Università e scuola

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L'antifascismo di Concetto Marchesi, 70 anni dopo

5 dicembre 2013

È stato anche recentemente osservato, con riferimento all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy e di Aldo Moro o al crollo delle Torri gemelle, come ci siano momenti, nella vita di ognuno di noi, che segnano in modo indelebile l’esistenza non solo personale e cambiano significato persino a quanto è accaduto prima e a quanto succederà dopo. Questi momenti sono più frequenti nei tempi eccezionali che capita, a volte, di vivere. Quasi nessuno cerca queste  circostanze, ma c’è chi riesce a farle diventare, quando si presentano, dense di significato, fonti di storia, cronaca che si trasforma nel segno di un tempo che sembra sospeso, e diventa sostanza per il futuro.

Questo è precisamente accaduto all’università di Padova, la nostra università, il 9 novembre 1943. Dopo 721 anni, l’inaugurazione di un anno accademico era diventata quasi una routine: ma quella volta non poteva essere così, quell’anno l’Italia era divisa in due, occupata al Sud da armate straniere appena diventate ‘alleate’, ma di una alleanza dispari (gli italiani nel ruolo di ex nemici sconfitti e, forse, cobelligeranti), e al Nord occupata da un alleato che era diventato per molti (non per tutti) nemico, da un dittatore tedesco che aveva superato il suo ‘maestro’ Mussolini e lo teneva ormai in suo potere. Una guerra che dopo tre anni, e l’armistizio, continuava con virulenza al Centro e al Nord del Paese, e nella quale cominciava a inserirsi il movimento di liberazione nazionale, rivendicando, nelle zone occupate dai tedeschi, la capacità italiana di riconquistare con le proprie forze e la propria volontà la libertà perduta per oltre un ventennio.

Ma ricostruiamo brevemente le tappe di una cronologia drammatica e molto serrata.

Il crollo del regime il 25 luglio aveva portato alle dimissioni del rettore Carlo Anti, che per dodici anni, pur con fervida adesione al fascismo, aveva guidato questo ateneo, ingrandendolo e arricchendolo di straordinari edifici e opere d’arte. Anti si era dimesso e aveva preparato per il successore una fiera lettera di consegne, sottolineando quanto era riuscito a fare nel suo lungo rettorato. Il ministro dell’Istruzione del governo Badoglio, Leonardo Severi, aveva nominato rettore Concetto Marchesi, il docente di letteratura latina arrivato a Padova nel 1923, in quella che allora aveva definito “la più togata e patriottica università italiana”: l’università che aveva offerto le giovani vite dei suoi studenti e dei suoi maestri nelle guerre del Risorgimento e che nella prima guerra mondiale era stata “l’università castrense”, preparando centinaia di giovani medici alla durezza degli ospedali di trincea.

Marchesi ricevette le consegne da Anti il 7 settembre. Il giorno successivo Badoglio rendeva pubblico l’armistizio con gli angloamericani e dichiarava: “La guerra continua”. Due giorni dopo i carri armati tedeschi entravano in città e occupavano le caserme e i comandi italiani, deportando centinaia di soldati. In quel momento, scrisse Egidio Meneghetti (l’indomito docente di farmacologia che nel 1926 aveva dovuto abbandonare Padova di fronte alle minacce fasciste, che era stato richiamato a Padova nel 1933 e che Marchesi aveva voluto accanto a sé come prorettore), in quel momento dunque “tutti i ricordi del Risorgimento […] tutti quelli dell’altra guerra, durante la quale l’università era stata centro di irredentismo e di interventismo, affiorarono e sembrarono divenire cruda realtà. Da quell’istante l’opera cospirativa universitaria cominciò con piena consapevolezza”. Nelle sale del rettorato e nell’abitazione di Marchesi, a palazzo Papafava, in via Marsala, nacque, per opera di Concetto Marchesi, Egidio Meneghetti, Silvio Trentin, il docente veneziano di diritto pubblico che, esule antifascista in Francia da 17 anni, era rientrato in Italia ai primi di settembre), il Comitato di liberazione nazionale regionale veneto, e continuò a riunirsi, con altri antifascisti che via via vi entrarono, negli uffici del rettorato.

