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Andrea Azzolini al pianoforte. Foto: Daniele Mont D'Arpizio

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Le avventure di un musicista a Mosca

16 maggio 2014

Andrea Azzolini, jeans e maglietta, si esercita al piano prima del suo unico concerto padovano. Poi tornerà di nuovo a Mosca e, per la prossima stagione, sono già in programma esibizioni a Lugano, Sofia, Amburgo, Addis Abeba e Instanbul. Padovano classe 1993, vincitore di diversi premi nazionali, ha iniziato a studiare musica a sette anni fino al diploma in pianoforte a 18, preso presso il conservatorio di Verona: “Non ricordo nessuna ‘illuminazione’ – scherza oggi – solo una progressiva consapevolezza che la musica era la mia strada. I miei genitori non hanno avuto altro ruolo se non quello, fondamentale, di sostener le mie scelte”.

Subito dopo il diploma la scelta di andare all’estero: “Qui i grandi nomi prendono decine di migliaia di euro per un concerto, mentre ai musicisti meno conosciuti – magari non meno bravi – si promette al massimo un rimborso spese. Ma sui rimborsi spese non si può organizzare una vita”. Alla fine la scelta è caduta sul conservatorio Čajkovskij di Mosca: una delle più prestigiose scuole al mondo, dove tra gli altri hanno studiato Rostropovič e Rachmaninov. Qui Andrea frequenta da due anni un master quinquennale di perfezionamento: “All’inizio pensavo a Londra; della scuola russa però mi ha attratto subito l’approccio, per nulla teoretico. Qui la musica è considerata come una sensazione fisica da sentire, vivere, anche se richiede molto studio e una grande disciplina”.

E con il russo? “All’inizio non parlavo una parola, e per di più non trovavo nessuno che conoscesse l’inglese, nemmeno all’ufficio per gli stranieri. Poi impararlo è stato più semplice di quello che pensavo, grazie anche alle nove ore settimanali di russo che facciamo al conservatorio”. Ambientarsi come è stato? “Difficile, all’inizio faticavo con il freddo e anche con le persone: i modi mi sembravano rigidi, bruschi. Poi mi sono innamorato di Mosca e soprattutto della cultura e dell’arte russa”. E poi c’è la Russia oggi: una delle potenze economiche mondiali, un paese in piena evoluzione dove la vita è molto cara ma è anche semplice trovare lavoro, ad esempio come insegnante di italiano.

Qual è la giornata tipo di un pianista che aspira a una carriera internazionale? “Studio pianoforte circa sei ore al giorno, anche se la  mia insegnante suggerisce di non andare oltre le quattro. C’è questa leggenda che ci si debba per forza esercitare tutto il giorno, ma se non si vive non si riesce a trasmettere niente. Questo per lo meno pensano i nostri docenti, che quindi raccomandano una giornata molto varia, non incentrata esclusivamente sulla musica”.  Il resto del giorno si passa tra le altre materie, oppure facendo esperienza: “Amo molto la lettura e l’arte moderna. Ovviamente poi ascolto tanta musica: molta opera e jazz, Battisti e Mina tra gli italiani. Guns’n roses, Pink Floyd ed Edith Piaf sono degli artisti, per me comparabili con i grandi della musica classica”. E brani di pianoforte? “Quelli ne ascolto pochi, a parte ovviamente i brani che sto studiando”.

 “Il compito del pianista è interpretare – continua Azzolini – Questo per me significa cercare, nei limiti del proprio talento e della propria cultura, di far rivivere opere scritte decenni o secoli fa”. Questo significa che si può reinterpretare un’opera come si vuole? “Nemmeno questo: si è comunque vincolati allo stile e al contesto dell’opera. Per questo è necessaria una cultura piuttosto ampia per interpretare autori molto diversi, magari in un solo concerto”. Quello dell’interprete è un mestiere particolare... “Vero, e spesso la sua natura sfugge perfino agli stessi musicisti. Questo perché il lavoro principale non si fa sulla tastiera ma sulla persona”. Un percorso culturale, quasi spirituale. “A Mosca mi ripetono di ascoltare e soprattutto di ascoltarmi mentre suono. Sembra paradossale ma molti non lo fanno”.

Ti ispiri a un pianista in particolare? “Mi piacciono ad esempio Rubistein e Cortot; poi in genere la scuola russa, molto poco ‘costruita’. Tentare però di copiare lo stile di un altro, per quanto bravo, è molto sbagliato. Cortot ad esempio non è assolutamente pulito nel suono, ma è diventato un colosso grazie alla sua grande fantasia musicale”. La personalità deve emergere nella naturalezza dell’interpretazione: “Esatto. Suonare è un po’ come parlare: un processo innanzitutto spontaneo, fluido. Non avrebbe senso fare studiatamente troppe pause, oppure gridare per attirare l’attenzione”.

Come si fa però ad arrivare a vivere di musica, soprattutto in Italia? “Alcuni paesi come la Cina puntano molto sulla musica, spingendo molto o loro interpreti. Anche in Turchia ad esempio ogni anno ci sono concorsi per far suonare le giovani promesse con l’orchestra di Istanbul, che è molto buona”. Possibilità che invece mancano in Italia, dove le orchestre negli ultimi anni vengono chiuse e accorpate. Un percorso comunque impervio: “50 anni fa bisognava vincere un concorso importante, ad esempio il premio Chopin come Pollini. Adesso è diverso, ci saranno 5-6.000 concorsi: non c’è una strada definita. Quando sarò pronto tenterò probabilmente di andare negli Stati Uniti e di partecipare alle rassegne più importanti”. Intanto però è necessario anche coltivare le relazioni, essere un po’ i pierre di se stessi: “Sì, ma non interessa diventare una star. Significherebbe sacrificare la propria vita e poi suonare soprattutto per ragioni commerciali, senza il tempo per lasciare maturare le interpretazioni. Vorrei essere un bravo professionista che vive della sua arte, altrimenti farò altro senza troppi rimpianti”. In bocca al lupo.

Daniele Mont D’Arpizio


Impegno o genio? Il segreto del successo

Hanno fatto un certo scalpore nel 2008 le tesi sostenute dallo scrittore e giornalista canadese Malcolm Gladwell nel libro Fuoriclasse. Storia naturale del successo. Nel volume l’autore, riprendendo una ricerca svolta alcuni anni prima nell’ambito della psicologia e delle neuroscienze, sosteneva che per ottenere l’eccellenza in una qualsiasi attività, dal pianoforte alla neurochirurgia, basterebbero non più di 10.000 ore di studio e di pratica: meno di 5 anni di lavoro a tempo pieno. Un assunto oggi messo in dubbio da un nuovo studio, che ha preso in considerazione le performance di un gruppo di giocatori di scacchi e di musicisti, trovando che il duro lavoro alla fine può spiegare appena un terzo delle capacità  individuali. Il mistero della genialità insomma è ancora lontano dall’essere sciolto. Per approfondire leggi l’articolo di Pietro Greco 10.000 ore non bastano (e neanche 20.000).