Le opinioni

Foto: Stefano Dal Pozzolo/contrasto

Le opinioni

Scuola e università: ripartiamo dal basso

25 luglio 2014

Cara ministra Giannini,

perdoni l’impudenza. Siamo due insegnanti: uno di noi due lavora nell’università, l’altro nella scuola secondaria di secondo grado, come si usa chiamarla oggi. In una scuola superiore, insomma. Entrambi ci occupiamo di filosofia. E, tra le altre cose, da anni proviamo a ragionare su come insegnarla, che senso abbia insegnarla, che ragioni possiamo trovare per convincere anche un profano che sia importante studiarla.

Parliamo di scuola, in questo caso. Dell’università, magari, un’altra volta.
Le scriviamo senza grosse pretese, solo per provare a buttare giù qualche idea nella speranza che questo esercizio possa magari servire ad attivare qualche pensiero. Lo faremo nel modo più semplice e diretto possibile. Magari suonerà brutale o grossolano, a volte. Ma è solo per amore di chiarezza.

Dire che nella scuola del nostro Paese c’è un groviglio inestricabile di questioni complesse, incancrenite, labirintiche, è dire un’ovvietà, che spesso ha messo capo a due atteggiamenti contrapposti nelle intenzioni ma vicinissimi negli esiti. ‘Lascia stare’ e ‘riforma dalle radici’. Nella nostra storia recente si è assistito spesso all’alternanza tra periodi di stasi totale e improvvise accelerazioni, strappi in avanti, riforme sedicenti radicali. Il risultato, senza che ci giriamo troppo attorno, è che a parte una leggera mano di bianco (l’inglese, l’informatica, la LIM, il libro misto, e altre cose di questo tipo) la scuola italiana da decenni rimane sostanzialmente identica a se stessa. Lasciamo perdere per il momento se questo sia un bene o un male. Certo porta acqua ai mulini dei detrattori dell’istruzione scolastica. E parlar male della scuola facendo magari finta di parlarne bene da noi è una specie di sport nazionale, secondo solo al tiro al piccione contro i calciatori che si sono fatti sbattere fuori dal mondiale dal Costarica. Tanto per dire alcuni dei mantra che da quando eravamo studenti (un bel po’ di tempo fa) sentiamo ripetere: “le discipline sono paludate, datate, inservibili; gli insegnanti sono vecchi, demotivati, poco aggiornati (e hanno tutti i pomeriggi liberi, e tre mesi di ferie d’estate, e fanno un sacco di nero con le ripetizioni); le sedi degli istituti cadono a pezzi, manca la carta igienica, l’intonaco si scrosta”. Una schifezza, insomma.

Non che sia falso, beninteso. Però il nostro punto è un altro. Se si assume che la scuola italiana sia una schifezza da lasciare andare alla deriva o da radere al suolo senza nessuna alternativa intermedia, il gioco è fatto. Basta solo avere un po’ di pazienza per vedere come andrà a finire. Ma sul fatto che vada a finire, non c’è dubbio. La nostra condanna a morte l’abbiamo firmata noi e gli esecutori della nostra condanna a morte siamo sempre noi. I figli dei ricchi andranno a studiare all’estero o nelle scuole private che importeranno quei modelli. Gli altri li guarderanno come extraterrestri, sapendo che qualcuno ha già deciso che quelli sono i vincitori, che qualcuno ha già stabilito in partenza chi ha vinto e chi ha perso.

Sul fatto che lei non abbia intenzione di sedersi comoda e guardare la scuola implodere non abbiamo alcuna incertezza, dunque non discutiamo nemmeno l’ipotesi. Ci si affaccia alla mente il dubbio che lei abbia voglia di provare a mettere in piedi una riforma. L’ennesima. Noi, se fossimo al suo posto, la tentazione la sentiremmo bella forte. Magari una riforma che abbia in primis lo scopo di far fuori le precedenti e alcuni dei deliri che le hanno caratterizzate.

Non lo faccia. Non faccia alcuna riforma della scuola italiana. Tanto meno una Grande Riforma. Non nel breve periodo, in ogni caso. Non abbia fretta, non cerchi qualche aggancio spendibile a breve tra le ultime parole d’ordine di moda tra chi si occupa di scienze della formazione. Non cerchi una formula a effetto (‘la scuola delle competenze’, ‘la scuola dell’inclusione’) destinata a durare al massimo un quinquennio. Il tempo che una nuova moda d’Oltralpe ci apra gli occhi davanti a una nuova mirabolante scoperta pedagogica, a sua volta destinata a durare un lustro. E non si lasci troppo ammaliare dagli elogi del merito, che lì dalle sue parti vanno forte. Il merito è una di quelle parole dall’alone sacro, luminose e intoccabili che nascondono e mascherano una vera e propria selva di contraddizioni, di bugie e di implicazioni ideologiche che chi la usa – ed è questa la cosa che ci fa più terrore – nemmeno è disposto a vedere.

