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La ricerca italiana verso Horizon 2020 con il bando Sir

13 febbraio 2014

L’Italia torna a scommettere sulla ricerca? Dopo anni di tagli, grazie ai fondi di ricerca dell'Unione europea potrebbe aprirsi una stagione nuova. La scommessa per il rilancio della ricerca scientifica – e dell'occupazione, attraverso lo sviluppo di nuove tecnologie – è Horizon 2020,  il programma di finanziamento della ricerca e innovazione dell’Ue per il periodo 2014-2020. Sarà questo, scrive il Corriere della Sera, il banco di prova per verificare la capacità del nostro Paese di tornare a puntare sulla ricerca. Sono previsti 80 miliardi di euro entro il 2020, e fin dal biennio entrante 2014-2015 saranno distribuiti a università, enti di ricerca e industrie dei Paesi membri ben 15 miliardi. È la sola voce del bilancio comunitario che ha subito un aumento cospicuo, a fronte di tagli un po' su tutti gli altri capitoli di spesa. Tutto dipenderà da come l’Italia saprà entrare nel più grande progetto di ricerca europeo, che sarà anche l’unico a distribuire fondi in questo periodo. Come sottolinea Marco Mancini, capo dipartimento per l’università e la ricerca del Miur, negli ultimi due anni i progetti italiani che hanno avuto finanziamenti europei sono stati il 2,7%, diminuiti del 5% rispetto agli anni precedenti e sotto la media comunitaria che è intorno al 12%. Quella della partecipazione italiana a questo grande progetto di ricerca integrato fra i paesi dell'Unione "è una sfida che non possiamo perdere".

Lo sfondo di Horizon 2020 è l'Open access. La comunicazione della Commissione europea (IP/12/790) del luglio 2012 aveva definito l'accesso aperto come un mezzo fondamentale per migliorare la circolazione delle conoscenze e dunque l'innovazione in Europa, e sarà obbligatorio per tutte le pubblicazioni scientifiche prodotte grazie ai finanziamenti di questo progetto. La comunicazione raccomanda agli Stati membri di adottare un approccio analogo a quello della Commissione nei loro programmi nazionali.

Del resto uno studio condotto da Science-Metrix – servizio di consulenza che si occupa di valutazione della ricerca – e che ha coinvolto 28 Stati membri dell'Ue oltre a Svizzera,  Liechtenstein, Islanda, Norvegia, Turchia, ex Repubblica jugoslava di Macedonia, Israele,  Brasile,  Canada, Giappone e Stati Uniti ha evidenziato che l'accesso aperto sta raggiungendo livelli importanti. Nel 2011 circa il 50% delle pubblicazioni scientifiche risultava disponibile gratuitamente in almeno una delle modalità ad "accesso aperto": dati addirittura raddoppiati rispetto alle stime degli studi precedenti. Lo studio, che si compone di tre documenti complementari (disponibilità 2004-2011, politiche per l’accesso aperto e dati aperti di ricerca), ha esaminato le dinamiche della disponibilità ad accesso aperto delle pubblicazioni scientifiche in 22 settori della conoscenza nello Spazio europeo della ricerca (Era – European research area). La disponibilità gratuita della maggior parte degli articoli si rileva nei settori della scienza e della tecnologia, della ricerca biomedica, della biologia, della matematica e della statistica. I campi in cui l'accesso aperto è più limitato sono le scienze sociali e umanistiche, le scienze applicate, l'ingegneria.

In Italia, la formulazione della recente clausola sull’Open Access, contenuta nel decreto legge “Valore cultura” e approvata definitivamente dalla Camera nella legge 7 ottobre 2013, n. 112, non era risultata la migliore possibile. Come sottolineato da Roberto Caso, giurista all’università di Trento, i termini massimi (18 e 24 mesi) per la ripubblicazione in accesso aperto “sono frutto evidentemente del lobbying di una parte dell’editoria e si pongono oltre i parametri fissati dalla Raccomandazione Ue (6 e 12 mesi) nonché oltre tutti i limiti temporali rinvenibili nei modelli di riferimento”.

