Società

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Gold vs Green: le differenti vie dell’accesso aperto

1 ottobre 2013

Settimane infuocate queste di fine estate in Europa attorno alle politiche governative sull’accesso aperto per le ricerche finanziate con fondi pubblici. Se il Regno Unito sta rivedendo le sue linee guida orientate lungo la via Gold, ovvero la piena e immediata disponibilità in Open Access dei contenuti, l’Italia e la Germania hanno disposto per legge di rendere pubblicamente accessibili gli articoli dopo un determinato periodo di embargo, scegliendo in questo modo la Green come via preferenziale. È interessante vedere nel dettaglio le differenti scelte adottate da questi tre paesi. 

Si ricorderà che dallo scorso aprile 2013 il governo britannico - a seguito del rapporto Finch - aveva applicato una nuova policy a tutti gli articoli di ricerca finanziati dai Research Councils (RCUK), i principali finanziatori della ricerca scientifica pubblica che, sin dal 2005, avevano adottato politiche sull’accesso aperto. Le nuove disposizioni stabilivano che gli articoli avrebbero dovuto essere pubblicati in periodici compatibili con i parametri di accesso libero, comprensivi dei dettagli relativi ai finanziamenti a supporto della ricerca e a tutte le informazioni correlate come dati, campioni o modelli utili ai fini della replicazione della ricerca in modo indipendente. 

Si trattava di usare la cosiddetta via Gold che prevede l’immediato rilascio in accesso aperto degli articoli sulle stesse riviste, pagando gli editori per la loro “liberazione” di modo che gli autori potessero pubblicare anche su riviste chiuse tradizionali. Con questa modalità una rivista di un editore tradizionale poteva avere articoli chiusi e articoli aperti (pagati dal governo britannico). Molte le polemiche a seguito di questa soluzione, provenienti da ascoltati esponenti del mondo britannico Open Access, in primis Stevan Harnad, membro dell’American Scientist Open Access Forum e ideatore di CogPrints, il primo repository su sistema ePrints britannico e base della rete di archivi aperti di tutto il Regno Unito. Se infatti intraprendere la via Gold è una scelta coraggiosa, che a lungo raggio sicuramente può rivelarsi vantaggiosa, va detto che nell’immediato è una scelta costosa: il governo si trova a pagare gli editori per poter mettere ad accesso aperto i risultati delle ricerche che già finanzia. Una situazione quasi paradossale, ma inevitabile a causa della cessione esclusiva di diritti che avviene con il contratto editoriale, secondo il noto meccanismo del copyright ceduto dagli autori agli editori. 

Ora, dopo nemmeno sei mesi dall'adozione di questa policy, a fronte delle obiezioni e della situazione creatasi il governo sta facendo marcia indietro e rivalutando gli archivi aperti. “Government mistaken in focusing on Gold as route to full open access, says Committee“, titola lo scorso 10 settembre il web del Parlamento britannico nel suo rapporto di monitoraggio che sottolinea il disappunto per non aver considerato in modo adeguato nelle politiche RCUK l’infrastruttura degli archivi aperti governativa  – relegandola a un ruolo minore - dopo che per un decennio i repository istituzionali avevano ricoperto un ruolo leader nel mondo e dopo gli ingenti investimenti per sostenerli. Fin da subito alcuni esponenti avevano sottolineato che la Gold non era una via percorribile; infatti il documento nel §57 critica duramente il rapporto Finch che avrebbe omesso di valutare adeguatamente le modalità APC (Article-Processing Charge) nei piani di spesa.

Usare gli archivi aperti – via Green – che poggiano su una solida infrastruttura esistente e funzionante da almeno 10 anni in tutta Europa sembra essere la via più economica, lasciando al contempo agli autori la libertà di pubblicare sulla rivista più adatta, sia tradizionale, sia ad accesso aperto. Il fattore libertà di scelta che l’autore deve avere è fondamentale, come sottolinea il Ministero dell’istruzione e della ricerca norvegese a riguardo.

A rispettare tale libertà  sembra essere la norma tedesca, che lascia all'autore la facoltà di decidere se e dove rendere accessibili i propri articoli. Con la brillante formulazione tedesca il diritto d’autore resta nelle mani dell'autore stesso, risolvendo così alla base molti dei problemi emersi con la normativa britannica, e come ben sottolinea Maria Chiara Pievatolo nel suo blog “anche i più intransigenti difensori del copyright non potranno aver niente da obiettare”. Ecco la norma tedesca sull’OA, tradotta da Pievatolo.

"L’autore di un contributo scientifico che ha avuto origine nell’ambito di un’attività di ricerca e insegnamento finanziata almeno per metà da fondi pubblici ed è pubblicato in una collezione che esce periodicamente almeno due volte l’anno ha il diritto - anche se ha concesso all’editore o al curatore un diritto d’uso esclusivo – di rendere pubblicamente accessibile, dopo la scadenza di dodici mesi dalla prima pubblicazione, il contributo nella versione del manoscritto accettato, fin tanto che non serva a uno scopo commerciale. La fonte della prima pubblicazione deve essere indicata. Un accordo divergente a detrimento dell’autore è senza effetto".

L’autore non potrà più avere scusanti, perché se da una parte non vi è obbligo, dall’altra gli editori non possono impedire la liberazione degli articoli su altra fonte, anche nel caso ricevessero cessione esclusiva dai titolari originari del diritto, gli autori appunto. 

Va notato qui che la norma tedesca sul diritto d’autore è molto simile a quella italiana e che pertanto sarebbe stato opportuno – e vantaggioso – emulare una simile impostazione per il disposto normativo sull’accesso aperto in Italia, che attualmente è stato inserito nell’art. 4 del Decreto "valore cultura" (DL 8 agosto 2013, n. 91 "Disposizioni urgenti per la tutela, la valorizzazione e il rilancio dei beni e delle attività culturali e del turismo"). 

La discussione al Senato dei giorni scorsi si è svolta entro la 7ª Commissione permanente (Istruzione pubblica, beni culturali) in sede referente ed è stata piuttosto faticosa, a causa dei numerosi emendamenti che hanno tentato di svuotarne o indebolirne fortemente il contenuto. Nei prossimi giorni il decreto passerà alla Camera – ai fini della sua conversione in legge – e solo allora si vedrà se l’Italia ha risposto in modo coerente alle richieste provenienti dall’Europa sull’accesso aperto allineandosi con altri Paesi verso l’innovazione o se continua a preferire una posizione conservatrice, rimanendo nelle retrovie di questo processo e scontando il rischio di danneggiare la ricerca scientifica per salvaguardare le posizioni di lobby di mercato editoriali. 

Antonella De Robbio