Il 15 settembre Mussolini, liberato dal carcere del Gran Sasso e condotto in Germania, riportato in Italia fondava la Repubblica sociale, uno stato riconosciuto solo dagli alleati del Reich, dipendente in tutto dalla Germania hitleriana, ma attivo nella repressione degli avversari interni, gli antifascisti di ogni posizione ideologica, e nella persecuzione antiebraica.

Marchesi aveva presentato le sue dimissioni il 9 settembre, e di nuovo agli inizi di ottobre, ma il ministro dell’Educazione della Rsi, Carlo Alberto Biggini, respinse le dimissioni di Marchesi come  prima aveva fatto Severi. Così Marchesi rimase al rettorato, e l’università di Padova, una delle più importanti università del Nord Italia, si trovò ad avere – e già questo fatto è abbastanza straordinario – un rettore dichiaratamente comunista e un prorettore dichiaratamente e da sempre antifascista e ora aderente di spicco del Partito d’azione.

Concetto Marchesi non aveva mai nascosto la sua posizione politica. 

 La sua adesione al Partito comunista era nota a tutti, ma le sue capacità accademiche superavano qualsiasi possibile critica. Non si iscrisse al Partito fascista, ma giurò fedeltà al regime, come quasi tutti gli altri docenti italiani: un giuramento coatto, che permetteva di non perdere il posto di lavoro e poteva essere anche un modo di continuare a far conoscere, come Marchesi in effetti faceva, le proprie idee: sono rimaste famose le sue lezioni su Tacito e sulla necessità della lotta contro la tirannide che infiammavano gli studenti con allusioni polemiche neppure troppo velate.

Due giorni dopo l’assunzione del rettorato Marchesi spiegò in una intervista quale era il suo programma di azione nell’università: “Discutere e sperimentare cosa sia la libertà, quali siano le dottrine economiche e politiche che si vorrebbero raccogliere o respingere, quali siano finalmente gli interessi supremi della Patria, della gente, del popolo lavoratore. Questa dev’essere la nuova aria che penetri subito nell’università italiana”. Erano già presenti qui i motivi che compariranno anche nel discorso di inaugurazione dell’anno accademico e nel successivo Appello agli studenti.

Furono giorni strani e frenetici, quelli dalla metà di settembre alla metà di novembre. L’anno accademico doveva  riprendere, ma c’erano enormi difficoltà di spostamento per gli studenti, continui rischi di essere rastrellati a forza e costretti a lavorare per i tedeschi, richiamati o chiamati alle armi nel ricostituito esercito della Rsi, con le conseguenti drammatiche minacce per diserzione. C’erano poi molti ostacoli all’avvio dei corsi: docenti sfollati o irreperibili, trasporti e riscaldamento impossibili. 

Nelle sale del rettorato nasceva il primo numero di “Fratelli d’Italia”, il più diffuso dei giornali clandestini del Veneto, che porta la data del 25 settembre. Attività accademica e clandestina vanno di pari passo, le persone sono le stesse: giovani docenti come Norberto Bobbio ed Enrico Opocher, Otello Pighin e Mario Todesco, Paola e Lanfranco Zancan, giovani studenti come Luigi Meneghello, Dino Fiorot, Franco Busetto, Maria Teresa Riondato, Vico Todesco, Bruna Carazzolo, Tina Anselmi e innumerevoli altri trovano all’università il luogo decisivo della loro formazione culturale e civile, il luogo in cui si studia e ci si confronta tra generazioni diverse, ma tutti animati dallo stesso profondo amor di patria, quella “patria” che si riconosce infine come comunità di “liberi e uguali”, di persone diverse con cui ci si può sentire in amichevole confidenza pur senza condividere posizioni ideologiche o modo di sentire.

