tutto il territorio nazionale (ma anch’essi organizzati su base locale) che offrono certificati professionali solitamente della durata di due anni, sia ai neo-diplomati sia agli adulti che vogliono tornare a studiare nel mezzo della propria carriera o in una fase di disoccupazione. Al contrario delle grandi università, che hanno un impianto più prettamente accademico e un approccio più teorico, i community college sono ben integrati nella realtà economica in cui sono collocati e spesso collaborano con le imprese della zona.

Il presidente Barack Obama è sostenitore convinto dell’idea che, nella nuova economia globalizzata e ultra-competitiva, un diploma di scuola superiore non sia più sufficiente a garantirsi un livello di vita da classe media e che quindi la formazione professionale debba avvenire più avanti, o all’università o nei community college. E ha già proposto di stanziare più fondi federali a questi organismi, con l’obiettivo di aumentare di cinque milioni di unità il numero dei loro diplomati entro il 2020.

In realtà, anche i community college versano in condizioni finanziarie precarie e l’opposizione repubblicana a qualsiasi aumento della spesa pubblica rende improbabile che la situazione si sblocchi nel breve termine. “Sfortunatamente il meccanismo di base che sostiene gli obiettivi dei community college è quello dei Pell Grants [borse di studio federali per gli studenti meno abbienti], ma non è un meccanismo ben strutturato in questo senso – spiega Betsey – con il risultato che troppi giovani finiscono con il non ricevere mai la formazione di cui hanno bisogno per fare una buona transizione verso il mercato del lavoro”.

All’inefficacia delle politiche federali non fanno da contrappeso nemmeno gli Stati, molti dei quali finanziano programmi di formazione professionale risibili. Esistono però delle eccezioni. “Il Wisconsin e la Georgia hanno un sistema di apprendistato di buona qualità – dice Robert Lerman, economista del lavoro e esperto di occupazione e formazione professionale presso l’Urban Institute di Washington – ma non sono emblematici del resto del paese, ci vorrebbero più programmi del genere”. I ragazzi che fanno apprendistato in questi due stati passano parte del proprio tempo direttamente presso un datore di lavoro, in un settore dell’economia in cui gli interessa costruirsi una carriera. “Conquistano così una certa autostima, si guadagnano dell’esperienza lavorativa e finiscono talvolta per essere assunti a tempo pieno dalle aziende in cui sono stati piazzati come apprendisti”, dice Lerman.

Opportunità queste sempre più importanti e rare per i giovani. Negli Stati Uniti come in Europa, infatti, la recessione ha colpito in modo particolarmente duro i cittadini tra i venti e i venticinque anni di età. Tra di essi, il 61% era impiegato nel 2010 contro quasi l’80% del 2000. Una situazione che affligge anche gli adolescenti. Se il 44% di essi era impiegato nel luglio del 2000 (tradizionalmente molti ragazzi americani lavorano durante l’estate), nello stesso mese del 2011 aveva un lavoro solo il 25%.

Naturalmente, i programmi di apprendistato sono vantaggiosi anche per le imprese, che hanno la possibilità di formare secondo le proprie esigenze, e a prezzi scontati, i propri futuri lavoratori. Eppure, uno studio pubblicato nell’autunno del 2008 ha evidenziato una certa resistenza da parte dei datori di lavoro americani a parteciparvi.

Certo, in un contesto in cui il governo federale non ha pressoché alcun ruolo e in cui l’esistenza della formazione professionale dipende esclusivamente dall’iniziativa dei singoli distretti scolastici e delle singole aziende, è difficile che si sviluppi un sistema nazionale efficace e efficiente. “Quello che manca è l’organizzazione – dice Lerman – in modo che tutti abbiano chiara qual’è la cornice in cui ci si muove, in modo che scuola e azienda comunichino meglio fra di loro”.

Valentina Pasquali