Dossier

Institut Paul Bocuse, a Ecully (Lyon), dicembre 2013. Alcuni allievi osservano lo chef Philippe Bachmann durante una lezione. Foto: Reuters/Robert Pratta

Dossier

Formazione professionale contro dispersione scolastica: la ricetta europea

3 febbraio 2014

Oggi in Europa sono 76 milioni le persone di età compresa tra 25 e 64 anni che possiedono basse qualifiche professionali o nessuna. E, ancora nel 2010, a risultare privo di qualunque titolo di scuola secondaria era il 18,8% dei giovani italiani nella fascia d’età 18-24 anni. Eppure, le proiezioni al 2020 del Centro europeo per lo sviluppo della formazione professionale sulle qualifiche richieste nel prossimo futuro evidenziano che i cambiamenti tecnologici in atto porteranno a una polarizzazione del mercato del lavoro, con un aumento sia della richiesta di lavoratori con alte qualifiche sia di lavoratori con basso livello di istruzione. È necessario, dunque, programmare interventi nel campo dell’istruzione e della formazione professionale per rendere quanto più competitivi possibile gli attuali e futuri lavoratori. Ma in che modo?

L’Europa ha iniziato, almeno in termini di obiettivi, a lavorare su questa rotta un decennio fa. È con la Strategia di Lisbona del 2000 che la Commissione Europea ha riconosciuto la necessità di sviluppare un piano comune di implementazione dei sistemi di educazione e formazione. E due sono gli obiettivi, fissati nel programma Europa 2020, che i paesi dell’Unione Europea dovranno raggiungere entro 8 anni: elevare al 40% il tasso di laureati nella fascia 30-40 anni e ridurre il tasso di abbandono precoce dei percorsi formativi al di sotto del 10%. I paesi europei, quindi, sono chiamati a cooperare per aumentare il livello di competitività, occupazione e inclusione sociale attuando riforme a sostegno dell’istruzione e dell’innovazione per una crescita intelligente del tessuto socio-economico.

In Italia, con la riforma Gelmini del 2010, si è iniziato un riordino del secondo grado dell’istruzione secondaria, attraverso la riduzione della frammentazione degli indirizzi dei licei, la rimodulazione dell’istruzione tecnica e professionale e la definizione di accordi tra stato e regioni per il consolidamento e l’ampliamento dell’offerta formativa dei centri di formazione professionale.

I dati dell’Istituto per lo Sviluppo della formazione professionale dei lavoratori e del ministero dell’Istruzione registrano nel 2013 un aumento dell’1,5% degli iscritti agli istituti professionali rispetto all’anno precedente e un leggero aumento dello 0,4% delle preferenze per gli istituti tecnici. Più significativi i numeri dei percorsi triennali di formazione professionale; il trend evidenzia infatti una crescita esponenziale, che ha visto aumentare il numero di iscritti di oltre sette volte in sette anni:  da 23.562 nel 2003-2004 a 179.054 nel 2010-2011.

E, nonostante i dati evidenzino la forte espansione di questo settore, la partecipazione dei giovani italiani 15-19enni al sistema di istruzione e formazione continua a fermarsi 3,4 punti percentuali sotto la media europea.

La situazione in Francia e in Spagna

Sulla stessa linea di riforma italiana si collocano anche i sistemi educativi francese e spagnolo. In Francia, le ultime riforme nel campo dell’istruzione e della formazione hanno ridotto gli indirizzi del baccalaureat professionale triennale (Bac Pro), rafforzato l’offerta formativa biennale del Certificato di attitudine professionale (Cap) e introdotto una maggiore flessibilità dei corsi offerti dai licei professionali. Il risultato è stato una progressiva affermazione di questi percorsi: oggi il 32% degli studenti frequenta un liceo professionale e i diplomi professionali rappresentano il 20% della totalità delle specializzazioni. La riduzione da quattro a tre anni del percorso formativo per il diploma professionale sembrerebbe, poi, costituire un forte “effetto traino” per il proseguimento degli studi. Infatti, il 37% dei titolari di un baccalaureat professionale prosegue successivamente la propria formazione. Gli studenti, infatti, scelgono di proseguire gli studi per ulteriori altri due anni di formazione specializzandosi attraverso l’ottenimento del Bts (Brevetto di Tecnico superiore), Il Btsa (Brevetto di Tecnico superiore agricolo) oppure il Diploma universitario di Tecnologia (Dut). Percorsi, questi ultimi, che danno accesso alla laurea professionale e alla formazione complementare, entrambe di durata annuale, o direttamente al mercato del lavoro.

Dietro le politiche di intervento c’è l’idea di poter ridurre gli alti tassi di abbandono scolastico, piaga di molti paesi europei e spia di sistemi di istruzione ancora “difettosi”. Mentre la Francia si sta avvicinando agli obiettivi di “Europa 2020”, la Spagna con un  tasso di abbandono scolastico alla soglia del 25% registra il peggiore risultato in Europa. Un dato che non rappresenta l’unico punto debole del sistema spagnolo, con le politiche del Ministerio de Educación, cultura y deporte che, ad oggi, non sembrano avere l’efficacia richiesta dall’Unione Europea. Le riforme, confinate all’aumento delle specializzazioni, hanno permesso un incremento nel 2012 del 32% degli iscritti a percorsi di istruzione professionale, ma non si sono ancora rivelate abbastanza incisive. Gli studenti sedicenni che infatti scelgono un percorso di formazione professionale dopo l’assolvimento dell’obbligo formativo, secondo i dati dell’Ocse, sono comunque appena il 35,2%: dato decisamente inferiore rispetto alla media europea (attestata intorno al 58%). Ma gli sforzi compiuti fino ad ora basteranno per fare della formazione professionale l’auspicato antidoto alla crisi?

Federica Miotto