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Il regista durante la Mostra del cinema di Venezia. Foto: Contrasto/Davide Lanzilao

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Il cinema e la letteratura, nelle parole di Gianni Amelio

13 aprile 2018

Presto tornerà nelle sale con un nuovo film – di cui ancora si sa poco a parte il titolo: Hammamet – ma negli ultimi anni Gianni Amelio, tra i maggiori autori del nostro cinema, si è dedicato anche alla scrittura pubblicando due romanzi. Il perché lo ha spiegato lo stesso regista nell’incontro organizzato il 12 aprile all’università di Padova, dove ha parlato sui rapporti tra cinema e scrittura letteraria con Denis Brotto, Attilio Motta e Giorgio Tinazzi durante il primo degli “Incontri di Cinema e Letteratura”, una rassegna sugli autori italiani che hanno sviluppato la loro opera sia sul fronte cinematografico che su quello letterario organizzata dal Dipartimento di Studi linguistici e letterari.

“A un certo punto il cinema mi aveva stancato – ha detto Amelio durante l’incontro – si arriva a conoscere così profondamente la macchina da presa da chiederti perché devi continuare a farti così male…”. Del resto Amelio, laureato in filosofia e critico cinematografico e letterario prima di diventare uno dei maestri riconosciuti del nostro cinema, non aveva mai smesso di pubblicare articoli e saggi. A volte però c’è bisogno di quella libertà e autonomia che solo un romanzo sembra poter dare: è nato così, anche per recuperare uno spazio di creatività più personale, Politeama (2016): “Tutto è iniziato con una  ventina di righe, lasciate a sedimentare nel computer per qualche mese. Poi poco a poco le situazioni e i personaggi hanno preso a vivere e a trovare le proprie strade. Del resto non ho mai avuto paura del foglio bianco: a volte basta una sillaba a riempirlo”. Un modo per scacciare l’ansia del dover girare una pellicola, ma anche per sperimentare una maggiore libertà: “Quando pensi a un film sai che ogni pensiero, ogni immagine che ti viene in mente costerà la fatica e il lavoro di una troupe di 60 persone, oltre a tanto denaro… con un romanzo invece si può lasciar andare maggiormente la fantasia”.

Nei suoi libri come nei film, le opere di Amelio sono comunque percorse da tematiche simili: anche il recente romanzo Padre quotidiano (2018) prende ad esempio ispirazione dalla vita del regista e dal suo rapporto con il figlio, conosciuto durante le riprese del film Lamerica e adottato più di vent'anni fa, per continuare la riflessione sul rapporto tra generazioni che percorre molti dei suoi film.

Questo non significa che scrittura per il cinema e quella per il romanzo siano contigue o addirittura equivalenti: “Secondo me anzi non hanno nulla a che vedere tra loro – risponde netto il regista –; direi che il cinema è più vicino alla musica e alla pittura piuttosto che alla letteratura. Nella sceneggiatura si scrive sempre per qualcos’altro, per chiarire il loro ruolo a tutte ai soggetti coinvolti, compresi i produttori e le commissioni che possono dare un finanziamento, e aiutare a immaginare il film. Si tratta più di appunti che servono a fare altre cose, mentre nei romanzi è sempre il testo ad avere l’ultima parola”. Da questo discende che il passaggio da un libro a un film non è mai semplice né automatico, anche quando ci si deve confrontare con i mostri sacri: “Ho sempre avuto la fortuna di essere lasciato libero quando ho curato ‘trasposizioni’ cinematografiche (Amelio non ama questo termine, ndr). Sciascia, dopo una giornata insieme a discutere, mi disse ‘mi dia delle sorprese’. E anche quando ho girato Il primo uomo, tratto dal romanzo postumo di Albert Camus, ho avuto la massima disponibilità da parte della figlia dello scrittore”.

Letteratura e cinema hanno insomma linguaggi diversi, e un modo di tradire un libro è proprio quello di tentare di illustrarne pedissequamente il testo attraverso le immagini: “Per questo, nel cinema, è sempre meglio considerare il romanzo come un soggetto originale, e viceversa. Il segreto della fedeltà a un’opera non è filmare esattamente quello che è scritto, ma farla propria ed esprimerla attraverso i propri mezzi, mettendosi sempre dalla parte dello spettatore”.

Daniele Mont D’Arpizio