Cultura

Cultura

Chomsky: l'incubo di Adam Smith, il sogno di Occupy

18 settembre 2012

Negli anni trenta, i disoccupati potevano aspettarsi di riavere il loro posto di lavoro. Oggi, con le tendenze attuali dell’industria manifatturiera (il cui tasso di disoccupazione è simile a quello che c’era durante la Depressione), chi lavora sa che il proprio posto di lavoro, una volta perso, non ritornerà.

Il mutamento è avvenuto negli anni settanta, per una complessa serie di ragioni. Uno dei fattori di base, illustrato principalmente dallo storico dell’economia Robert Brenner, è stato la caduta del saggio di profitto nel settore manifatturiero. Ci sono stati anche altri fattori. Tutto questo ha prodotto rilevanti cambiamenti nell’economia – un’inversione dal plurisecolare progresso verso l’industrializzazione e lo sviluppo a un processo di deindustrializzazione e declino. L’attività manifatturiera è chiaramente continuata oltremare – in modo molto redditizio, ma non per la forza lavoro.

Insieme a questo, si è realizzato uno spostamento dell’economia dalle attività produttive – la produzione di oggetti di cui le persone hanno bisogno o che possono utilizzare – alla manipolazione finanziaria. La finanziarizzazione dell’economia è decollata proprio in quegli anni.

Prima degli anni settanta, le banche erano banche. Facevano quello che delle banche dovevano fare in un’economia capitalistica di Stato. Per esempio, prendevano dai vostri conti correnti i fondi inutilizzati e li trasferivano per scopi potenzialmente utili, come aiutare una famiglia a comprare una casa o a mandare il figlio all’università, o cose del genere. Negli anni settanta tutto questo è cambiato radicalmente. Fino ad allora non c’erano state crisi finanziarie. Era un periodo di grande crescita – la più alta nella storia americana, se non addirittura nella storia economica mondiale –, un periodo di costante crescita che era durato per tutti gli anni cinquanta e sessanta. E aveva un carattere egualitario.

Per cui il quintile inferiore della popolazione se la passava bene, piú o meno quanto il quintile superiore. Molte persone furono in grado di accedere a stili di vita dignitosi. Era quella che qui viene chiamata “classe media”, e in altri paesi “classe lavoratrice”.

Questo processo ha avuto, negli anni sessanta, uno sviluppo accelerato. L’attivismo di quegli anni, dopo un decennio decisamente sconsolante, ha certamente civilizzato il nostro paese, sotto una molteplicità di aspetti e in maniera permanente. Certe cose non cambiano. Sono qui per restare.

Con gli anni settanta arrivarono improvvisi e radicali mutamenti: la deindustrializzazione, la delocalizzazione e la crescita enorme delle istituzioni finanziarie. C’è da dire che tra gli anni cinquanta e sessanta si assistette anche allo sviluppo di quella che decenni piú tardi sarebbe stata l’economia dell’high tech. I computer, internet, la rivoluzione informatica progredirono soprattutto in quegli anni, prevalentemente nel settore pubblico, anche se ci vollero un paio di decenni prima che decollassero veramente.

Gli sviluppi che si manifestarono durante gli anni settanta innescarono un circolo vizioso, che ha portato  a una crescente concentrazione della ricchezza nelle mani del settore finanziario. Questo processo non reca alcun beneficio all’economia reale – anzi, ha probabilmente effetti negativi su di essa e sull’intera società – ma ha provocato un’enorme concentrazione della ricchezza confluita in quel settore.

La concentrazione della ricchezza implica la concentrazione del potere politico. A sua volta, la concentrazione del potere politico genera una legislazione che aumenta e accelera questo processo. Tale legislazione, essenzialmente bipartisan, genera nuove politiche fiscali, modifica la tassazione e anche i criteri del governo d’impresa, spingendo verso la deregolamentazione. In parallelo, in quegli anni si è prodotto un incremento vertiginoso delle spese elettorali che a sua volta ha indotto sempre piú i partiti politici a dipendere finanziariamente dal settore privato.

I partiti si sono dissolti in vari modi. Un tempo succedeva che se un membro del Congresso aspirava a ricoprire un incarico qualsiasi, come la presidenza di una commissione o qualche altra posizione di responsabilità, poteva ottenerlo prevalentemente in base all’anzianità e all’impegno parlamentare. Nello spazio di pochi anni, i candidati a tali incarichi si sono trovati costretti, per accedervi, a versare dei soldi al partito. Tale processo, studiato prevalentemente da Tom Ferguson, ha ulteriormente spinto l’intero sistema a dipendere dai grandi gruppi economici in generale e dal settore finanziario in particolare.

