Le opinioni

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Capitalisti senza capitale

5 maggio 2014

Si parla molto di “spirito imprenditoriale” e, nel corso di un incontro a Padova, l’ex ministro Francesco Profumo si è lanciato: “Questo tipo di cultura deve essere impartito molto prima. Fondamentale è una formazione che parta dai bambini”. Tutti imprenditori, insomma: prima ancora di imparare a leggere, i  pargoli dovrebbero imparare a commerciare, scambiare, trafficare. L’idea piacerà senza dubbio agli economisti, che nei loro manuali usano volentieri esempi di vita quotidiana come i vicini che si accordano per barattare una torta fatta in casa con un litro di limonata.

Se vogliamo riflettere seriamente sul tema, qualche dato sarà utile. Prima di tutto: da cosa è caratterizzata la modernità? Come ha avuto origine la rivoluzione industriale che ci ha portato la macchina a vapore, poi il motore a scoppio, poi l’energia nucleare e, infine, Internet? Troviamo la risposta in un classico di storia dell’economia, The Industrial Revolution in the Eighteenth Century di Paul Mantoux: il monumento che contiene al suo interno “il materiale grezzo della produzione moderna, e che rappresenta in forma visibile il suo stesso principio è la fabbrica”.

Storicamente, è stata la fabbrica, con la sua combinazione di centinaia, o migliaia, di operai e il suo forte impiego di capitale a dare un senso all’attività dell’imprenditore, che per definizione dev’essere un soggetto sociale minoritario all’interno di un sistema economico: se così non fosse, se ciascuno fosse proprietario dei suoi mezzi di produzione e agisse con quelli torneremmo a una situazione premoderna, all’artigianato o all’agricoltura di sussistenza. E, infatti, il calzolaio, il sarto, il contadino proprietario di tre galline sono agenti economici che esistono ancora oggi ma che possono occupare solo minuscole nicchie di mercato rispetto alle fabbriche di scarpe, ai produttori di abiti o alle grandi aziende dell’agroalimentare. Il “tutti imprenditori” è quindi prima di tutto un anacronismo, un’idea che può venire solo dall’ignoranza della storia dell’economia. 

Certo, oggi le grandi fabbriche sembrano sparite: non c’è più la Fiat Mirafiori con 150.000 operai, ma lo stabilimento Foxconn in Cina, dove vengono assemblati gli iPad e gli iPhone, ha un milione di operai. È stato un trasferimento, non una sparizione. Ci sono paesi dove esiste un tessuto imprenditoriale più diffuso e altri dove invece dominano le grandi aziende: si sa che l’Italia ha molte più piccole imprese della Germania o della Francia. Sta meglio per questo? Lo possiamo scoprire guardando ai dati dell’Unione Europea, che ci forniscono una panoramica della percentuale di imprenditori sul totale della popolazione attiva. Per esempio, i tre paesi europei con il maggior numero di imprenditori sono la Grecia (15% degli occupati), l’Italia (13%) e la Spagna (11%). Nel paradiso della libera impresa, gli Stati Uniti, gli imprenditori sono il 6% della popolazione attiva e in Gran Bretagna il 5%. In Germania sono il 10% e in Giappone il 4%.

Questo significa che molti “imprenditori” nei paesi mediterranei sono in realtà lavoratori autonomi che non hanno nessun dipendente se non la moglie, un fratello o un cugino: sono autotrasportatori, idraulici, imbianchini, lavoratori saltuari costretti ad aprirsi una partita IVA. Sono la parte più sofferente dell’economia, non quella più dinamica e innovativa (come si sa, l’economista austriaco Joseph Schumpeter metteva al centro dello sviluppo capitalistico proprio l’opera di “distruzione creativa” dell’imprenditore).

L’innovazione si fa all’università, nei laboratori di ricerca o in imprese grandi o grandissime: Google, Apple, Amazon. Il mito delle start up che nascono in un garage (come Microsoft) o in un dormitorio studentesco (come Facebook) va benissimo per vendere biografie più o meno romanzate dei fondatori, non per discutere seriamente delle tendenze di fondo dell’economia. Il libro di Mariana Mazzucato, The Entrepreneurial State spiega perfettamente questa dinamica, in particolare il ruolo della ricerca militare nella creazione non solo di Internet ma anche dell’elettronica di consumo come i telefoni cellulari.

Molti laudatori delle start up sostengono che oggi la Rete consentirebbe a chiunque abbia “una buona idea” di creare il proprio business e, se non fare fortuna come Mark Zuckerberg, quanto meno di trovare una strada più economicamente e psicologicamente soddisfacente di quella del lavoratore dipendente. Per il ministro del Lavoro Poletti, da cui ci si aspetterebbe una minore ingenuità, “ci sono sempre più imprenditori di se stessi, penso a tutti quei giovani che costruiscono piccole aziende per la produzione di software”. Se così fosse, il numero di nuove microaziende dovrebbe essere in costante crescita da quando lo World Wide Web permette a tutti di vendere le proprie carabattole su eBay o di affittare una stanza attraverso Airbnb. Di nuovo, i dati vanno in direzione opposta: il numero di nuove imprese aperte ogni anno negli Stati Uniti è in calo dal 2006 e il loro tasso di sopravvivenza dopo cinque anni dalla fondazione è di appena il 50%. La ragione è semplice: oggi il mercato è controllato da aziende che hanno capito per tempo l’importanza delle economie di scala globali e di avere una posizione dominante. 

Curiosamente, la moda dei discorsi sullo spirito imprenditoriale che dovrebbe essere infuso anche a chi preferirebbe ancora le bambole o la playstation raggiunge il suo apice nel momento in cui la concentrazione della ricchezza è al massimo storico, come dimostra il lavoro dell’economista francese Thomas Piketty. Il problema, infatti, è che per immaginare una “società di imprenditori” occorre immaginare anche una società relativamente egualitaria nella distribuzione della ricchezza: ogni soggetto economico dovrebbe disporre di quel minimo di capitale necessario per avviare un’attività, non fosse che la bottega del fiorista o la trattoria a conduzione familiare. La realtà è esattamente l’opposto: l’1% delle famiglie americane possiede il 40% della ricchezza nazionale. In Italia, secondo il Censis, i dieci contribuenti più ricchi hanno un patrimonio di 75 miliardi di euro, pari a quello di 500.000 di famiglie operaie. E da noi la concentrazione della ricchezza al vertice è probabilmente ancora maggiore: difficile avere un calcolo attendibile a causa della diffusa evasione fiscale e dell’esportazione dei capitali.

Quindi, ciò che l’ex ministro Profumo, e i molti che la pensano come lui, invocano è in realtà una società di “capitalisti senza capitale”, una prospettiva che non ha nessuna seria possibilità di realizzarsi se non nella forma di un’oligarchia che controllerebbe il 90% della ricchezza nazionale, come un secolo fa, mentre il resto dei cittadini tornerebbe alla situazione di povertà diffusa di prima del 1914.

Fabrizio Tonello