Società

Società

Noi, tossicodipendenti della società dei consumi

19 settembre 2012

“Per farci consumare la pubblicità deve renderci insoddisfatti di ciò che abbiamo e desiderare ciò che non abbiamo, questo è l’unico modo per alimentare il meccanismo del consumo” dice Serge Latouche, che da mercoledì sarà a Venezia per la Conferenza internazionale su decrescita, sostenibilità ecologica ed equità sociale. “Il pianeta non può sostenere questa falsa festa, questa falsa abbondanza, un consumo frenetico basato sulla frustrazione: i popoli felici non consumano”.

Il berretto blu con la visiera e la barbetta bianca fanno assomigliare Latouche a Lenin, il bastone e la camicia bianca senza colletto lo fanno sembrare un Gandhi con la pelle chiara ma la convinzione delle idee e la determinazione nell’esporle sono le stesse dei due rivoluzionari del XX secolo. Come loro, Latouche non ha dubbi o incertezze: “Questa società sta per morire per troppi consumi: troppo di tutto, viviamo nella tripla illimitatezza: troppa produzione, troppo consumo, troppi rifiuti”.

Latouche, 72 anni ben portati, divenne famoso nel 1986 con un saggio iconoclasta: Faut-il refuser le développement ?, a cui seguirono L'Occidentalisation du monde: Essai sur la signification, la portée et les limites de l'uniformisation planétaire (1989) e, soprattutto, La planète des naufragés: Essai sur l'après-développement  (1991), tradotto nel 1993 da Bollati Boringhieri con il titolo Il pianeta dei naufraghi. Il suo ultimo libro è Per un’abbondanza frugale, Bollati Boringhieri 2012.

Latouche è professore emerito di economia all’università Paris-Sud ma, negli anni, ha perso completamente lo stile cauto e didascalico dei professori universitari (soprattutto americani) e preferisce le affermazioni tranchant degli intellettuali parigini: “I nostri governi vedono la soluzione della crisi nell’austerità, le opposizioni nel rilancio dell’economia. La prima soluzione ci porta in un impasse, un vicolo cieco, e porta miseria per gran parte della popolazione, come vediamo tutti, mentre la seconda soluzione, il rilancio dell’economia sarebbe un disastro per il pianeta. I governi europei sono impegnati in una masochistica concorrenza, in una gara verso l’austerità ma la cosa peggiore di tutte è quello che stanno facendo: combinare austerità e rilancio economico”.

Latouche definisce gli abitanti del mondo occidentale “tossicodipendenti” della società dei consumi e definisce lui stesso la decrescita “uno slogan provocatorio per smantellare l’ipocrisia del mito produttivista”. Non ci sono dubbi che il suo stile di vita sia coerente con il messaggio di frugalità che intende trasmettere: non possiede telefonino (neppure un vecchio Nokia), ignora la televisione e perfino l’aereo, “L’ho preso solo per andare in Giappone, perché altrimenti via nave ci sarebbe voluto troppo tempo e avrei dovuto rinunciare a questa conferenza”. 

Dal 2009 in poi, da quando è iniziata la grande crisi che stiamo attraversando,  Latouche si sforza di dissipare il malinteso che fa accomunare “decrescita” e diminuzione del Prodotto interno lordo. “Il prodotto di una società della decrescita è radicalmente diverso dalla crescita negativa. La prima si può vedere come una cura di austerità scelta volontariamente per aumentare il nostro benessere perché l’iperconsumo è come l’obesità. La seconda è una dieta forzata che può portare alla morte per inedia. Non c’è niente di peggio di una società della crescita senza crescita”.

 

Fabrizio Tonello