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Foto: William Widmer/Redux/contrasto

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Liceo: e se invece fosse di 6 anni?

15 maggio 2014

Nell’eterna ricerca del perfetto equilibrio di cicli scolastici -- la giusta combinazione di anni di studio, curricula e formazione professionale che prepari al meglio le nuove generazioni -- c’è chi, come la provincia canadese dell’Ontario, sceglie di ridurre la durata delle scuole superiori, e chi invece preferisce allungarla.

Ha preso forma a Chicago nel 2012 un liceo sperimentale di sei anni, alla cui conclusione gli studenti ottengono non solo un diploma di scuola superiore, ma anche quello che negli Stati Uniti si chiama “associate degree”. Si tratta di una laurea breve, di soli due anni, solitamente accordata dai “community college”, piccole istituzioni sparse in ogni angolo del Paese e molto meno costose delle grandi università. 

“Penso sia una buona idea di garantire a tutti un percorso educativo e di formazione professionale più lungo di quello odierno – dice Jeffrey Jensen Arnett, professore di Psicologia presso Clark University in Massachusetts – Nell’economia di oggi, e del futuro, è assolutamente necessario andare oltre la scuola superiore: basta guardare al tasso di disoccupazione tra chi ha solo un diploma, che è due volte superiore di quello degli americani con una laurea”. 

La scuola di Chicago prende il nome di Sarah E. Goode, una delle prime donne nere a aver registrato un brevetto negli Stati Uniti, e si trova nel South Side, tradizionalmente tra le aree della città di matrice working class, ma anche nota per le tensioni razziali e per la povertà e violenza diffuse. Il modello delle superiori a sei anni è noto invece come “P-Tech”, un’abbreviazione di “Pathways in Technology Early College High School”. Questo tipo di liceo propone infatti un curriculum specializzato nelle Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica (STEM in inglese, da Science, Technology, Engineering, Math), curriculum che è stato sviluppato in stretta collaborazione con IBM, che ne è il maggiore promotore. Tra i tanti benefici per i ragazzi che si diplomano qui anche la promessa di un lavoro da almeno 40.000 dollari l’anno presso questo gigante dell’informatica. 

“P-Tech è fortemente caratterizzata a livello occupazionale, è un modello che funziona meglio per chi sa già, a quattordici anni, di voler entrare in settori professionali specifici, ad esempio l’IT – dice Thomas Bailey, Professore di Economia e Scienze dell’Educazione presso il Teachers College di Columbia University – Per chi pensa di fare il professore universitario, lo storico, il dottore, forse questo non è il percorso più adatto”. 

Per il momento l’esperimento sta suscitando molto entusiasmo tra genitori e politici, tant’è che l’IBM ha già aperto otto scuole del genere, inclusa Sarah E. Goode, fra Chicago e New York e ha in programma di inaugurarne altre 29 in giro per il Paese nei prossimi due anni. 

Anche se nessuno mette in dubbio il valore delle risorse e del sostegno offerti agli studenti dal modello P-Tech e da IBM, rimane però la preoccupazione di quale effetto possa avere, sui giovani e sulla loro formazione, questa grossa ingerenza aziendale nelle scuole. “È legittimo domandarsi quanta enfasi sull’ambiente sarebbe posta in un liceo sponsorizzato da un’impresa del settore energetico e del petrolio”, dice Bailey. 

Al di là dei problemi specifici del modello P-Tech, non tutti sono d’accordo sul fatto che un semplice prolungamento della scuola superiore sia la strategia più adatta a preparare meglio i giovani alla vita adulta e al mondo del lavoro. “Penso che quando i ragazzi raggiungono la fine delle superiori siano davvero pronti a un cambiamento di marcia – dice Arnett, che ha coniato il termine “emerging adulthood” (o età adulta in fase emergente) proprio per descrivere chi non è più adolescente ma comunque ancora in fase di transizione e lontano dalla stabilità che si raggiunge a trenta-quarant’anni – Credo siano desiderosi di avere più scelta in fatto di percorsi di studio e che si sentano più maturi e meno dipendenti dai genitori e quindi più capaci di prendere le proprie decisioni”. 

Per Arnett, quindi, la chiave non è tanto ripensare i cicli scolastici e aumentare gli anni di liceo, anche perché le strutture per l’istruzione post-secondaria esistono già, a partire proprio dalla rete dei community college. “Quello che manca negli Stati Uniti è il sostegno economico – dice lo psicologo dello sviluppo di Clark University – Qui tutti hanno il diritto all’istruzione primaria e secondaria, ma questo meccanismo si ferma alla scuola superiore e penso che sia un errore, penso che i governi abbiano l’obbligo, in questa nuova economia, di provvedere anche all’istruzione terziaria”. 

Ad ogni modo, avverte Thomas Bailey di Columbia University, sia per gli entusiasti sia per gli scettici è ancora troppo presto per giudicare il funzionamento di P-Tech, che è ancora in fase sperimentale e che difficilmente potrà essere replicato su scala nazionale. “Non penso sarà facile trovare tante aziende delle dimensioni di IBM che hanno le risorse e sono interessate a sostenere progetti del genere – conclude Bailey – Per il momento direi che vale senz’altro la pena testare questo modello, per capire quanto aiuti effettivamente gli studenti”. 

Valentina Pasquali