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Foto: Reuters/Pawel Kopczynski

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Privacy e social network / 6

Giuseppe Mazzini, prima vittima dello spionaggio

21 giugno 2013

Il primo scandalo per violazione del segreto della corrispondenza ha un italiano come protagonista, anzi uno dei nostri padri della patria, Giuseppe Mazzini.  Nella primavera del 1844 Mazzini era in esilio a Londra (dopo essere stato arrestato e condannato a morte in Italia) e sospettava che la sua corrispondenza con i compagni di lotta fosse controllata dal governo inglese, su richiesta di quello austriaco. Ricorse così a un abile trucco: indirizzare delle lettere a se stesso inserendo un capello, o dei granelli di sabbia, nella chiusura della busta. Le lettere arrivarono, ancora sigillate con la cera, ma il capello o i granelli di sabbia erano spariti, prova che la corrispondenza era stata aperta, letta, e poi richiusa, prima di essere consegnata.

Ne seguì uno scandalo parlamentare e il ministro degli Interni Sir James Graham prima dichiarò che non poteva rispondere perché la questione era un segreto di Stato, poi fu costretto ad accettare un’indagine parlamentare che rivelò come le poste avessero effettivamente un Secret Department  incaricato di leggere la corrispondenza delle persone pericolose. Il New York Times, come ha rivelato la storica Jill Lepore in un articolo sul New Yorker, definì l’apertura della corrispondenza“a barbarian breach of honor and decency.” In confronto a ciò che accade oggi, il numero degli interventi del governo inglese fa sorridere: appena 16 casi l’anno di controllo della posta. Due mesi dopo, comunque, il Secret Department fu abolito.

Oggi scopriamo, grazie alle rivelazioni del Guardian (di nuovo, lo scandalo ha origine in Gran Bretagna) che la National Security Agency americana ha accesso a tutti i dati che riguardano tutti gli utilizzatori di internet nel mondo grazie al fatto che le grandi aziende che dominano la Rete hanno sede negli Stati Uniti. Non ci sarebbe il personale, né il tempo materiale, per ascoltare le telefonate o leggere le mail di mezza popolazione mondiale, quindi la Nsa fa un lavoro diverso: analizza i metadati, cioè le origini e le destinazioni delle telefonate, o delle mail, cercando di individuare anomalie che possano trasformarsi in informazioni utili. In pratica, se io telefono a Busto Arsizio non succede nulla ma se telefono alla moschea di Busto Arsizio, il cui imam è, per qualche motivo, sulla lista nera del controspionaggio americano, la Nsa cercherà di scoprire se volevo semplicemente sapere gli orari dei servizi religiosi o se invece volevo incontrarmi con qualcuno per preparare un attentato.

Questo è quanto sappiamo fino ad ora e, messa così, la cosa suona relativamente rassicurante: chi non ha nulla da nascondere sarebbe al sicuro e l’uso dei Big Data sarebbe utile a tutelare la nostra sicurezza.

Nelle discussioni avvenute finora è rimasto però in ombra un problema essenziale: che significa vivere in un mondo in cui noi stessi forniamo – volontariamente o involontariamente – tutte le informazioni sulla nostra vita quotidiana? Siamo sicuri di volere far sapere a Google, a Microsoft, ad Apple, ad Amazon dove andiamo, con chi ci incontriamo, chi sono i nostri amici, di cosa parliamo con loro? I giganti della tecnostruttura del consumo i cui siamo immersi presentano il volto più benevolo possibile: Google ci propone le pubblicità dei materassini gonfiabili o ci ricorda i compleanni degli amici, Apple ci inonda di offerte di cellulari sempre più smart, Amazon ci fa sapere che, dopo aver guardato Games of Thrones potrebbe piacerci anche il libro tratto dalla serie televisiva. Ma è una benevolenza inquietante, un controllo capillare ben più invasivo di quello immaginato da George Orwell in 1984 o da Ray Bradbury in Fahrenheit 451.

Se, per ragioni accademiche, leggo le opere di Sayyid Qutb, un egiziano critico del materialismo e dell’individualismo americano, non necessariamente voglio sentirmi chiedere dall’ufficio immigrazione dell’aeroporto di New York perché mi interesso delle opere di un “terrorista islamico” (Qutb era un letterato e un poeta, impiccato nel 1966 dal regime di Nasser perché apparteneva ai Fratelli musulmani).

C’è una differenza che gli utilizzatori di Facebook non percepiscono chiaramente tra il condividere le foto con gli amici e condividerle con un potenziale datore di lavoro, con la polizia o con il governo di un Paese dove vorremmo emigrare. I social network sono una piazza virtuale ma, a differenza delle piazze reali, ciò che sussurriamo a un amico viene istantaneamente registrato e, soprattutto, conservato per sempre. Le bravate all’uscita dal bar in genere non hanno conseguenze, le vanterie messe on line possono avere conseguenze molto serie.

È arrivato il momento di chiedere ai governi europei di mettere regole molto restrittive su quali dati le aziende possono raccogliere sul nostro conto e su quanto tempo li possono conservare (la Francia si sta muovendo in questo senso). Ma dobbiamo chiedere anche a noi stessi se non dobbiamo imparare a nuotare con maggiore saggezza e prudenza nello sconfinato oceano della Rete, e magari rinunciare a qualche comodità per mantenere un briciolo di privacy.

Fabrizio Tonello