L’inaugurazione dell’anno accademico divenne così il primo plateale gesto di contestazione al nuovo regime, così come alla monarchia che per più di vent’anni aveva dato il suo appoggio al fascismo. Doveva essere una cerimonia in tono minore, dati i tempi drammatici. Nessuna solennità esterna, nessun invito ufficiale, nessuna presenza di politici. Marchesi non voleva invitare il ministro, tanto meno invitare i tedeschi invasori e ormai saldamente al comando in città e nell’Italia occupata. La gravità dei tempi poteva ben spiegare la scelta di una inaugurazione in tono minore. Il ministro era arrivato, in forma privata, così come era arrivato in forma privata il segretario federale del Partito fascista repubblicano. Ma l’Aula Magna, piena di docenti e studenti e curiosi, stava per diventare un luogo cruciale di storia. Pochi studenti con l’uniforme della Milizia repubblicana volevano che l’inaugurazione diventasse un momento di richiamo alle armi e all’impegno con il nuovo stato di Mussolini. Marchesi e il prorettore Meneghetti, più alto e robusto di lui, entrati in toga nella sala li avevano energicamente scacciati dal podio e dall’Aula, e poi nel silenzio fremente di attesa e di tensione il rettore aveva pronunciato il suo discorso, che si concludeva con parole semplicemente impensabili nell’Italia nazifascista, dichiarando aperto l’anno accademico “in nome di questa Italia dei lavoratori, degli artisti, degli scienziati”. 

Apparve subito chiaro che Marchesi non poteva restare più al suo posto. Rimase a Padova libero di muoversi fino al 23 novembre, poi lasciò il suo appartamento e trovò rifugio dapprima nella casa di via Cesare Battisti di Lanfranco Zancan, poi in quella di Leone Turra. In quei rifugi, oltre a incontrare amici ed esponenti del suo partito, scrisse l’Appello agli studenti, datato 1 dicembre 1943 e distribuito clandestinamente alcuni giorni più tardi, quando ormai Marchesi era a Milano, dove era meno conosciuto, ma da dove comunque fu costretto di nuovo a fuggire. Passò quindi a Maslianico e poi a Lugano, nella Svizzera neutrale, da cui avrebbe continuato a tenere contatti preziosi con Padova, mediante l’organizzazione “Frama” (dalle sillabe iniziali del cognome di Ezio Franceschini – suo collega e collaboratore fidatissimo, docente a Padova e all’università cattolica di Milano –, e Marchesi). La sua attività in Svizzera portò grandi vantaggi (sotto forma di denaro, aviolanci di radiotelegrafisti, di armi e munizioni, e delle non meno importanti attenzione e stima degli Alleati) alla Resistenza veneta, guidata a Padova dal prorettore Egidio Meneghetti, anch’egli dimissionario dagli inizi di dicembre del 1943.

Nell’appello Marchesi ricordava agli studenti come gli “sciagurati, violatori dell’Aula Magna” fossero stati “travolti sotto l’immensa ondata del vostro irrefrenabile sdegno”. Era la chiamata alle armi che veniva dalla “più carismatica” università italiana (come ha scritto Luciano Canfora nel 1985), era la parola che diventa storia (come ha scritto Emilio Pianezzola nel 2007). Fu anche una profezia: l’invito agli studenti ad “aggiungere al labaro della vostra Università la gloria di una nuova e più grande decorazione in questa battaglia suprema per la giustizia e per la pace del mondo” sarebbe diventata, tre anni più tardi, la realtà della medaglia d’oro al valor militare all’Università di Padova, unica università italiana a potersi fregiare di questo riconoscimento, con i suoi 116 studenti caduti per costruire la Nostra Italia libera e democratica.

È ancora il caso, oggi, nonostante tutto, nonostante il disincantamento e le disillusioni di ogni giorno, di ripetere tutti, con Bruno Trentin: “Basta, All’opra”.

Giuseppe Zaccaria