Cultura

Il raduno delle camicie nere al Quirinale dopo la marcia su Roma. Foto di Archivio GBB / CONTRASTO

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1922-2012: la memoria difficile

19 dicembre 2012

Non si è parlato molto del novantesimo anniversario della marcia su Roma (28-31 ottobre 1922): a parte i raduni dei nostalgici e dei centri sociali di destra, sempre accompagnati da polemiche, ancora una volta l’atteggiamento sembra essere stato quello del silenzio e della rimozione, piuttosto che della riflessione e del confronto. Ma come fece nel 1922 un movimento nato meno di un anno prima (il Partito nazionale fascista fu fondato il 7 novembre 1921, mentre i Fasci di combattimento risalgono al 1919) a prendere il controllo totale dello Stato? Soprattutto, come riuscì in così poco tempo e contemporaneamente a superare le resistenze dello stato liberale e sbaragliare l’opposizione dei grandi partiti di massa, come il partito popolare e soprattutto quello socialista? È questo l’argomento dell’ultimo libro di Emilio Gentile, E fu subito regime. Il fascismo e la marcia su Roma (Laterza, Roma-Bari 2012), presentato a Padova lo scorso 6 dicembre, nel corso di una lectio magistralis tenuta dall’autore presso la sede universitaria di via del Santo.

All’inizio del 1920 i Fasci di combattimento contano appena 800 iscritti mentre il Partito socialista, con 156 deputati e 200.000 iscritti, è il primo partito italiano, saldamente collegato a una rete di associazioni e  cooperative oltre che al principale sindacato italiano, la Confederazione generale del lavoro (CGdL, oltre due milioni di iscritti). Questo forse spiega le perplessità, se non addirittura il sarcasmo, con cui a sinistra vengono inizialmente accolti Mussolini (un ex socialista passato al nazionalismo nel corso della guerra) e il suo movimento: Anna Kuliscioff, la colta e decisa compagna di Turati, scrive di una “dittatura da burla”, mentre persino Gaetano Salvemini, a cui nessuno nega profondità di analisi, ancora negli anni Quaranta parlerà del regime come di una “opera buffa”. 

Da dove viene questa drammatica sottovalutazione di un fenomeno che di lì a poco avrebbe incendiato il mondo? Eppure fin dalla sua fondazione nel 1921 il PNF manifesta con tutti i mezzi a disposizione il suo obiettivo, che è quello di abbattere lo stato liberale e democratico attraverso la violenza dello squadrismo. È qui che, secondo Gentile, si manifesta la straordinaria novità e unicità del fascismo rispetto a tutti gli altri movimenti politici: “il Partito fascista si pone fin dall’inizio come partito-milizia e non come formazione politica che ingloba dei corpi armati, cosa che invece era abbastanza comune nel primo dopoguerra”. Nel nuovo soggetto politico insomma l’uso della violenza non è un mero mezzo per la presa del potere, ma costituisce un punto essenziale della sua stessa ideologia. 

Se popolari e socialisti pensano prima di poterlo ignorare, e poi - quando fra il 1920 e il 1922 le squadre fasciste distruggono una dopo l’altra case del popolo, sedi di partito e sindacali, associazioni e istituzioni popolari fra incendi e uccisioni – si convincono che cadrà sotto le sue stesse contraddizioni, lo Stato non fa di meglio. Tanto il re quanto i diversi governi e la gran parte dei politici liberali, nei due anni del suo avvicinamento al potere, pensano di poterlo usare per controbilanciare il peso dei partiti di massa, e non comprendono che consentirne l’arrivo al potere non sarà una mossa politica fra le altre, ma un passo definitivo, perché il partito fascista e la sua ideologia sono molto diversi dalle formazioni politiche cui sono abituati.

Certo non mancano osservatori lucidi che fin dall’inizio si rendono conto della natura e dei pericoli del nuovo regime: don Sturzo, il politico e intellettuale liberaldemocratico Giovanni Amendola, fondatore de Il Mondo, lo scrittore e fondatore del Partito d’azione Emilio Lussu e lo storico Luigi Salvatorelli, che allora dirige La Stampa. Nel ceto politico e intellettuale riformista si diffonde però l’opinione che prima o poi il fascismo crollerà sotto il peso delle sue contraddizioni e dell’inadeguatezza dei suoi esponenti. “Nemmeno uno sciopero hanno fatto”, gongolerà anni più tardi Mussolini: tanto sarebbe infatti bastato a bloccare il vagone letto su cui aveva raggiunto Roma. Lo strappo avvenuto con il 1922 viene sottovalutato a lungo e il regime considerato fragile e passeggero, ancora dopo il superamento della crisi seguita al delitto Matteotti nel 1924.