Questo ciclo ha prodotto un’estrema concentrazione di ricchezza, finita in prevalenza nelle mani della decima parte dell’1% della popolazione[1]. Contemporaneamente, per la maggioranza del paese è iniziato un periodo di stagnazione, se non di declino. Le persone se la cavavano, ma ci riuscivano in maniera “artificiale”, lavorando di piú, ricorrendo a prestiti onerosi, indebitandosi e affidandosi a beni inflazionati, come ha dimostrato la recente bolla edilizia. In breve tempo, l’orario di lavoro negli Stati Uniti si è allungato molto rispetto a quello di altre nazioni industrializzate come il Giappone o i paesi europei. C’è stato dunque, da una parte, un periodo di stagnazione e declino per la maggioranza della popolazione e, dall’altra, un periodo di alta concentrazione di ricchezza. Il sistema politico, contemporaneamente, ha iniziato a dissolversi.

C’è sempre stato un divario tra le scelte politiche e la volontà popolare, ma ora ha raggiunto dimensioni astronomiche. Oggi lo si può percepire chiaramente.

Osservate quello che sta succedendo. L’argomento su cui tutti a Washington si stanno concentrando è il deficit. Giustamente, per le persone normali il deficit non è una questione particolarmente rilevante. In effetti, non lo è. Il punto per loro è la disoccupazione, non il deficit. C’è una commissione sul deficit ma non c’è una commissione sulla disoccupazione. Per quanto riguarda il deficit, le persone hanno una loro opinione. Guardate i sondaggi. La maggioranza è a favore di una piú alta tassazione per i ricchi, che è fortemente diminuita durante questi anni di stagnazione e declino – tasse piú alte per i ricchi per preservare le già scarse tutele sociali.

Le decisioni della Commissione sul deficit andranno probabilmente nella direzione opposta. O raggiungeranno un accordo che sarà il contrario di quello che vuole la gente, oppure si metterà in moto una sorta di procedura automatica che produrrà di fatto gli stessi effetti. Quindi, è una questione di cui bisognerà occuparsi molto presto.

La Commissione sul deficit prenderà le sue decisioni tra un paio di settimane[2]. I movimenti Occupy potrebbero essere la base di massa per tentare di contrastare ciò che potrebbe rappresentare un colpo al cuore del paese. Gli effetti potrebbero essere molto negativi. È una questione che dobbiamo affrontare subito.

Senza entrare troppo nel dettaglio, ciò che è avvenuto negli ultimi trent’anni è stato in realtà un incubo già previsto dagli economisti classici.

Adam Smith prese in considerazione l’eventualità che i mercanti e gli industriali potessero decidere di trasferire le loro attività fuori dall’Inghilterra – che potessero investire all’estero e importare dall’estero. Scrisse che ne avrebbero sí tratto profitto, ma a danno dell’Inghilterra.

Comunque, egli affermò anche che i mercanti e gli industriali avrebbero preferito operare nel proprio paese – quello che a volte viene definito “home bias”[3]. Cosí, quasi grazie a “una mano invisibile”, l’Inghilterra sarebbe stata risparmiata dalle devastazioni di quella che oggi viene chiamata globalizzazione neoliberale. È un brano difficile da ignorare, poiché nel testo La ricchezza delle nazioni è l’unica volta che l’autore utilizza l’espressione “mano invisibile”. Forse l’Inghilterra anche oggi sarà salvata dalla globalizzazione neoliberale da una “mano invisibile”.

David Ricardo, l’altro classico dell’economia, previde la stessa cosa e si augurò che non sarebbe successa – speranza alquanto ingenua –, e per lungo tempo in effetti cosí è stato. Oggi, però, sta accadendo. È esattamente ciò che è successo nel corso degli ultimi trent’anni.

Per gran parte della popolazione, il 99% secondo l’immagine del movimento Occupy, è stata particolarmente dura. Potrebbe andare ancora peggio. Questa potrebbe essere un’epoca di declino irreversibile. Per meno dell’1% del paese – per un decimo dell’1% – non c’è problema. Loro non sono mai stati cosí ricchi e potenti. Controllano il sistema politico, indifferenti al resto della popolazione. Per quanto li riguarda, se continua cosí, qual è il problema? Proprio la situazione temuta da Adam Smith e David Ricardo.

 

Il testo qui riportato è uno stralcio dal primo capitolo dell'ultimo libro di Noam Chomsky, in uscita in questi giorni nelle librerie italiane.

Copyright Noam Chomsky 2012. Per gentile concessione della casa editrice Nottetempo

 

Noam Chomsky, Siamo il 99%, Nottetempo, 2012 (trad. Andrea Aureli)



[1] Cioè, l’1 per mille della popolazione totale. [n.d.t.]

[2] In effetti, il 21 novembre 2011 la Commissione, il cui incarico era di proporre misure bipartisan per la riduzione del deficit, ha concluso i suoi lavori senza essere in grado di elaborare provvedimenti condivisi. La conseguenza piú immediata è una riduzione non selettiva del bilancio federale di 1,2 trilioni di dollari nell’arco di dieci anni a partire dal gennaio del 2013. [n.d.t.]

[3] La tendenza da parte di investitori o altri operatori economici a privilegiare, nelle loro scelte, le attività del proprio paese. [n.d.t]