Società

Foto: Roberto Caccuri/contrasto

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C’era una volta il Nordest

10 febbraio 2017

Non va. Se facciamo un bilancio sullo stato di salute del nostro territorio a quasi dieci anni dall’inizio della grande crisi scopriamo troppi problemi non affrontati, anzi nemmeno chiaramente identificati. Il primo punto che emerge dalla ricerca della Fondazione Nordest è il declassamento di fatto del Veneto.

Stefano Micelli ha ricordato che, se una volta ci potevamo confrontare con le aree più dinamiche a livello europeo, oggi non riusciamo più a reggere questa competizione. Sì è vero, cresciamo (+1,1% di PIL rispetto al +0.9% nazionale) e un po’ l’occupazione è ripartita. La propensione all’export è ancora molto forte. Ma sono segnali troppo timidi e soprattutto non distribuiti in modo omogeno sul territorio. Ci sono le medie imprese che trainano la locomotiva, e crescono sia in termini di fatturato che di redditività, ma il resto del sistema economico non riesce a tenere il passo della globalizzazione.

Il dato preoccupante è che non siamo riusciti a ritornare ai livelli pre-crisi. Ilvo Diamanti pone questo tema con grande chiarezza. Il Nordest dopo gli anni della crescita è tornato a essere irrilevante, un territorio indefinito “a nord di Roma e a est di Milano”. Giocavamo in serie A, oggi siamo in serie B. Con il rischio, non tanto celato nel rapporto della Fondazione Nordest, di finire in serie C. Continuare a fare paragoni tra il Nordest e altre regioni del Paese, dell’Italia del sud in particolare, è deleterio perché non ci fa capire quanto rapidamente stiamo perdendo terreno a livello internazionale.

Il secondo punto, che forse è ancora più preoccupante del primo, è il calo demografico combinato all’emigrazione di giovani compresi nella fascia tra 25 e 35 anni. Questo calo, sempre più consistente, indebolisce la riproducibilità del sistema economico e della società stessa. Non solo decresciamo da un punto di vista demografico (un problema non solo locale ma nazionale) ma perdiamo anche le giovani teste, la benzina per la crescita futura, non riuscendo a controbilanciare le partenze con la capacità di attrarre giovani stranieri. Il fenomeno del brain drain (o della fuga dei cervelli) non è negativo di per sé: è normale e salutare che i nostri giovani abbiano l’ambizione di conoscere il mondo. Il problema è che non riusciamo ad attrarre e trattenere altri giovani dall’esterno: un Nordest che rimane per i soli “noialtri” rischia l’asfissia e l’implosione.

Il terzo punto è il confronto con Milano. Mai come in questo momento si percepisce la distanza culturale ed economica con la capitale morale del Paese. Annibale D’Elia e Gianfelice Rocca hanno messo in evidenza il modo in cui la società e le istituzioni milanesi stanno progettando il futuro della città. Si sono date obiettivi chiari, essere una delle città più innovative a livello europeo, hanno costruito una serie di indicatori per valutare l’impatto delle diverse iniziative e hanno scelto dei benchmark credibili (Berlino, Barcellona, Parigi) con i quali confrontarsi.

Hanno sviluppato 50 progetti importanti, uno di questi prevede, non a caso, l’attrazione in città di imprese manifatturiere di nuova generazione. E’ finito il tempo delle mezze misure: per poter tornare competitivi c’è bisogno di cooperazione e del lavoro di tutti (istituzioni, politica e  attori economici) verso un obiettivo condiviso. Da questo punto di vista, Expo è stato un test probante per verificare sul campo questa spinta rinnovatrice. Milano ha saputo rigenerarsi e dopo la crisi degli anni ‘90 e ‘00  èsempre di più the place to be. Il Nordest al contrario sembra essere diventato the place to leave.

Mentre Milano studia e propone una visione di sé, il Nordest non solo non ha una propria progettualità all’altezza ma sembra aver rinunciato all’idea stessa di capire i fenomeni in corso. Prova ne sia l’aria di ridimensionamento che avvolge la stessa Fondazione Nordest, ormai percepita come un corpo estraneo dalle stesse associazioni di categoria che negli anni passati l’avevano sostenuta. Naturalmente non è solo un problema della Fondazione ma più generale di tutte quelle istituzioni/enti dedicati all’approfondimento economico e sociale del territorio. Si può obiettare che questo atteggiamento nel Nordest non è affatto nuovo. In fondo lo stesso sviluppo economico e sociale è avvenuto dal basso, bottom up, spesso in aperto contrasto con lo stato centralista e la politica romana. Questo dinamismo non va certo perso, anzi, rimane uno dei punti di forza del nostro territorio, gli spiriti animali degli imprenditori sono la base fondamentale a cui ancorarsi per ipotizzare un rilancio. Ma è chiaro che non possono essere da soli più sufficienti per ridare fiato all’economia locale. Abbiamo bisogno di lavorare tutti all’interno di un orizzonte comune. Le indicazioni che sono emerse dalla presentazione e dal dibattito sono principalmente due: a) l’investimento in un manifatturiero di maggiore qualità anche attraverso l’uso delle nuove tecnologie (manifattura 4.0) b) la ricerca di una complementarità con Milano per agganciarsi al treno della crescita.

Sul primo punto, il territorio ha dimostrato buona capacità soprattutto a livello istituzionale muovendosi in modo appropriato in questa direzione e proponendo un primo accordo storico tra gli atenei del Nordest per lo sviluppo di un competence center comune, con sede a Padova, sui temi della manifattura 4.0. E’ solo un inizio ma è sicuramente un passo avanti rispetto al passato.

Sul secondo punto la situazione appare meno chiara. La proposta di Bassetti e Micelli della definizione di una metropoli del Nord che colleghi Torino a Trieste è un’ipotesi suggestiva che però pone un problema non irrilevante di organizzazione dello spazio, ad oggi ancora irrisolto (vedasi alta velocità) e mette una fortissima pressione verso i territori periferici che devono attrezzarsi per trovare delle forme di collaborazione con la città meneghina. Milano non aspetta e guarda avanti, agli altri il compito di adeguarsi: il Nordest sarà capace di raccogliere la sfida? 

Marco Bettiol