Scienza e ricerca

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Le 'bugie blu' della politica

19 aprile 2017

Jeremy Adam Smith ne è convinto e lo ha scritto nero su bianco sullo Scientific American, la più autorevole rivista di divulgazione scientifica al mondo: Donald Trump dice bugie.

Il giornalista e blogger inglese non è il solo a pensarlo. E neppure a scriverlo. Molti negli Stati Uniti e fuori si chiedono anche perché, pur dicendo bugie in maniera così plateale – per esempio, che il suo predecessore alla Casa Bianca, Barack H. Obama, la faceva spiare o che i cambiamenti climatici sono un’invenzione cinese per minare l’economia degli Stati Uniti – Trump ha successo presso una parte non banale dell’opinione pubblica americana. Una parte così poco banale da avergli consentito di essere eletto presidente del paese più ricco e potente del mondo.

Come mai? Ecco ciò che rende originale l’articolo che Jeremy Adam Smith ha da poco pubblicato sullo Scientific American è proprio la risposta a questa domanda: quelle di Donald Trump non sono bugie come le altre. Sono blue lies. Bugie blu.

Si tratta – come spiegano Lucia Donsì, Claudia Toscano e Antonella Panico in un saggio, Mentire in nome del bene collettivo: una ricerca sulle “bugie blu” in età evolutiva, apparso alla fine del 2015 su Nea Science, rivista di neuroscienze, psicologia e riabilitazione – di un tipo di bugia particolarmente sviluppato nel mondo degli adulti, ma che ha origine, appunto, in età evolutiva.

Che non tutte le bugie sono uguali in età evolutiva se ne sono accorti e lo hanno dimostrato per primi gli psicologi Clara e William Stern già all’inizio del Novecento. Ci sono quelle che tendono a ingannare in maniera intenzionale l’interlocutore e quelle, invece, che servono per esercitare la propria creatività e la propria fantasia. Con Piaget e poi con una serie piuttosto estesa di studiosi, l’analisi delle bugie in età evolutiva è diventata più articolata e precisa. Ora sappiamo, per esempio, che con l’età aumenta anche la tendenza a mentire. I bambini imparano a dire bugie non solo per coprire sempre meglio le proprie scappatelle, ma anche, ricordano Donsì e le sue colleghe, per salvaguardare i sentimenti altrui. Nel primo caso si parla di “black lies” (bugie nere), bugie dette per fini egoistici, e nel secondo di “white lies” (bugie bianche), bugie dette per fini altruistici.

I bambini imparano presto a valutare l’etica della bugia, a discernere tra bugie nere e bianche. Già in età prescolare distinguono tra quelle che non sono giustificabili e quelle che invece lo sono. Tra i sette e gli undici anni iniziano a utilizzare le “bugie blu”: le bugie giustificabili perché dette non nel proprio interesse, ma in quello più generale di un gruppo o dell’intera collettività. Sono bugie a scopo sociale. E servono al bambino, ricordano ancora Donsì e le sue colleghe, “per venire incontro a una pressione sociale che richiede loro di adattarsi alle regole della società in cui vivono”.

Da un punto di vista sociale, i bambini imparano che le “bugie nere” tendono a staccarli dagli altri, quelle “bianche” invece cementano la vita sociale, mentre quelle “blu” tendono a consolidare la presenza in un gruppo e ad aumentare la divaricazione da altri gruppi.

La tendenza a dire “bugie blu” è molto presente anche nel mondo degli adulti. E nasce dalla medesima esigenza: assecondare il gruppo di riferimento. Le “bugie blu” possono tendere sia a quelle nere che a quelle bianche. Tendono al bianco quando vengono pronunciate per difendere il proprio gruppo, tendono al nero quando il falso viene affermato per attaccare il gruppo avversario. Entrambi questi tipi di “bugie blu” servono a cementare l’identità di gruppo. E tanto più sono smaccate, tanto più appaiono ingiustificabili all’esterno quanto accettabili all’interno del gruppo.

Gli americani, ricorda Jeremy Adam Smith, accettano volentieri le affermazioni dei loro servizi segreti anche quando sono dimostrate false perché aiutano a cementare l’identità nazionale e a rimarcare la differenza con “gli altri”. Ecco perché le “bugie blu” di Donald Trump appaino incredibili e inaccettabili fuori dal contesto del suo gruppo sociale di riferimento mentre ne consolidano la leadership entro il gruppo sociale di riferimento. Anche se non è vero, molti americani vogliono sentirsi dire che Obama è una spia e che i cambiamenti climatici non esistono. E se Trump lo dice “viene incontro a una pressione sociale che gli richiede di adattarsi alle regole del gruppo”. Le sue bugie, come tutte quelle “blu”, tendono dunque a cementare il suo gruppo e a marcare la differenza con gli altri. Trump, dunque, non dice bugie per via del suo carattere personale, ma come strategia per affermarsi presso una parte degli americani. Ma allora le sue bugie così spiegate diventano giustificabili?  Jeremy Adam Smith pensa di no. Perché sulle “bugie blu” non si edifica solo il senso di identità e di solidarietà di gruppo, ma anche l’approccio competitivo fino all’aggressività – fino all’odio – per “l’altro”. Insomma, le “bugie blu” possono minare alla base il contratto sociale.

Come ci si difende? Questa, forse, è la domanda più difficile. Smith sullo Scientific American propone qualcosa di molto simile all’etica della scienza e, a ben vedere, del giornalismo: lo scetticismo sistematico. Ovvero la rigorosa e a tratti puntigliosa verifica dei fatti. Perché una società vive non di bugie, fossero anche bianche o blu, ma di verità. O meglio, di un consenso razionale di opinione non necessariamente sulla interpretazione dei fatti, ma almeno sulla loro realtà.

Pietro Greco