Le opinioni

Le opinioni

Io profuga, adottata dagli italiani

7 luglio 2014

Gentile Signor Presidente, 

non so neppure se questo è il modo giusto per rivolgermi a Lei. Le scrivo questa lettera perché non so più cosa fare. La nostra è una storia di una famiglia a metà che non riesce a diventare una famiglia e non sa a chi rivolgersi. Mi chiamo Alessandra Angarano abito a Padova e sono sposata con mio marito da 21 anni. Mio padre mi ha cresciuto con un grande rispetto per lo stato e l'ha servito per 40 anni come poliziotto.

La nostra storia è molto semplice: 15 anni fa tramite un'associazione italiana adottiamo a distanza una bambina tibetana, che si chiama Tenzin Dawa, nata e cresciuta in India, profuga del contingente che vive nel paese indiano che ospita il Dalai Lama a Dharamsala. Non sto a raccontarle questi 15 anni che sono la storia di una conoscenza e di una vicinanza che si trasforma in una famiglia diversa che vive divisa da un oceano: una parte in Italia e una parte in India. 

Quando Dawa ha 15 anni sua madre muore, dopo una lunga e dolorosa malattia degenerativa. In quel momento la nostra vicinanza diventa più stretta e andiamo a trovarla in India e lei viene in vacanza da noi quando ha 17 anni. Decidiamo, in accordo con il padre, di farla venire a studiare in Italia, quando avrà terminato la scuola superiore. Dawa finisce la scuola superiore e ad agosto del 2011 viene a vivere stabilmente da noi in Italia. Dopo il primo anno di convivenza, torniamo con lei in India a trovare suo padre e, d'accordo con lui, decidiamo di fare tutte le carte per adottarla. Il papà naturale di Dawa è molto anziano e decide di affidarci Dawa per essere certo che, se a lui capitasse qualcosa, Dawa non resterebbe sola e avrebbe una famiglia su cui contare. Quando siamo in India dice a me e a mio marito: "Ve l'affido perché vedo come siete felici insieme e quanto lei vi vuole bene". Ci chiede soltanto, se è possibile, che una volta all'anno, finché lui è vivo, Dawa torni in India a trovarlo. Tornati in Italia cominciamo la pratica per l'adozione di un maggiorenne e, dopo essere riusciti a raccogliere tutti i documenti necessari, riusciamo ad avere l'udienza dal giudice e finalmente viene accolta la nostra istanza. Non le posso dire quanto felici siamo stati: finalmente veniva riconosciuta l'esistenza della nostra famiglia e legalmente Dawa diventava nostra figlia. Ma la soddisfazione era soltanto emotiva, visto che dal punto di vista legale adottando un maggiorenne questi non ha diritto ad avere la cittadinanza italiana se non dopo 5 anni di residenza e gli anni vengono contati dall'emissione della sentenza. Inoltre la cittadinanza non verrà rilasciata automaticamente dopo i 5 anni, ma potrà essere presentata la domanda e, come tutti sanno, la risposta ad una richiesta di cittadinanza può arrivare anche dopo 2 o 3 anni dalla presentazione della domanda. Questa regola ci è sembrata subito molto strana, perché in caso di matrimonio la richiesta di cittadinanza può essere richiesta dopo 2 anni di residenza. Ma l'adozione è un vincolo più forte del matrimonio, perché non esiste divorzio che la annulli. Inoltre, come forse pochi sanno, per l'adozione di una maggiorenne si viene sottoposti ad una specie di processo, in cui il giudice deve verificare che esista veramente un vincolo affettivo che unisce le parti e che le parti in causa non abbiamo secondi fini. Questo è giusto per evitare usi scorretti dell'adozione, ma avremmo gradito che, dopo avere subito i controlli di rito e l'interrogatorio, fossero finiti i problemi e fossimo diventati una famiglia come tante altre. E invece no! Il problema è che nostra figlia Dawa non ha una cittadinanza di partenza, perché è una profuga tibetana, cosa non riconosciuta dallo stato italiano che riconosce il Tibet come regione della Cina. Ha un documento di viaggio rilasciato dal governo indiano per profughi tibetani, che gli stessi funzionari indiani al confine quando torna dal padre in India una volta all'anno faticano a riconoscere, tendendoci in ansia ogni volta che parte non sapendo se riuscirà a rientrare. Oltretutto se non riuscisse a passare il confine, non sapremmo a chi rivolgerci visto che è nostra figlia ma l'Ambasciata italiana non è la sua ambasciata, perchè lei non ha un'ambasciata a cui rivolgersi in caso di problemi.

Abbiamo fatto richiesta al ministero degli Interni per avere riconosciuto lo stato di apolidia ma aspettiamo risposta da circa un anno e mezzo.

Non riusciamo a capire perché nostra figlia, che quest'anno ha 24 anni deve vivere diversamente dai suoi coetanei, rischia di non potere salire su un aereo a causa del suo documento che molte compagnie aeree non riconoscono, ogni volta che va in India rischia di non potere tornare a casa. Sì, perché è questa ormai la sua casa, con noi qui.

Nella sua vita tutto è un problema, non solo uscire dall'Italia, ma anche se si reca all'estero per studiare non può trovarsi un lavoro e aiutarci a pagare le sue spese, visto che il suo permesso di soggiorno è per ricongiungimento familiare. Anche se volesse sposarsi ci sarebbero delle difficoltà, visto che ai cittadini stranieri è richiesto un assenso per le pubblicazioni dall'Ambasciata del paese di provenienza, che Lei non ha. Inoltre neppure in India potrebbe farlo visto che non ha più la residenza lì e ha perso anche lo status di rifugiato.

Lei non può neppure immaginare come la sua vita sia diversa da quella delle sue amiche italiane, visto che è una persona non persona, poiché non ha nessuna cittadinanza. Nella carta d'identità non sapendo come risolvere il problema, alla voce cittadinanza hanno scritto: straniera.

Per quando tempo nostra figlia dovrà pagare il fatto di essere nata profuga?

Che diritto di famiglia è questo che ci impedisce di fare le code alla frontiera dalla stessa parte, dovendo lei mettersi dalla parte dei cittadini extracomunitari?

Quando si adotta una ragazza maggiorenne, oltre all'amore, è importante darle tutte le opportunità che non ha mai avuto e dargliele subito, visto che a quell'età si deve cominciare a vivere e lavorare per il futuro. A 20 anni si fanno delle esperienze su cui si costruisce la vita futura.

Per questo noi Le chiediamo di concedere la cittadinanza italiana a nostra figlia e di permetterci di darle una vita da subito uguale agli altri suoi coetanei europei.

Con i miei migliori saluti

Una mamma stanca e senza speranza

Alessandra Angarano