Cultura

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Domenico Turazza principe degli idraulici

15 ottobre 2013

L’Ottocento è il secolo che ha visto compiersi il passaggio definitivo dell’ingegneria da arte a professione: gli ingegneri, dopo Napoleone e l'istituzione della sua Ècole Polytechnique, devono fare i conti con la nuova condizione di dipendenti pubblici, con la gerarchia dei gradi, il sistema dei concorsi, le carriere amministrative. La loro formazione da qui in avanti sarà vagliata dallo stato che ne vuole verificare le capacità oltre che definirne il corso di studi: un riconoscimento ufficiale che varrà tanto per le carriere amministrative quanto per la libera professione. Nel secolo della borghesia, la figura dell'ingegnere, legata a competenze comprovate e non a privilegi di nascita, talenti "naturali" o apprendistato con maestri tutti differenti trova il suo pieno riconoscimento sociale in ambito professionale privato ma anche pubblico. Tecnici indispensabili, gli ingegneri ricoprono spesso cariche di amministratori e politici.

Domenico Turazza (Malcesine, 30 luglio 1813 - Padova, 12 gennaio 1892), di cui l’Accademia galileiana di scienze, lettere e arti di Padova ha di recente celebrato il bicentenario della nascita, incarna come pochi la nuova figura di ingegnere ottocentesco, ma si pone al contempo come erede dell’eclettismo tipico dello scienziato rinascimentale. Un connubio, questo, che fa di lui una figura eccezionale nel panorama dell’epoca.

I più famosi ingegneri a lui contemporanei come Pietro Paleocapa o Alberto Cavalletto, solo per citare i più noti, pur essendo come lui di vasta cultura si limitarono infatti principalmente alla loro professione privata e all’impegno politico; Turazza, invece, spaziò fra l'ambito accademico, le materie teorico-applicative e l'amore per la letteratura. Traduttore di Shakespeare, coltivava la passione per i classici e componeva versi con lavori conosciuti e apprezzati come il celebre poemetto La Torre di Vanzo, in omaggio all’amico e mecenate padovano Antonio Piazza.

Laureatosi in Scienze matematiche a Padova nel 1835, due anni dopo, quando già insegnava come assistente ad Agraria, prese anche la laurea in filosofia e nel 1841 vinse quindi la cattedra di geometria descrittiva all’università di Pavia. L’anno seguente, in quel 1842 che vedeva le discipline matematiche separarsi dallo studio filosofico per costituirsi in facoltà autonoma, divenne professore ordinario di geodesia e idrometria all’università di Padova. Erano gli anni della dominazione austriaca che imponeva forti limitazioni alla vita accademica, ma Turazza si distinse ugualmente per l’attività didattica e di studio nonostante le difficoltà, nel suo caso accresciute dalle sue convinzioni politiche, di cui non faceva mistero. 

Convinto patriota, sostenne sempre la necessità dell'indipendenza dal regno degli Asburgo e quando fu il momento seppe assumere, nonostante fosse di temperamento mite, responsabilità anche importanti. Nel ’48 fu, infatti, tra le persone incaricate dal Municipio di organizzare la Guardia civica cittadina, di cui fu capo di stato maggiore, poi capobattaglione, quindi vicecomandante. Membro del Comitato di difesa cittadino, sostenne il Comitato provvisorio dipartimentale nella gestione amministrativa e politica di Padova quando gli Austriaci si ritirarono nel Quadrilatero.

Il suo impegno politico ebbe chiaramente ripercussioni con la restaurazione, sia da parte dell'Austria che, paradossalmente, dei patrioti, un campo tutt'altro che unanime. Radetzky lo rimosse infatti dalla carica di Decano della facoltà, ma ciò nonostante all’annessione del Veneto al Regno d’Italia nel ’66 venne tacciato di “non aver serbata intatta la fede in migliori destini per la Patria” (A. Favaro: Della vita e delle opere del senatore Domenico Turazza). L’accusa gli costò la rinuncia - spontanea - alla cattedra che riottenne l’anno successivo, quando però questa venne sdoppiata, separando l’Idrometria dalla Geodesia. Gli spettò la prima, e perciò è considerato, a buon titolo, il fondatore del Dipartimento di ingegneria idraulica dell’Università di Padova. 

Dopo un biennio da rettore (1870-71) promosse la scuola d’applicazione per gli ingegneri, inizialmente annessa alla facoltà di Scienze fisiche matematiche e naturali ma autonoma dal 1875, di cui fu il direttore a vita oltre che titolare della cattedra di meccanica razionale e di idraulica pratica.

La sua fama, nel campo, era grande: aveva visto la luce già nel 1845 la prima edizione del suo Trattato d’idrometria ad uso degli ingegneri noto anche come Trattato d’idraulica pratica, un'opera che, rivista nel 1867 e nel 1880, sarebbe stata un punto di riferimento della disciplina per tutta la seconda metà del secolo. Nella prefazione l’autore - matematico, filosofo, ma prima ancora ingegnere - dichiarava programmaticamente di aver voluto “stendere un’opera pegli ingegneri, non un’opera di matematica, una idrometria sperimentale applicabile, non un’idrometria razionale, forse inapplicabile”. Non a caso, quella che presenta nel suo volume e che si insegna ancora oggi è una formulazione approssimata per il calcolo della portata negli scoli: un metodo che da lui ha preso il nome (“metodo cinematico o di Turazza”) a riprova del valore delle sue intuizioni teorico-applicative, che invece egli liquidava come “non di eccezional rilievo”.

Non fu solo uno scienziato teorico, o un umanista nel senso ampio del termine che si applicò, tra il resto, anche allo studio delle lingue, fra cui anche il sanscrito, ma, insieme, un vero e proprio ingegnere fattivo. Contribuì, infatti, in modo decisivo al dibattito sulla sistemazione fluviale del Tevere a Roma, dell’Adige a Verona e sulla messa in sicurezza della Cripta di san Marco a Venezia.

Non stupisce, quindi, che nel 1869 fosse designato dal governo quale unico rappresentante della scienza italiana alla cerimonia di apertura del Canale di Suez, o che nel dicembre 1890, dopo più di un ventennio come consigliere provinciale di Padova, venisse nominato Senatore del Regno per i meriti della sua opera.

Morì un solo anno dopo, a 79 anni, nel gennaio del 1892. Sulla facciata della sua casa natale a Malcesine, fu posta una lapide che recita: “Domenico Turazza, Senatore del Regno, amoroso cultore delle lettere, matematico, sommo principe degli idraulici” ed è così che, dopo due secoli, ancora viene ricordato.

Valentina Berengo