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Recall: quando un’elezione non è per sempre

14 gennaio 2013

Nell’intervista a Una Città, riassunta la scorsa settimana da “Il Bo”, il costituzionalista Michele Ainis ha formulato una serie di proposte per migliorare la politica italiana e ridare fiducia ai cittadini, nel tentativo di operare un cambiamento che si fondi sulla trasparenza e sul merito. Tra le idee citate vi è quella di introdurre in Italia lo strumento del “recall”, cioè la possibilità per i cittadini di revocare una carica a un eletto nel caso in cui ritengano che il mandato non venga svolto correttamente. 

Come ricordato dallo stesso Ainis, il “recall” è una procedura che esisteva già nella democrazia ateniese ma che è sostanzialmente sconosciuta in Italia. In Europa è diffusa l’idea che l’operato degli eletti debba essere giudicato dagli elettori solo alla scadenza del mandato, con il voto: chi ha operato male, non sarà rieletto. Concetto condivisibile, ma che non mette la cittadinanza al riparo da ruberie, scandali e dissesti economici dell’immediato. In Italia poi, anche di fronte ad accuse circostanziate, chi ricopre una carica pubblica spesso non si assume le proprie responsabilità, nemmeno di fronte all’evidenza della colpa. Inoltre vige il principio che si vada ritenuti “innocenti fino a sentenza definitiva”: con i tempi della giustizia italiana, questo significa che l’opinione pubblica deve attendere parecchi anni prima di costringere un politico all’uscita di scena, con il rischio che eventuali reati o acclarate incapacità si perpetuino ben oltre il primo allarme. 

L’istituto del “recall” è usato in sei cantoni svizzeri, nella provincia canadese della Columbia Britannica, in Venezuela e, soprattutto, in numerosi stati USA. In Svizzera, paese nel quale si inserisce in una serie di istituti tradizionali di democrazia dal basso, nonostante sia richiesta una quota di firme piuttosto ridotta (dal 2% all’11% degli elettori, a seconda dei cantoni), il “recall” è stato utilizzato molto raramente e mai nessun politico è stato destituito grazie a questo meccanismo. Lo stesso è accaduto nella Columbia Britannica canadese, dove dal 1995 (anno dell’introduzione nell’ordinamento) 24 proposte di “recall” sono state lanciate ma ben 23 non hanno raggiunto il numero di firme necessario, mentre in un caso il politico in oggetto ha preferito dimettersi prima del voto. In Venezuela, l’istituto del “recall” è previsto per tutte le cariche elettive dall’articolo 72 della Costituzione “Bolivariana” del 1999, e nel 2004 fu il presidente della repubblica, Hugo Chavez, a superare positivamente un tentativo di destituzione. 

La procedura utilizzata negli Stati Uniti varia leggermente da Stato a Stato ma le caratteristiche essenziali sono le stesse ovunque. Come prima cosa, è necessaria la presentazione pubblica della petizione. Per depositarla, a differenza di quanto avviene per la procedura di “impeachment”, resa celebre dal caso di Nixon, nella gran parte dei casi non occorre che ci siano degli illeciti: si tratta di una sorta di “voto di sfiducia”. Segue poi la raccolta delle firme, il cui numero minimo varia sensibilmente (dal 12% della popolazione in California fino al 40% in Kansas. Talvolta le percentuali variano anche se il sottoposto a “recall” è un pubblico ufficiale eletto a cariche statali oppure se a livello locale). Viene inoltre fissato un limite temporale per la circolazione della petizione: e qui si va dai 180 giorni della Louisiana fino ai 60 del Colorado. Una volta accertata la sussistenza delle firme necessarie, si definisce il momento del voto, che di solito avviene con un solo quesito sulla scheda: revocare o meno il pubblico ufficiale. Non esistendo quorum, è sufficiente che la maggioranza dei partecipanti alla votazione si esprima in maniera favorevole alla destituzione per far sì che il posto venga dichiarato scoperto. Al più presto, poi, si procederà all’elezione del successore. 

Il caso più eclatante di rimozione a seguito di una procedura di “recall” è stato quello del governatore della California Gray Davis, cacciato nel 2003 perché giudicato responsabile del dissesto finanziario del più ricco stato d’America. Pochi mesi fa, invece, in Wisconsin, il repubblicano Scott Walker è stato il primo governatore a sopravvivere a una procedura di “recall” avviata dai sindacati come risposta a una serie di provvedimenti antisindacali voluti da Walker. Per dare un’idea dell’ampiezza del fenomeno, va inoltre ricordato come nel 2011 in tutti gli Stati Uniti siano state più di 150 le procedure iniziate e circa la metà di esse hanno raccolto un numero sufficiente di firme per permettere l’organizzazione delle procedure di voto. 

Il fatto interessante è che solo sette stati americani richiedano come condizione necessaria per istruire una procedura di “recall” il verificarsi di gravi illeciti, omissioni o crimini. Nei restanti 11 non sono prescritte limitazioni, perché si tratta di un procedimento politico. Il già citato Walker è stato infatti sottoposto a referendum senza essere stato coinvolto in alcun illecito particolare: il tentativo fu causato dalla reazione dei democratici e dei sindacati più rappresentativi a una serie di leggi antisindacali da lui promosse. 

Non va poi dimenticato che oltre al “recall” esiste anche la procedura dell’impeachment, cioè il potere del Congresso federale e dei parlamenti statali di mettere in stato d’accusa ed eventualmente rimuovere tutti i pubblici ufficiali, inclusi i ministri, i governatori, i giudici federali e lo stesso presidente degli Stati Uniti. Per coloro che ricoprono cariche elettive c’è quindi in alcuni casi un doppio sistema di controllo che prescinde dalle scadenze elettorali: uno scrutinio formato dai “pari” e uno dal “popolo”, entrambi in grado di revocare l’elezione. 

Marco Morini

 

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