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Foto: Stefano G. Pavesi/contrasto

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Liceo di quattro anni? /1

Liceo in quattro anni: possibile, forse, ma...

12 maggio 2014

E così in un prossimo futuro anche i ragazzi italiani, come molti loro colleghi europei, potrebbero diplomarsi a 18 anni, invece che agli attuali 19. Continua infatti, secondo le recenti dichiarazioni del ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca Stefania Giannini, la fase di sperimentazione del liceo quadriennale, che attualmente coinvolge alcuni istituti statali e paritari: “È una sperimentazione esistente, introdotta dal ministro Profumo e attuata dal ministro Carrozza – ha detto il ministro –, io doverosamente lo sto portando a compimento. Non abbiamo ancora dati ma credo che il tema del liceo a 4 anni, legato all’ingresso più precoce dei nostri ragazzi nel mondo del lavoro, debba essere inserito in una rivisitazione complessiva del secondo ciclo d’istruzione”.

L’anno scorso il ministro Carrozza aveva presentato la riforma come un passaggio necessario per permettere ai nostri diplomati di competere con i loro colleghi europei. Una posizione che però aveva suscitato diverse osservazioni e proteste da parte di chi faceva notare come l’Italia, con uno degli indici più alti di disoccupazione giovanile nel continente, sembri  già adesso assai poco affamata di lavoratori adolescenti. Come potrà però attuarsi questa riforma, e quali costi e soprattutto quali benefici rappresenterebbe per il sistema Paese? iniziamo la nostra inchiesta sulla scuola superiore quadriennale chiedendolo a Paolo Mazzoli, dirigente scolastico di una grande scuola romana che ha partecipato concretamente alla sperimentazione, collaborando con l'allora sottosegretario Marco Rossi Doria Nel prossimo articolo invece indagheremo sulla situazione negli altri paesi europei.

Nell'ipotesi favorita dal ministro Carrozza, sarebbe possibile rendere quadriennale il Liceo senza una riforma complessiva dei cicli? Lei, personalmente, sarebbe favorevole a questa ipotesi?

Teoricamente sì. Se si decidesse di intervenire solo sul secondo ciclo d’istruzione, cioè sui licei e sugli istituti tecnici e professionali, non sarebbe strettamente necessario rivedere gli altri ordini di scuola e cioè la scuola dell’infanzia, la primaria e la scuola media. Ma quale che fosse la scelta da operare si tratterebbe comunque di un cambiamento strutturale molto rilevante. È per questo che, prima che si insediasse il ministro Carrozza, il ministro Francesco Profumo istituì una commissione tecnica per esaminare a fondo le opzioni possibili e le loro conseguenze. La Commissione aveva il compito di analizzare quali soluzioni erano concretamente disponibili per realizzare l’obiettivo di far conseguire ai nostri studenti a 18 anni, anziché a 19, il diploma di scuola secondaria. Furono prospettate tre ipotesi: l’anticipazione a 5 anni della scuola primaria, la riduzione da otto a sette anni del primo ciclo (primaria + media), la riduzione da cinque a quattro anni del secondo ciclo. Ebbene la Commissione si espresse a favore di questa terza ipotesi. Personalmente ero e resto a favore della riduzione della scuola secondaria. 

Quale lavoro sui programmi comporterebbe un liceo di quattro anni?

Nell’ipotesi minima, che non prevedesse alcun cambiamento ordinamentale, si tratterebbe di operare una compressione dei contenuti di studio sulla base di un’accurata analisi delle competenze irrinunciabili riferite a ciascuna disciplina. Se ci limitiamo ai licei, abbiamo un esempio a portata di mano: i licei italiani all’estero che, già  oggi, hanno una durata di quattro anni. Gli studenti di questi licei svolgono nel primo anno gli argomenti che normalmente si svolgono nei primi due e, successivamente, seguono un curricolo equivalente al nostro.

Al Miur sono state fatte simulazioni sui costi, i risparmi e gli impatti sull'occupazione di una riduzione di un anno del Liceo?

Sì. La stessa Commissione già  citata elaborò un prospetto sull’impatto economico e occupazionale. La contrazione a quattro anni della scuola secondaria di secondo grado comporterebbe, a regime, un esubero di 40.000 docenti circa, corrispondenti a 1 miliardo e 300 milioni di retribuzioni lorde. C’era però nel report finale della Commissione una valutazione estremamente netta a favore del reimpiego integrale delle risorse risparmiate all’interno del sistema scolastico e, assumendo questa prospettiva, venivano anche indicati due scenari: a) La progressiva redistribuzione dei 40.000 docenti “non curriculari” in alcune attività  attualmente non presidiate come il recupero, il tutoraggio, la prevenzione dell’abbandono, l’alternanza scuola-lavoro (anche nei licei), la compresenza per alcune attività didattiche che lo richiedono, ecc; b) La progressiva riduzione del personale docente e la contemporanea assegnazione di un budget straordinario per il potenziamento e il miglioramento dell’offerta formativa, anche prevedendo un organico reclutato direttamente dalle scuole. Si tratterebbe di un budget tutt’altro che trascurabile oscillante dai 150.000 ai 450.000 euro a scuola, a seconda che si destinassero i finanziamenti derivanti dalla riduzione del personale di ruolo a tutte le scuole o alle sole scuole secondarie di secondo grado. 

Daniele Mont D’Arpizio