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Di chi è la colpa se gli studenti vanno male in matematica?

13 settembre 2013

La matematica passa per essere, tra gli studenti, la bestia nera delle materie: difficile per i più, addirittura incomprensibile per alcuni, i più rinunciatari si consolano con l’adagio “non ci sono portato, io sono bravo in italiano”. Ma c’è di più: oltre alla materia, spesso è il professore che la insegna, quasi per osmosi, a calamitarsi il disamore degli studenti, o perlomeno questo è quello che si tende a pensare, figurandosi lo stereotipo dell’insegnante di matematica come una sorta di “signorina Spezzindue” ben presente alla memoria dei piccoli lettori di Roald Dahl quando, anni dopo, siedono sui banchi della scuola superiore.

La professoressa Grazia Pia Trisolini, docente di matematica presso l’istituto d'istruzione superiore "C.E. Gadda", nel milanese, ha svolto nel corso di tre anni (dal 2009 al 2012) un’indagine statistica di tipo psicologico con 1.156 interviste a studenti delle scuole superiori, indirizzate a investigare in modo scientifico il rapporto studente-docente di matematica e l’influenza che il vissuto emozionale ha sul profitto nella materia. L’esito della ricerca, inaspettatamente, sfata il mito dell’insegnante di matematica come spauracchio o come il più odiato tra gli insegnanti, evidenziando però quanto la relazione col docente resti un punto chiave per la riuscita dello studente.

L’indagine è stata condotta sottoponendo al campione di studenti, frequentanti vari Istituti di Istruzione superiore della provincia di Milano, tre questionari sostanzialmente analoghi, ma riferiti rispettivamente alla relazione con il proprio docente di matematica, con la migliore figura di riferimento (fratello, genitore, amico ecc.) e con il docente di una qualsivoglia disciplina con cui lo studente ritenesse di aver instaurato la peggiore relazione interpersonale. I quesiti che compongono ciascun questionario sono stati pensati per indagare quattro principali stili relazionali (sicuro, distanziante, ansioso e preoccupato) che potessero descrivere il rapporto interpersonale con le figure oggetto dei tre questionari. 

È stato chiesto ai ragazzi di esprimere la percentuale di accordo lungo una scala di sei possibili scelte (dall’accordo nullo, all’accordo completo) con 36 affermazioni del tipo “non sopporto l’insegnante se insiste a propormi i suoi metodi” o “studiare e impegnarmi di più non serve a niente, tanto prendo sempre brutti voti” o ancora “quando mi capita di non capire qualcosa, mi dico che non è colpa mia ma che è l’insegnante che non ha saputo spiegare”.

L’elaborazione dei dati raccolti ha individuato anche vissuti emozionali intermedi tra i quattro estremi, indicati nella ricerca convenzionalmente come gioia, approvazione, disattesa, sorpresa, disgusto, rabbia, paura e dispiacere.

Per quanto riguarda la migliore relazione mai instaurata, il 95% degli intervistati ha espresso, come immaginabile, uno stile relazionale sicuro, ma l’intensità dell’emozione espressa è stata relativamente bassa, specie se confrontata con quella mostrata dallo stesso campione nei confronti del docente con cui ha avuto il peggiore scambio relazionale. Trova qui conferma un dato dell'osservazione empirica: nella gran parte dei casi, i giovani (ma non solo loro) sono restii a raccontare particolari riguardanti una loro relazione positiva, mentre non hanno remore a stigmatizzare gli aspetti di un rapporto insoddisfacente. In questo secondo caso lo stile relazionale preponderante (nel 42% dei casi) è quello preoccupato di chi ha il desiderio frustrato di monopolizzare l’attenzione del docente nella speranza di controllare o modificare le regole del rapporto a proprio vantaggio. Ma c’è anche chi, e costituisce il 23% della popolazione sottoposta a sondaggio, riesce a trarre qualcosa di buono persino da un rapporto negativo. 

Quando si passa ad analizzare la relazione con l’insegnante di matematica, ecco la sorpresa: per la maggior parte degli studenti è positiva, di stile sicuro. Quanto più è poco ansiosa e poco preoccupata, poi, tanto più il profitto nella materia è alto, come immaginabile. L’altro dato significativo è che chi va bene in matematica generalmente è riservato nell’esprimere le proprie emozioni, diversamente da chi va male, il quale si relaziona con uno stile preoccupato e poco distaccato, esprimendo senza remore la propria avversità al docente in classe, così come nei questionari. 

Secondo l’esperienza della professoressa Trisolini, l’attività di “umanizzazione”, conseguente alla richiesta di esprimere il proprio sentire nei confronti della materia e del docente, è foriera di esiti positivi, tant’è che gli studenti hanno accolto con estremo favore l’attività di compilazione dei questionari. “Lo studente in difficoltà” dice “non lo si aiuta imponendogli regole e strumenti che gli sono estranei, ma instaurando con lui un rapporto empatico per comprendere quale sia la sua chiave di lettura della materia, e con questa permettergli di accedere al mondo della matematica”. Ciò non significa che non siano necessari ordine e rigore, anzi. Secondo la docente, infatti, il gradimento che l’indagine ha rilevato nei confronti dell’insegnante di matematica è da ricercare nel fatto ch’egli rappresenta una figura in grado di dare coordinate e regole di riferimento per riconoscere e stabilire l’ordine laddove regna un apparente caos. Effettivamente, in quest’epoca “liquida”, per rubare la definizione a  Bauman, non è cosa da poco.

Valentina Berengo