Parta dal basso. Cerchi di capire come stanno davvero le cose, cosa funziona e cosa no. Ascolti gli insegnanti, i dirigenti scolastici, gli studenti. Metta fondi a disposizione di ricerche che facciano il punto della situazione e sappiano evidenziare le sperimentazioni che ci sono e vanno bene e producono risultati, accanto a sacche di inedia, inefficienza, ripetitività. Non si appoggi soltanto alle università e alle società scientifiche che pretendono talvolta di sapere quello che non sanno. Consideri gli insegnanti non come l’ultimo anello della catena dell’erogazione del servizio formativo, degli esecutori materiali di progetti pensati ed elaborati altrove, ma come degli artigiani-ricercatori.

Noi ci occupiamo, dicevamo, dell’insegnamento della filosofia. Anche sull’insegnamento della filosofia grava una specie di pregiudizio negativo ormai ben radicato nel senso comune: la filosofia è inutile, è difficile, è inspendibile a livello di qualsiasi professione, è un passatempo per perdigiorno. Noi non crediamo che sia così. Crediamo che nella vita di un individuo studiare filosofia sia un’occasione importante, un’opportunità in grado di fare una differenza. Ma non se lo si continua a fare come perlopiù lo si è fatto nella scuola italiana negli ultimi settant’anni solo per inerzia, per mancanza di alternative. E dunque, che fare? La rivoluzione?

No. Ci siamo resi conto che l’unico punto sensato dal quale partire è quello che hanno fatto gli insegnanti nelle scuole in questi anni, e dunque dalla valorizzazione del loro lavoro, dalla necessità di condividerlo, di adoperarsi concretamente per creare un vero e proprio magazzino delle esperienze.

Ecco, noi le suggeriamo proprio questo.

 Vede, l’insegnamento della filosofia nella scuola italiana è segnato da una storia davvero particolare. Siamo uno dei pochi paesi al mondo in cui la filosofia fa parte del curriculo scolastico e questo è legato alla nostra storia culturale. Una storia di cui i reformatores guardando a un altrove sempre migliore vorrebbero liberarsi come di un inutile e dannoso fardello. Noi certo non ne facciamo una bandiera, ce ne guardiamo bene. Ma crediamo che si debba esserne consapevoli.

Per molti aspetti la forma dell’insegnamento della filosofia è segnato indelebilmente da un  suo illustre predecessore, Giovanni Gentile, e soprattutto dalla banalizzazione e manualizzazione di quel progetto complesso operata poi da altri suoi meno illustri predecessori. In ogni caso, se chi insegna filosofia lo fa soprattutto dentro una prospettiva storica, secondo un’idea di sviluppo, e se, soprattutto, insegnando filosofia si trova a insegnare anche storia (perlomeno nei licei classici e scientifici), per molti aspetti lo deve all’impostazione gentiliana, che costituisce, se ci passa l’espressione, la struttura portante per molti versi nascosta, ma ancora fondamentale, dell’architettura scolastica italiana.

Dopo Gentile, ci sono state molte e non sempre appassionanti discussioni sull’insegnamento della filosofia; discussioni che hanno coinvolto soprattutto il rapporto fra filosofia e storia della filosofia, ma l’impianto generale dell’insegnamento è rimasto più o meno lo stesso. Noi siamo convinti che questo impianto con le diverse riforme che ha subito non funzioni più. Ma non vorremmo vederlo sostituito, almeno nel breve periodo, da un altro impianto buttato su alla bell’e meglio che poi piacerà ad alcuni e dispiacerà ad altri.

Vorremmo piuttosto che ci fosse la possibilità di portare davvero a galla le diverse forme in cui questo insegnamento, a volte al di là delle norme, a volte grazie alle norme, a volte malgrado le norme, è stato riarticolato e ridefinito dentro la concreta esperienza didattica dei docenti, di chi sa che cosa significa entrare in una classe, guardare in faccia degli studenti, tentare di iniziare una strada senza sapere di preciso dove quella strada ti porterà. Crediamo che da lì possa nascere qualche cosa.

Se vuole, possiamo farle degli esempi concreti. Li abbiamo. Ce li chieda. Noi crediamo ad esempio che un buon modo per insegnare filosofia sia quello di partire dalle parole, di mostrare come la filosofia nella sua storia e nella sua pratica concreta sia in grado di problematizzare in modo radicale le parole che abitano i nostri discorsi quotidiani. Abbiamo un po’ di materiali su queste cose e vorremo condividerli. E come noi altri sicuramente ne hanno: di altro genere, con altre idee dietro, con altri esiti. Provi a metterci insieme. Ci faccia, se vuole, anche scontrare l’uno contro l’altro. Forse verrà fuori qualcosa di buono, qualcosa che ha senso, qualcosa per cui vale la pena sforzarci un po’ di più.

Poi non è detto che da questo non possa anche emergere un quadro complessivo di riforma, di ridefinizione anche normativa dei percorsi didattici. Ma non lasci che ci sia qualcuno che nelle stanzette di un dipartimento universitario o nel direttivo di una società scientifica che risponde corporativamente solo a se stessa decida che cosa è la scuola, che cosa sono le discipline nella loro peculiarità e che cosa significa insegnarle. Il tutto fuori dall’esperienza concreta della scuole, della pratica dell’insegnamento e magari nella pretesa di raccogliere sotto qualche slogan efficace, che fa godere i cacciatori delle novità, la strepitosa e formidabile pluralità di ricerche e di percorsi culturali che animano i saperi.

Ecco, noi ci siamo. E come noi moltissimi altri.

Un caro saluto

Alberto Gaiani

Luca Illetterati