Un riallineamento alle raccomandazioni europee, anche sul fronte interno, si rende quanto mai necessario, anche e soprattutto nel quadro di riferimento di Horizon 2020. In tale direzione è da accogliere con quindi con entusiasmo l’inserimento di un articolo apposito sull’Open Access entro il bando SirScientific Independence of young Researchers, pubblicato lo scorso 23 gennaio sul sito del Miur e che prevede lo stanziamento di oltre 47 milioni di euro per i ricercatori under 40. Il focus del bando – che allinea per la prima volta la procedura di selezione dei progetti a quella dell'Erc (European research Council) – è sostenere i giovani ricercatori nella fase iniziale della loro carriera, attraverso il finanziamento di progetti di ricerca indipendente.

A livello italiano sono d'altronde (e fortunatamente) molte le iniziative di rilievo internazionale che coinvolgono la comunità scientifica come attesta lo stesso ministero al sito web ResearchItaly.it nella sezione intitolata “Verso un network italiano dell’Open access”. Passi importanti, a cui ne dovranno seguire altri, ma la direzione dell'integrazione nella ricerca europea attraverso standard uniformi di accesso basati sull'Oa sembra presa.

Antonella De Robbio

Open access nel bando Sir

Decreto Direttoriale del 23 gennaio 2014 n. 197 - Ministero dell'Istruzione, dell'università e della ricerca. Decreto direttoriale 23 gennaio 2014 n. 197 Dipartimento per l'università, l'Afam e la ricerca

Articolo 9 - Open access

1. Ciascun Principal Investigator (PI) deve garantire l'accesso aperto (accesso gratuito on-line per qualsiasi utente) a tutte le pubblicazioni scientifiche 'peer-reviewed' relative ai risultati ottenuti nell'ambito del progetto. In particolare, il PI deve:

a) il più presto possibile, e al più tardi al momento della pubblicazione dei risultati della ricerca, depositare una copia elettronica elaborabile automaticamente della versione pubblicata o della versione finale accettata per la pubblicazione (dopo la peer-review) in un apposito archivio per pubblicazioni scientifiche. Il PI deve inoltre impegnarsi a depositare i dati necessari per validare i risultati presentati nelle pubblicazioni scientifiche depositate;

b) garantire l'accesso aperto alla pubblicazione depositata e ai relativi dati – tramite l'archivio – al più tardi: o al momento della pubblicazione, nel caso in cui l'editore renda disponibile una versione elettronica gratuita, o entro sei mesi dalla pubblicazione (dodici mesi per le pubblicazioni relative alle scienze sociali e umanistiche) in ogni altro caso;

c) garantire l'accesso aperto – tramite l'archivio – ai metadati bibliografici che identificano la pubblicazione depositata. I metadati bibliografici devono essere in un formato standard e devono includere tutti i seguenti elementi:

- i termini "Accesso Aperto Miur";

- il nome del programma, l'acronimo del progetto e il numero di contratto;

- la data di pubblicazione e la durata del periodo di embargo, se applicabile;

- un identificatore persistente;

- quanto previsto dall'articolo 4 del decreto legge 8 agosto 2013, n.91 convertito con modificazioni dalla legge 7 ottobre 2013, n.112 e, in particolare, "una scheda di progetto in cui siano menzionati tutti i soggetti che hanno concorso alla realizzazione degli stessi".

2. Quanto sopra indicato rispetto alla pubblicazione dei dati della ricerca non modifica eventuali obblighi di riservatezza, nonché obblighi relativi alla tutela dei dati personali, ognuno dei quali resta impregiudicato.

3. Come eccezione, i PI sono altresì esentati da assicurare l'accesso aperto a parti specifiche dei propri dati di ricerca, se l'accesso aperto a tali dati dovesse compromettere il raggiungimento del principale obiettivo della ricerca stessa. In tal caso il PI dovrà depositare nell'archivio, a fianco della pubblicazione, anche una nota a suo nome che espliciti i motivi alla base della mancata messa a disposizione di parti dei dati della ricerca.