Ed è così, a causa di una scommessa vinta, della miopia dei suoi oppositori e della violenza armata a moltiplicare il peso del numero certo non irresistibile dei suoi sostenitori, che Mussolini riesce a prendere il potere. Una piccola minoranza ben organizzata, esattamente come nella Rivoluzione d’ottobre, coglie il suo “attimo fuggente” – l’espressione ricorre più volte nel libro di Gentile, attribuita proprio al futuro duce – riuscendo a centrare la sua finestra per entrare nella storia. Un avvenimento tanto più straordinario, se si considera che lo stesso Mussolini all’inizio non era convinto della riuscita dell’operazione, tanto che alcune versioni assegnano addirittura al segretario del PNF Michele Bianchi il ruolo di averlo convinto a rompere gli indugi.

Con l’uccisione Matteotti, il regime getta finalmente la maschera: il partito-milizia che ha fatto della sopraffazione violenta la sua ragion d’essere non è affatto in via di normalizzazione all’interno delle istituzioni dello Stato liberale ma, al contrario, le sta sovvertendo dall’interno. Tutto in quel momento sembra crollare; “il fascismo è un cadavere” scrive Gramsci, preoccupato addirittura che una caduta troppo repentina crei un vuoto di potere difficile da gestire. Ma il 3 gennaio 1925, con un discorso di fronte al Parlamento, Mussolini si assume la responsabilità politica e morale del fatto, senza che nessuno abbia la forza di reagire, e senza che il re gli tolga a fiducia: la strada verso il Ventennio è ormai segnata. Oggi è facile accusare di inanità, col senno di poi, quanti non si opposero con sufficiente vigore al nascente regime; scrive però Gentile che “i protagonisti delle vicende narrate non conoscevano in anticipo la fine della loro storia”, subito aggiungendo che “anche il lettore dovrebbe fingere di non conoscerla”, sempre che voglia capirne il senso più profondo. 

Daniele Mont D'Arpizio

Michele Ravagnolo

Giulio Alessio, l’oppositore padovano di Mussolini

Nella generale clima di endorsement che si diffonde nella classe dirigente padovana subito dopo l’ascesa del nuovo regime, spiccano anche figure che coraggiosamente vi si oppongono: tra questi Novello Papafava (1899 – 1973), che fin dal principio giudica la violenza come il “peccato originale” del nuovo regime. La linea di separazione tra avversari e fautori del fascismo attraversa anche l’università di Padova: mentre alcuni docenti lo appoggiano – come Alfredo Rocco, che darà poi il suo nome al codice penale e a quello di procedura penale – altri la osteggiano pubblicamente. Tra questi ultimi Giulio Alessio, sul quale è da poco uscito Giulio Alessio e la crisi dello stato liberale, uno studio di Alba Lazzaretto pubblicato nell’ambito dei volumi curati dall’Istituto veneto per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea (Cleup 2012). Economista e parlamentare della sinistra progressista e radicale, nell’estate del 1922 Alessio propone, da ministro di Grazia e giustizia del secondo governo Facta, misure eccezionali per arrestare il dilagare della violenza e l’attacco alle istituzioni dello Stato. Se fosse stato ascoltato forse la Marcia su Roma non ci sarebbe stata; la classe dirigente liberale però preferisce la strada della mediazione, cercando di coinvolgere Mussolini in un governo di coalizione. Alessio però non si arrende: nella notte tra il 27 e il 28 ottobre, insieme agli altri ministri Giovanni Amendola e Paolino Taddei, chiede la proclamazione dello stato d'assedio, senza però ottenere l'assenso regio. Dopo l’avvento di Mussolini continua a opporsi al fascismo, costituendo una lista assieme a Silvio Trentin per le elezioni del 1924; i padovani però gli danno appena 900 voti: è la fine della sua carriera politica. Negli ultimi anni  prosegue la sua ostinata e coerente testimonianza, venendo progressivamente emarginato dalle istituzioni accademiche culturali: nel 1934, pur di non giurare fedeltà al regime, assieme ad altri nove rinuncia anche al suo posto nell’accademia dei Lincei. Nella solitudine si dedica alla stesura della grandiosa Storia dello Stato italiano, dedicata agli studenti dell’università di Padova: “Un’opera straordinaria sulla tormentata storia italiana – racconta oggi Alba Lazzaretto – con l’analisi delle ragioni che hanno portato al fascismo, ma allo stesso tempo anche con una serie di proposte dirette a migliorare la vita politica del Paese”. Nel 1940 Alessio si spegne: il suo destino è quello di un “gigante dimenticato”; un destino comune a molti di quelli che aderirono alla corrente del radicalismo liberale e laico, che nell’Italia del secondo dopoguerra si troverà schiacciato tra la cultura politica comunista e quella cattolica.

D.M.D.